Ho sbucciato la cipolla ma non ho pianto. O anche: cosa penso di The Canyons

Uno scrinsciot sfocato, perfetto simbolo del film

Non ho un bel rapporto con Bret Easton Ellis, almeno non ce l’ho più da qualche tempo: affascinato come tutti da American Psycho e Le regole dell’attrazione, l’ho perso di vista quando ha cominciato a incartarsi su se stesso e sulle sue ossessioni. Arrivato al tremendo Glamorama l’ho mollato e mai più ripreso, se non per un breve ritorno di fiamma quando il Nostro ha trattato male il mio nemico giurato David Foster Wallace.

Non ho una relazione particolarmente stretta neanche con Paul Schrader, nonostante ne riconosca l’indubbia grandezza. Diciamo che tutte le volte che ha impugnato la macchina da presa ha fatto bene, bravo, bis, non fa per me.

Con Lindsay Lohan, invece, ci ho rinunciato, nonostante la cottarella adolescenziale che mi presi ai tempi di Mean Girls. Non che abbia qualcosa contro di lei; solo, mi hanno un po’ stufato queste ex-icone pop virate grottesco/decadenti in una sorta di vendetta collettiva verso l’idea di “starlette senza talento”. Una roba che – limitandomi alla mia generazione – nasce e muore con Britney Spears e i suoi deliri, e che neanche le palle da demolizione di Miley Cyrus è riuscita a rendere nuovamente affascinante. Perché dovrebbe interessarmi la caduta agli Inferi di una ricca viziata finita in rehab perché non sa trattenersi e si fa travolgere dalla celebrità? Per quello mi resta sempre Kurt Cobain, che almeno il talento ce l’aveva e che ha scelto una via d’uscita iconograficamente shockante.

Di James Deen, invece, sapevo poco prima di informarmi su Google. Poi l’ho fatto e mi sono trovato la finanza a casa.

«Ti fotto».

Nonostante tutto ciò, ho comunque visto The Canyons, un po’ perché è un film che ha fatto scalpore e la curiosità antropologica di scoprire il motivo mi divorava, un po’ perché il concetto di “thriller erotico” al cinema non mi soddisfa credo dai tempi di Basic Instinct o giù di lì, e sai mai che questa squadra fortissimi non sia riuscita a fare il miracolo.

Ho visto The Canyons, convinto di trovarmi di fronte un film. Quel che mi è passato davanti agli occhi, invece, è una cipolla: tanti strati di senso sovrapposti uno all’altro senza finezza alcuna, e zero lacrime se indossi gli occhiali giusti. Ah, e se la passi in padella ci fai un soffritto meraviglioso. Qui sotto, gli strati. Al soffritto, invece, ci penso stasera verso l’ora di cena.

Il primo strato: l’erotismo

The Canyons si apre con un foursome non-sessuale, un’uscita a quattro nella quale si discutono senza alcuna finezza le regole del gioco: Christian (Deen) e Tara (LiLo) stanno insieme ma sono sentimentalmente aperti, organizzano orge e scambi di coppia, discutono della loro pansessualità come se stessero parlando del tempo. Passano la cena a fissare il cellulare e non si guardano mai negli occhi. Ryan (Nolan Funk) e Gina (Amanda Brooks), invece, sono una coppia più classica, tutta amore e sguardi teneri e fedeltà coniugale.

La celebrazione e successiva decostruzione del rapporto tra Christian e Tara è la spina dorsale del film, una lunga esplorazione di cosa significhi “coppia aperta” e di quali inevitabili e drammatiche conseguenze porti con sé questa scelta di vita: il twist è che Tara e Ryan stavano insieme, si amavano, si sono mollati, si inseguono ancora, Christian per qualche motivo non lo sa. In quanto scambisti orgiastici, LiLo e Deen sono naturalmente debosciati, tossici e annoiati, ma contemplano il tradimento solo previo permesso del partner; il loro modus vivendi è in contrasto con quello della buona Gina e del suo Ryan, la prima tutta casa chiesa lavoro e tanto amore, il secondo risucchiato lentamente nel gorgo della promiscuità. Incidentalmente, Gina è l’unico personaggio del film con cui si riesce in qualche modo a empatizzare. The Canyons è così un trionfo di moralismo e conservatorismo che non fa onore alla presunta vena satirico/polemico/dissacratoria di BEE.

Il secondo strato: il thrillerismo

Sostanzialmente non pervenuto. Cioè: la tensione c’è, qui e là, in fondo si parla di gente che tradisce gente che spia gente con cui gente tradisce gente, c’è stalkeraggio, telefonate minatorie, non-detti – l’incomunicabilità è il problema fondamentale degli annoiati personaggi del film, quel genere di incomunicabilità figlia di una lettura sbagliata e semplicistica della realtà di oggi per cui stanno tutti sui loro Feisbuc e Tuitters e Hipstagrammatic e signora mia ormai non ci si guarda manco più in faccia, che tempi, che tempi. Se anche uno solo dei protagonisti si comportasse logicamente («Guarda zio, quello lì me lo sono fatto un paio d’anni fa, poi mi sono messo con te, we cool dog?» invece di «OMG forse ha capito forse no OMG io continuo a mentire però poi lui mi becca le ciat sul telefonino e OMG sono fregata!»), il film di fatto non esisterebbe.

