I 10 del ’12

Anche il 2012 è stato, per chi scrive, un anno di rivoluzioni personali, e non tanto per la decisione di trasferirmi in Cina, quando per la motivazione per cui l’ho fatto che, al di la’ di tanti discorsi economici, culturali e blablabla, ha radici profondamente umane ed e’ il piu’ nobile dei motivi, ancora di più perché mi ha restituito qualcosa che mi era stato tolto con estrema e dolorosa indelicatezza. Il 2012 e’ stato l’anno della consapevolezza del processo di ascesi, e quindi della consapevolezza di appartenere a una disciplina, più che una dottrina o un culto, e che abbraccio completamente, grazie alla energia inarrestabile che viene dalla forza del mio Amore.

Detto questo. Ecco i miei film preferiti di un’annata non memorabile, ma che comunque dimostra come il Cinema voglia a tutti i costi tenere duro davanti alla crisi del settore. Molte conferme, e questo fa piacere. Dalla lista rimangono fuori The Master di Paul Thomas Anderson e Lawless di John Hillcoat, per un semplice motivo: pur essendo dei film che ho molto apprezzato, non sono al livello di quello che hanno fatto in passato. L’ordine dei titoli è sparso, non credo nelle competizioni artistiche, credo nei premi al valore e tutti questi titoli meriterebbero il numero uno per avermi ispirato con il loro talento.

1) Masks  (口罩) di Andreas Marschall.

Uno dei talenti più puri del panorama internazionale, trasforma in poesia e passione il dolore e la morte, in un processo di distruzione porta alla purificazione. Miglior horror del 2012.

2) Chronicle  (编年史) di Josh Trank

Il remake non ufficiale di Scanners come avrei voluto farlo io. La dimostrazione di come si possa fare grande entertainment con una storia di esseri umani. Inno alla rivolta dell’homo superior.

3) Argo  (阿尔戈) di Ben Affleck

Tre su tre, Ben Affleck diventa uno di noi, e solo per aver scelto di fare un film del genere è un grande.
Quello che viene fuori se si unisce Clint Eastwood a Kevin Smith.

4) Spring Breakers (春季断路器) di Harmony Korine

Perché riesce a essere tutto quello che non si potrebbe dire in una maniera leggera, sublime e divertente ma senza scadere nel banale.
Cinema ormonale.

5) The Grey (灰色) di Joe Carnahan

Perché spinge a fondo e inesorabilmente verso la riflessione ascetica.
La parabola perfetta per la morte e resurrezione di un uomo ferito dall’amore, che una volta caduto deve risorgere per istinto di sopravvivenza.

6) Cogan (温柔的杀死他们) di Andrew Dominik

Perché è un crime come una volta, basato sui personaggi e sulla scrittura, ma non si dimentica di essere spettacolare.
E lo fa a modo suo, in maniera statica e granitica.

7) The Tall man (高个男子) di Pascal Laugier

Perché e’ riuscito a mantenere la sua integrità autoriale, a fare un film di Hollywood, e a fare qualcosa di completamente diverso rispetto a quello che ci si aspettava. Questa è auto analisi attraverso il cinema. Indimenticabile l’omaggio alle Tre Madri.

8) Diaz (迪亚兹) di Daniele Vicari

Perché è il film italiano più libero mai distribuito in Italia.
Quasi impossibile fare una cosa nel genere sotto dittatura, e Daniele Vicari lo ha fatto, e anche bene.

9) Shame (殇) di Steve McQueen

Perché è il film più onesto che ci possa essere.
E tratta con delicatezza un taboo così intimo che nessun uomo può uscire indifferente dalla visione.

10) Ted (特德) di Seth McFarlane

Perche’ era cosi’ semplice fare la solita cretinata per il pubblico di massa, invece McFarlare re inventa il vecchio modo di far ridere con una storia semplice e accattivante.

Se parliamo di delusioni: i film non possono deludere, semmai le persone, e nel mio caso è l’atteggiamento pessimo degli italiani, che da lontano è ancora più evidente. Ieri ero al Moma di Pechino a vedere l’ottimo 18 anni dopo di Edoardo Leo, in seno alla retrospettiva italiana NICE, dedicata al cinema italiano, e il mio angelo osservava “quanto e’ bella l’Italia”. Già, ma gli italiani proprio no.


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