MOMA o non MOMA: Cloud Atlas sullo Skyfall di Pechino

Borbottii e pernacchie in giro per l’ennesima polemica sulla censura in Cina. Qualcuno si è scandalizzato poichè Cloud Atlas ha subito tagli da 38 minuti. Soprattutto gli spettatori che non si potranno vedere tutte le scene di amore a sfondo gay. Tutti disperati per la cosa tranne la crew di Cloud Atlas che è venuta allegramente a presentare il film a Pechino. Ricordiamo che la star cinese Zhou Xun è nel film in tre ruoli diversi: un clone, un rifugiato e un uomo. Lana Wachowski, il fratello coi capelli rossi del duo che ci ha regalato Matrix, riguardo alla sua passione per la cultura orientale, da queste parti ha parlato così:

David Mitchell (autore del libro da cui è tratto il film: NdR) ha vissuto in Giappone e ha sposato una donna giapponese. L’interesse suo e del suo libro sono legati all’Oriente in qualche modo. Nella cultura occidentale l’immortalità si trova in un altro posto. L’uomo si trova nel mondo e passa all’Inferno o al Paradiso. Io preferisco il Buddismo che pone noi e le nostre azioni, e le loro conseguenze, sempre in questo mondo. Aiuta a essere connessi al Mondo nella maniera da cui l’Occidente spesso si allontana.

A quel punto un silenzio tombale ha raggelato la sala e, mentre una balla di fieno la attraversava rotolando, Tom Tykwer leggeva dal suo i-phone uno degli articoli del mio blog dove racconto i mica tanto lievi dissapori tra Cina e Giappone.

Intanto anche 007 viene tagliato di qualche scena, per esempio quella in cui un soldato cinese viene ucciso: e non per la violenza ma perché, come è noto, i soldati cinesi sono immortali. Quindi era pura fantascienza, o anche un po’ commedia surreale. Anche una scena con una prostituta di Macao ha subito un taglio, per rispetto a tutte le mamme. Pare che l’organo della censura voglia censurare anche se stesso, rendendosi conto dell’inadeguatezza del fatto di essere appunto “un organo”.

Nel frattempo, qualche giorno fa mi è stato chiesto dalla Federazione dei Festival internazionali se esistesse un’associazione che riunisce tutti i circoli cinematografici cinesi. La risposta negativa è dovuta a una motivazione molto semplice: non esistono circoli cinematografici. Quello che mi piace del fatto di stare qui in Cina è che per certi versi è come vedere nel presente la vita del passato, nelle persone, nelle abitudini. Altrimenti può sembrare una dimensione parallela, dove le cose sono andate diversamente da come le conosciamo. Per quanto riguarda il cinema ci sono i pro e i contro. Il cinema è potentissimo qui, niente a che vedere con la vecchia industria cinematografica occidentale, perché il pubblico risponde a meraviglia. Ed è ovviamente paradossale, perché qui il diritto d’autore (e il diritto in generale) sono una cosa nuova e abbastanza vaga, quindi la pirateria dilaga. Eppure i cinema sono pieni, il che farebbe pensare sia il caso di riflettere di nuovo sulle motivazioni della pirateria e sulla sua natura culturale.

Sono però tutte multisala, senza la minima presenza del “cinema di paese” che sta scomparendo anche da noi. Esiste una vivacissima realtà di cineclub clandestini, che più o meno proiettano quello che gli pare, e poi un unico circolo culturale cinematografico per un miliardo e mezzo di persone (quindi mentivo, non è vero che non esistono: uno c’è). È a Pechino e si chiama Brodway Cinemateque MOMA. Unico organo ufficiale preposto alla proiezione di “film d’essai”, si trova in un enorme complesso, chiamato Hybrid Housing, creato dal noto architetto Steven Holl . Abbiamo avuto modo di parlare con Wu Jing, programmatrice in capo della cinemateca (dalla foto si deduce che la conversazione è stata piacevole).

Ciao Wu Jing, ci vuoi dire in cosa consiste esattamente il tuo lavoro con il MOMA?
Mi occupo della programmazione e di scegliere i film da proiettare.

Che tipo di programmazione presentate al vostro pubblico?
Facciamo tre tipi di programmazione. Una regolare che include registi cinesi indipendenti e vecchi film. La seconda sono i National Film Festivals che ci fanno lavorare con le varie ambasciate. Abbiamo già lavorato con Francia, Regno Unito, Italia… La terza è una retrospettiva su qualche autore del passato.

Cosa ne pensi della nuova generazione di cineasti cinesi indipendenti? Pensi che ci siano registi o film che vorresti suggerire al pubblico italiano?
Non credo si possa parlare di una vera e propria scena indipendente qui in Cina. Conosco troppa gente che pensa al cinema commerciale, e faccio questo lavoro da 5 anni. Un talento in particolare è Cheng Zhuo, un regista che ha fatto un film che si chiama Song of Silence, che mi piace molto.

Come spettatrice quali sono le tue visioni favorite?
Il mio regista preferito è Kusturica, mi piace la sua commedia drammatica. In particolare Underground.

Wu Jing cita quindi Song of Silence, presentato al Far East Festival l’anno scorso in una versione non completa, e acclamato da molti come uno dei migliori film dell’evento di Udine, che ormai da anni è il faro del cinema asiatico in Europa. Qui potete leggere cosa pensavo all’epoca del film. In quel contesto ho avuto modo di conoscere Chen Zhuo, che parlava a malapena inglese, e ci siamo promessi di rivederci a Pechino. Sono passati dei mesi da allora e Chen Zhuo ha imparato a parlare meglio l’inglese: abbastanza da propormi di rappresentare Song of Silence in Occidente, e, se Mao vuole, si sta già pensando a qualcosa di nuovo, a qualcosa di più… nero…

 


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