Anche quando le cose esplodono per davvero è tutto un fuoco di paglia: senza troppi SPOILER ma in The Canyons c’è una-scena-una di violenza (fuori scena) che peraltro coinvolge un personaggio relativamente secondario e non è giustificata da nessun motivo narrativo. Alla quinta sequenza in cui Schrader insegue con la camera uno dei suoi personaggi facendoci temere il peggio per poi risolvere la cosa in un niente di fatto si finisce di provare tensione e si passa all’irritazione.

Il terzo strato: il metacinema

Perché ovviamente Christian è anche un produttore cinematografico, Ryan un attore, Gina l’assistente e Tara una che passava di lì per caso. E così Ellis ha carta bianca per lanciarsi in una serie di concioni sul (contro il?) cinema moderno, mettendo in bocca ai personaggi frasi di disarmante banalità tipo «quand’è l’ultima volta che sei andata al cinema a vedere un film che t’ha lasciato qualcosa?». Hollywood, anche la Hollywoodina un po’ sfigata dei direct-to-video e dei porno soft intorno alla quale gira il film, è ovviamente un’industria in decadenza, fissata con l’immagine, obnubilata da soldi e droghe e sesso, vacua, egocentrica ed egoista. Mica come un tempo quando ti sposavi con una e ci stavi insieme tutta la vita e producevi l’Arte e ci avevi l’Amore e quelle robe lì a tre erano ancora considerate immorali e sbagliate, mica come saltare i fossi per il lungo là dove un tempo era tutta campagna.

Che noia.

Il quarto strato: la decadenza della carne, la fiction che si fa biopic

Perché alla fine è impossibile distinguere Tara da Lindsay Lohan: entrambe sono ricche annoiate senza talento ma con il fascino delle mangiauomini, entrambe girano per la città con enormi occhiali a specchio barcamenandosi tra un cocktail e una scappatella, entrambe sono, in ultima analisi, personaggi deboli succubi e vittime degli eventi, cosa che nel caso di LiLo mette addosso molta tristezza e un po’ di pena, in quello di Tara riesce nell’impresa di alienarcela e farcela odiare, nonostante il tentativo di farla passare per vittima di un compagno misogino e immaturo che abusa di lei.

Poi, è quasi commovente vedere come la Lohan, che brava non è mai stata e bella non lo è più da quando ha incontrato Luigi Botox, metta tutta se stessa nel personaggio, diventando inquadratura dopo inquadratura la vera icona della decadenza hollywoodiana. L’ormai arcinota scena di sesso di gruppo, peraltro pezzo di bravura allucinante di Schrader, è il culmine, prima che Tara sul finale si trasformi nella donnetta debole e misera anni Cinquanta; ma il vero colpo di genio è vederla girare per casa (e che casa!) in mutandoni da nonna sexy, cellulite e fisico sfasciato in bella vista, e guardarsi allo specchio e farsi le faccette erotiche come se lei e solo lei vedesse la bellezza che si cela dietro quella maschera di plastica. È la celebrazione della degenerazione inconsapevole, delle bugie che la ragazza si va raccontando da anni, tra un rehab e un arresto per guida in stato di ebbrezza.

È anche il dettaglio più interessante del film, e quello più approfondito, il che dice molto: ce ne frega davvero qualcosa? Ce ne è mai fregato qualcosa di questa osmosi tra professione e vita vera, da Marilyn in avanti? L’estremizzazione del gossip, ma anche il gossip stesso preso nella sua forma più semplicistica («Brad Pitt sta con Angelina Jolie!»), è uno dei motori dell’informazione che ruota intorno a Hollywood, ogni giorno più del giorno prima. E pensate un po’? Se c’è una cosa che The Canyons lascia addosso è la sensazione di vuoto che questo voyeurismo spinto provoca in chi si ferma un attimo a pensare cose tipo «ma a me cosa cazzo me ne frega che Kristen Stewart s’è fatta il regista di quel film cesso?».

Il quinto strato: ritorno al passato

Lasciamo definitivamente da parte il discorso su quanto lo script di Ellis sia conservatore e moralista e sostanzialmente serva a mettere in guardia il mondo da cose tipo “coppia aperta”, “threesome”, “amanti”. Concentriamoci invece sul protagonista maschile, un manzo che tratta le donne come fossero pezzi di carne e che, la prima e unica volta che subisce un’oggettificazione invece di attuarla, corre a piangere dal suo psichiatra (Gus Van Sant, nientemeno) lamentandosi di aver perso il controllo e finendo con il frignare riguardo a suo padre. Christian è uno dei personaggi più orrendi e anti-empatici che abbia mai incontrato al cinema: è egoista ed egocentrico, ma è anche maschilista – una delle ultime cose che dice a Tara è: «Ti ho amato. A modo mio, ma ti ho amato» dove “a modo mio” significa “ti do ordini, ti maltratto, ti controllo, non mi fido di te, ti metto le mani addosso, faccio il marito geloso anni Trenta” –, viziato, bugiardo, ingiusto (i tradimenti non confessati vanno bene se è lui a perpetrarli, se è lei invece apriti cielo), stronzo.

