The Grandmasters, la recensione in anteprima del nuovo film di Wong Kar-Wai

Sarà presidente della Giuria a Berlino, Wong Kar-Wai, dove presentarà anche questa sua ultima fatica, The Grandmasters, che arriva dopo un periodo di silenzio lungo cinque anni. L’ultimo film era stato My Blueberry Nights con Jude Law e Norah Jones, del 2008, e rappresentava la sua svolta sul mercato occidentale, mai avvenuta concretamente. Nessuna disgrazia, fallimento produttivo o crisi creativa. Notoriamente il regista originario di Shanghai non ama ricevere deadline dai produttori, e prolunga le riprese e la post produzione anche di anni, come è avvenuto in molti casi, tanto da sfinire Maggie Cheung sul set di In The Mood for Love e far slittare il film sempre più vicino alla data contenuta nel titolo del suo sequel 2046.

Ufficialmente si parlava di The Grandmasters come la biografia ufficiale di Yip Man, leggendario maestro di arti marziali, noto per essere stato il Maestro di Bruce Lee e quindi la matrice di quello che culturalmente il Piccolo Drago è stato nel rapporto tra Cina e Occidente. Tanto per capirci, in un sito di annunci, mentre scrivo, si pubblicizza una scuola di kung fu il cui Maestro è stato allievo di un nipote di Yip Man, il che basta per essere un illuminato. Su di lui Wilson Yip aveva recentemente realizzato un grande film, Ip Man, con protagonista uno straordinario Donnie Yen, che ha avuto un seguito e presto diverrà una trilogia (se ne parla nel blog di Giorgio Viaro). A riguardo, con lo stesso Wong Kar-Wai si passò quasi alle vie legali, ma non tanto per l’idea del film, quanto per il titolo che originariamente era stato registrato al posto di The Grandmaster.

Ora il film è uscito a Pechino, due giorni prima che a Hong Kong, e subito si può dire che non è un’opera sulla vita di Yip Man, almeno non completamente. Come ci si poteva aspettare, il concetto di “biografico” per Wong Kar-Wai è decisamente aleatorio, tanto che è necessario premettere che The Grandmasters è un film ancora meno narrativo rispetto al passato del regista. La storia, come effettivamente dice il titolo, non si incentra unicamente su Yip Man, ma sulla scuola di kung fu (e di pensiero) a cui egli apparteneva. Cioè i vecchi Maestri che lasciarono il loro sapere ai nuovi, e le tre figure principali, interpretate dall’attore feticcio Tony Leung, il “cattivo” Chang Chen e Zhang Ziyi. Quest’ultima è forse il personaggio più complesso e approfondito di The Grandmasters con la sua passione non risolta e ossessiva, particolarmente ermetica anche se confrontata con le figure tipiche della poetica di Wong Kar-Wai.

Lontano da un classico film di arti marziali, mantiene spesso quella vena melodrammatica, quella celebrazione dell’amore segreto, impossibile e di conseguenza inestinguibile, che era propria anche di Hong Kong Express, In The Mood for Love e 2046. Per Wong Kar-Wai l’estensione di una passione alla sua irrealizzabilità la rende dolorosa e sofferente, ma intensamente vissuta. È proprio alla ricerca della vita che il personaggio di Zhang Ziyi trova però la sua disfatta, mancando un passaggio fondamentale dell’esistenza che le ha impedito di concretizzare le dottrine di cui è formidabile Maestra. Wong Kar-Wai tenta insomma di fare un film sui concetti profondi del Kung Fu, e sulla loro applicazione nell’esistenza, muovendosi tra i fatti della vita di Yip Man, ma in una maniera talmente nebulosa e frammentaria, che seguire gli eventi è letteralmente un’impresa, nonostante il film abbia una quantità di dialoghi mai vista in un suo lavoro. Non c’è bisogno di dire che la cifra stilistica è magniloquente. The Grandmasters concepisce le scene di arti marziali non tanto nella loro spettacolarità ma nella loro forza percettiva, con un lavoro del dipartimento suono, montaggio e fotografia che fa venire l’emicrania per quanto è compresso al centro della scena. Difficilmente un film contiene così tanti primissimi piani, e i dettagli sfocati, tipici del suo stile, che restituivano quel senso di melanconica memoria, qui sono la prassi continua di un unico sogno ad occhi aperti.

Sicuramente troppo ostico e compiaciuto per essere definibile come un’operazione ben riuscita, The Grandmaster è comunque unico e probabilmente irripetibile nel suo genere, come se mischiasse l’aspetto intimo del biopic di Walk The Line all’epica leggendaria e onirica di 300, ma in chiave melò. C’è spazio anche per un po’ di propaganda e spiace vedere che per la Cina si tratta, ancora una volta dopo Flowers of War di Zhang Yimou, di vendere odio nei confronti dei giapponesi, proprio ora che il neo eletto governo nipponico, come prima cosa, ha fatto occupare le contesissime isole Senkaku. Il risultato è stato che la Cina ha puntato i missili verso il Giappone e il biglietto per Tokio è salito da 200 euro a 1500, cosa che mette in seria difficoltà i piani del sottoscritto di visitare la penisola nipponica in occasione dell’uscita del dvd giapponese di Morituris, di cui potete vedere sotto la sobria copertina. Un film che a quelle latitudini è stato re-intitolato – in modo altrettanto sobrio – Lo Stupro del Diavolo.


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