Grosso Guaio a Pechino: il cinema visto da Piazza Tienanmen

Sarebbe bello si potesse dire dell’autore di questo blog “non ha bisogno di presentazioni”, come avviene per Hugh Grant, Toto Cutugno, Osama Bin Laden. Invece è proprio il caso di nutrire la memoria di chi legge e rinfrescare quella di chi scrive, per dare un perché a queste letture. Quale momento migliore se non la mia prima pioggia notturna a Di’anmen, il quartiere di Pechino – vicino a Piazza Tienanmen – dove da pochi giorni vivo con la mia dolce metà Sonja, in preda agli strascichi del jet leg che mi ha reso temporaneamente narcolettico.

Chi ama il genere in Italia potrebbe essere inciampato, anche incidentalmente, nei miei scritti per alcune delle riviste e webzine più esposte. A questa attività ho iniziato ad affiancare quella di sceneggiatore, ovvero quello che chiunque dotato di terga e almeno due falangi pensa di essere in grado di fare, e di produttore. I miei frutti hanno appena cominciato a diffondersi nel mondo (a tal proposito vi invito a digitare “Morituris” su Google) che ho già deciso di portare il Verbo all’estero.

Eccomi quindi qui a Beijing, cioè Pechino, capitale della Cina Continentale, a inseguire il “sogno americano”. Già, perché come uso dire spesso a chi mi chiede “chi to fa fà?” rispondo che qui sono gli anni ’60, adesso, e voglio vivere ora quel tipo di energia propositiva che per motivi anagrafici non mi è stato possibile assaporare. Senza fare la solita, ovvia dietrologia sul decadimento del Belpaese e della cultura occidentale tutta, il punto è che sono attratto più da una realtà giovane e inesperta che da una vecchia e raggrinzita, parafrasando M, il mostro di Düsseldorf.

Scrivo la sera in cui, a cena con uno degli organizzatori del Beijing Film Festival che mi ha dato un posto nelle selezioni del loro programma, si osservava come i pochi anziani conservatori rimasti al Consiglio cinese, quelli che hanno fatto oscurare Imdb per lasciare il passo al più controllato Mtime.com, stanno lasciando il passo a una generazione nuova che ha voglia di sognare. Questo grazie ad alcuni occidentali ispirati che vivono qui ma soprattutto a quei giovani ragazzi cinesi di talento che devono scoprire solo come metterlo in pratica. Allora mi è venuta in mente quello che qualche sera prima avevo visto fuori da un party del Luma Lu Film Festival: una bambina cinese che cercava di prendere con la mano il logo del festival proiettato olograficamente su una torre antica. Questi simboli ora devono essere realtà.

Alla mia terza volta nella Grande Cina sono qui per restare, almeno per un po’, e sono innumerevoli i luoghi comuni da sfatare e le nozioni errate che una consapevole disinformazione ha la colpa di aver trasmesso. Questo a discapito di noi occidentali più che degli autoctoni. Degli innumerevoli aspetti che si potrebbero toccare, questa fetta di web racconterà quelli culturali, legati al cinema, all’entertainment e allo show business, ma attraverso essi spero sarà possibile guardare da una prospettiva trasversale il disegno nella sua interezza. Quindi, mio caro lettore, se non hai fegato per affrontare le numerose ore di volo che dividono l’Italia dalla Cina, o non hai stomaco per digerire i pasti serviti sugli aerei dell’Air China, “let your finger do the walking”, come diceva la pubblicità americana delle Pagine Gialle, e sulla tastiera, aggiungo io, semplicemente con un click sulla schermata delle mie memorie in Cina.


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