La leggenda dell’artista contadino

La mia merendina pomeridiana, prima che venissi messo a dieta da Annie, era la lu rou bin, ovvero una specie di focaccina con la carne di asino dentro. La carne di asino sembra Simmenthal, per la cronaca. Buona. La tizia che prepara la lu rou bin è il prototipo assoluto della telespettatrice di Uomini e Donne allo stadio terminale. Si veste come se si fosse lanciata a caso nell’armadio di un clown da circo, si muove con la leggiadria di Salvatore Baccaro in Cassiodoro il più duro del pretorio (di Oreste Coltellacci) e porta un casco di capelli arancio con una frangetta improponibile che sembra un casco di banane andate a male. Perchè vi dico tutto ciò? Perchè ho pensato a lei quando l’altro giorno sono stato invitato a una proiezione allo Zajia di Sentimental Animal, diretto dal regista/musicista/performer Wu Quan, che mostra all’inizio la disturbante uccisione di un asino in un mercato cinese. Non mangerò più la lu rou bin. Se pensate che il film sia una specie di mondo movie vi sbagliate. Sentimental Animal è stato presentato, tra le altre, al prestigiosissimo festival di Rotterdam, dove ha vinto anche un premio, e è un’opera profondamente art-house e delicata, girata in un elegante bianco e nero e con una poetica precisa che decide di puntare sui contenuti forti per raggiungere il suoi intenti. La storia è tostissima. Un eroe di guerra ritorna dal fronte handicappato e viene accudito dalla moglie, ma il Clan gli dimostra ancora il rispetto e la fedeltà di un tempo, e lui ha tutta l’intenzione di riportare nelle strade la propria giustizia per l’ultima volta. Con una cura visiva che denuncia la provenienza di Wu Quan dalle arti visive, il film ricorda molto da vicino alcune cose del compianto maestro giapponese Wakamatsu Koji, ma con una carica più intimista rispetto a quella eversiva e sessuale dell’autore di United Red Army e Caterpillar. Un ottimo film che speriamo di vedere presto in qualche edizione dvd. L’aspetto interessante è la natura più cruda che crudele del popolo cinese, ancora vicino alla terra nel senso stretto del termine, e quindi nel bene e nel male. La popolazione di Pechino è per l’80% composta da gente che viene dalle campagne di tutta la Cina, quindi molto poco alfabetizzati e, fondamentalmente semplici contadini. La città che gli è stata costruita sotto i piedi, ipertecnologica e stilizzata, non gli calza affatto addosso, e si vede tantissimo. Un altro film che ho potuto vedere proprio poco prima di scrivere queste righe è il documentario 5+5 di Andrea Cavazzuti, che opera in Cina da 30 anni e ha realizzato un prodotto veramente divertente. Dovete sapere che molte aree rurali della città di Pechino sono state adibite a mostre d’arte, in primis la 798, di cui avremo già parlato in passato. Enormi gallerie d’arte e musei che hanno creato, nel tempo, artisti quotati migliaia di dollari. Questo ha creato un po’ la mania di fare arte e performance a tutti, così che le aree per le esibizioni si sono diffuse ancora di più. Andrea ha trovato nel villaggio di Songzhuang un personaggio incredibile. Un tassista (abusivo!) che pare uscito da un film di Nando Cicero, una specie di via di mezzo tra Alvaro Vitali e Jimmy il Fenomeno. Ora, chi ha visto il mokumentary dell’artista Banksy, Exit through the Gift Shop, ricorderà che era la storia di questo mentecatto che voleva fare un documentario su Banksy e rimaneva talmente affascinato dal mondo dell’arte contemporanea da chiedersi “ma perchè non posso farlo anche io?”. La cosa divertente era che buona parte del film urlava al tizio “perchè non sei capace!”. Ebbene, qui è una cosa simile. Il tassista coatto di 5+5 si è fatto autografare la macchina da tutti gli artisti del suo quartiere, sperando che un giorno il catorcio valga qualcosa, e divenendo nella sua testa un artista anche lui. E invece, secondo la logica di Carmelo Bene, è divenuto egli stesso un’opera d’arte. Il rapporto semplice, ingenuo, genuino ma simbiotico con il mondo dell’arte è emblematico per quello che sta progressivamente avvenendo in Cina, per questo distacco assurdo tra la popolazione e l’espressione alta della cultura, guardato con un occhio universale e molto vicino al nostro gusto italiano. L’Italia, in quanto grande provincia, guarda in maniera ambigua certe espressioni di cultura moderna. Dall’altra si percepisce il vero desiderio di esprimersi di una certa fetta di popolazione, che pure venendo da classi profondamente povere, crea un’arte sicuramente molto più sincera e profonda di altri personaggi ricchi e potenti che si sono ammantati del sigillo della lotta politica solo perchè se lo potevano permettere, in quanto intoccabili.


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