Niente di male: Bret Easton Ellis ha costellato la sua carriera di personaggi così, troppo disgustosi per essere considerati anti-eroi, e in Christian c’è molto di Pat Bateman e un po’ di Victor Ward e in sostanza una compilation di quanto messo su carta dall’autore nel corso degli anni. O forse qualcosa di male sì: il fatto che, alla fine della fiera, il vero e unico vincitore di tutto sia proprio Deen, eccezionale nel ruolo essendo abituato a prendere soldi per maltrattare per finta femmine carine, lascia l’amaro in bocca. Cioè: non solo mi stai dicendo che l’unica coppia che funziona è quella monogama e fedele e che lavora duro, ma mi stai aggiungendo che se sei abbastanza stronzo e violento e senza scrupoli nella gestione del rapporto la puoi fare franca senza problemi (tanto le donne sono esseri deboli, e inferiori), e ricominciare tutto da capo con un’altra vittima.

In tutto ciò, inquieta molto vedere Deen recitare: sembra sempre uscire dall’intro di un porno, il che va bene durante le (poche) scene di sesso, un po’ meno per tutto il resto del tempo, quando dà l’impressione costante di non avere alcun rispetto per chi ha di fronte, e non nel senso che Christian è un personaggio che, ma nel senso che Deen è talmente credibile nel ruolo del pezzo di merda che fa venir voglia di rivalutare il retroterra psicologico che porta un ragazzo bello e molto dotato a scegliere una carriera che consiste nel mettere in scena costanti umiliazioni verso il gentil sesso. Il che, capiamoci, non è una critica al cinema porno né alle scelte di Deen, ma al modo (vecchio, stantìo, machista) in cui Ellis e Schrader maneggiano la materia.

Il sesto strato: tecnicamente parlando

Perché capiamoci: al netto di una colonna sonora orribile fastidiosa e invadente, The Canyons è una meraviglia estetica, girato da un uomo in perenne stato di grazia, montato in modo da dare un ritmo incalzante a una storia nella quale di fatto non succede quasi nulla, girato in interni da urlo (casa di Christian è pornografia per appassionati di architettura moderna) e con panoramiche della decadente Città degli Angeli di stordente e deprimente bellezza. Persino la scelta naturalistica di non lavorare sul mix audio ha un suo perverso significato, che nasce e muore nella voce arrochita e devastata (dall’inizio alla fine del film) della Lohan.

Molto bene, dunque: la confezione è di quelle di lusso. Almeno questo non glielo toglie nessuno, a The Canyons. Peccato solo per la scrittura, soprattutto dei dialoghi, che è di una banalità e di una piattezza che sfiora l’offensivo.

Il cuore della cipolla è vuoto e banale

Perché poi il film finisce e lo spettatore si trova a porsi la stessa domanda che riportavo sopra: quand’è l’ultima volta che ecc ecc? Ecco, The Canyons ci prova, a dire qualcosa che rimanga. E allora cosa m’è rimasto del film di Schrader? Che le donne monogame e fedeli sono noiose e finiranno con l’essere vittime dell’esuberanza altrui? Che a quelle, diciamo così, aperte è permesso di esistere solo in funzione del loro maschio alfa, che la liberazione sessuale è subordinata a un rapporto padrone/schiava, che senza un uomo anche la più libertina delle donne è perduta? Che l’amore viene schiacciato dall’arrivismo e dall’egoismo? Che se sei stronzo a sufficienza alla fine la passi liscia? Che l’industria cinematografica si è persa dietro ai lustrini del gossip e ha smarrito il senso vero del fare cinema? Che la misantropia è l’unica via, che il mondo fa schifo, che la gente fa schifo, che è meglio abusare che provare a capire?

Wow, interessante. Pensate che quando c’era lui i treni arrivavano in orario, signora mia, che tempi.


Un commento a "Ho sbucciato la cipolla ma non ho pianto. O anche: cosa penso di The Canyons"

  • zivaga :

    recensione scritta ottimamente (è un piacere leggerti!), però è sui contenuti che dissento, soprattutto su alcuni punti.
    Non voglio tediarti però, ergo te li elenco brevemente :-)
    -ellis moralista?!? Be’, su questo direi che chiunque abbia mai letto un suo libro potrebbe smentirti. La sua logica è del tutto non moralista, anzi, il punto centrale è l’esatto inverso
    -personaggio secondario che viene ucciso? secondario? e non si capisce il motivo? Io l’ho capito, bastava ascoltare :-)
    -conversazioni piatte? la scelta è coerente con la descrizione che si vuole dare dei personaggi…
    Mi chiedo se abbiamo visto lo stesso film (e se hai visto l’hangout che avete pubblicato voi stessi… http://www.youtube.com/watch?v=BATcGAhm0tc&feature=youtu.be

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