La V.I.P. room del Festival di Pechino, ovvero: come stare più scomodi spendendo di più.

Vorrei chiedere pubblicamente scusa a Sarah Brightman per il mio precedente articolo, “Chi cavolo è Sarah Brightman…”, dedicato alle novità sul festival di Pechino che si sarebbe tenuto di lì a poco. Lei è conosciutissima e brava, e io sono un ignorante. Per colmare questa mia lacuna ho acquistato il cd Love Changes Everything, insieme a un grammofono e ad altri 60 vinili, per una V.I.P. room che devo allestire per motivi di lavoro. Nell’immaginario italiano, la V.I.P. room è quella che trovi in discoteca, dove c’è uno del Grande Fratello 34 e 200 sgallettate a bere champagne di sottomarca. In Cina è uno spazio qualsiasi, sottolineo qualsiasi, che delimita il grado di importanza di un individuo (pagando). Se tracciate un cerchio sul pavimento intorno a voi con un sasso, mentre vestite abiti Armani, avete creato la vostra V.I.P. room.

L’esclusivo party di chiusura del Festival di Pechino aveva anch’esso la sua V.I.P. room, consistente in un microscopico rettangolo delimitato da un semplice nastro, in cui dei cinesi e dei francesi (L’Istituto Francese era media partner “fondamentale” dell’evento) erano stipati gli uni contro gli altri, mentre poco più in là il resto degli invitati beveva, si divertiva e faceva public relations. Vien da pensare quanto ci abbia visto lungo Valeria Bruni Tedeschi nel suo film E’ più facile per un cammello… in cui teorizzava il senso di colpa dei ricchi. A me non hanno fatto entrare, nonostante il nostro film Song of Silence fosse proiettato al Festival. Ammetto di non aver insistito più di tanto. Forse perché non ci hanno dato premi, ma solo cenere e carbone.

Il vincitore del Festival è stato il regista Feng Xiaogang, con il suo Back to 1942 (visto anche al Festival di Roma), con Tim Robbins vestito da addestratore di cani, su un disastro naturale avvenuto in Hunan durante la Seconda Guerra Mondiale: attualissimo, viste le ennesime scosse di terremoto che hanno colpito nuovamente il Sichuan. Miglior regia e fotografia sono andati a Cate Shortland per Lore, e il premio come miglior sceneggiatura a Song for Marion che ha vinto anche per il miglior attore a (Terence Stamp).

Miglior attrice protagonista va a Yan Bingyan, per Feng Shui, il film di Jing Wang di cui parlavo nel precedente articolo di diffamazione a Sarah Brightman: in Italia è possibile vederlo al Far East Festival di Udine, che si tiene in questo momento in cui scrivo (quindi se non siete lì, ciao). A proposito di Udine, qualcuno ricorderà la città cinematograficamente anche per un altro motivo. Faccio un nome: Lorenzo Bianchini. Già, la promessa dell’horror italiano, idealmente un erede di Pupi Avati, con le sue storie di terrore rurale ambientate nell’entroterra friulano. Ebbene, dopo anni di amicizia, io e Lo lavoriamo insieme a un progetto, che verrà presentato al mercato di Cannes in anteprima (dopo la presentazione di un workprint a Berlino). Si tratta di Oltre il guado (nome internazionale Across the River): sempre un horror “ma” d’autore, una ghost story, scelta che alcuni troveranno furba vista la moda del momento, ma qui c’è molto di più. Io lo definisco “The Grey incontra Sinister”. E vi suggerisco di stare sintonizzati per ulteriori sviluppi. Il budget è quello del catering della V.I.P. room del party del Beijing Film Festival, ma grazie a Lorenzo, il risultato è… terrificante.

Per la serie cose buone dal mondo, mi dicono invece che il Panchen Lama, il secondo del Dalai Lama, avrebbe compiuto 24 anni questa settimana, se non fosse stato rapito dai cinesi da bambino. Più o meno questa l’età di Fei Tao, giovane ma già noto scrittore di fantascienza che esordisce per gli italiani una questa storia molto bella (ma veramente molto bella e poetica) tradotta dalla mia dolce Sonja, che potete leggere a questo indirizzo. Vi consiglio di dargli un’occhiata perché è una stupenda metafora sul processo di scrittura: e chiunque scriva per mestiere, per passione o perché prigioniero come il Conte di Montecristo, si ritroverà nel racconto, che nell’idea ricorda un po’ il Funnybot di South Park.


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