Per un Halloween diverso: Il seme della follia, John Carpenter, 1995

Inizierò questo pezzo facendo una cosa che non si fa: menandomela un casino.

L’altro giorno sono arrivato in ufficio, poi all’ora di pranzo sono uscito. Dopo pranzo sono rientrato. Il rientro post-prandiale è stato un bel momento: sulla mia scrivania c’era lui:

Da poco diventato maggiorenne, Il seme della follia è uscito in Blu-ray, e io ce l’ho, e ne sono felice. Ne sono felice perché domani è Halloween, la serata ideale per un horror; io sarò a Lucca Comics e senza lettore Blu-ray, ma se fossi rimasto a casa vi assicuro che mi sarei riguardato quello che è il mio Carpenter preferito – non mi azzardo a dire «il migliore» perché scoperchierei un vaso delle Marianne, che è tipo un vaso di Pandora ma profondo come la famosa fossa.

Così, per non sentirmi in debito con il mondo e con la notte delle streghe, mi sono riguardato Il seme della follia giusto ieri sera. Resta il mio Carpenter preferito, e non solo per la presenza del più grande attore degli anni Novanta, uno che tra il ’93 e il ’97 è stato protagonista del film più bello della storia del cinema, del miglior horror sci-fi da questo lato di Alien e, appunto, del più lovecraftiano dei film ispirati da Stephen King, o se preferite della più kinghiana tra le pellicole basate su opere di Lovecraft, e quindi cosa vuoi dirgli?

Sopra: Blu-ray.

Sono qui, dunque, a consigliarvi qualcosa da fare per la notte di Halloween, qualcosa che vi sollevi dall’ingrato compito dell’ennesima maratona Scream o che vi offra un’alternativa interessante e carpenteriana ad Halloween (appunto). Quale sia il mio consiglio è chiaro: guardatevi Il seme della follia, se già non lo conoscete. Se già lo conoscete, riscopritelo. Quando uscì, nel 1995, fu non-capito e non-apprezzato, per via di una struttura delirante e anticonvenzionale che guardava più a certi racconti di Lovecraft che al classico climax da film horror. A rivederlo oggi si rimane a bocca aperta: non tanto per la sua bellezza (SPOILER: tanta), quanto perché in un mondo dove basta mettere due drappi rossi per passare per “lynchiano” fa strano sapere che Il seme della follia ha relativamente pochi fan – tra i quali non si annovera John Carpenter, tra l’altro.

Prima di tutto: di cosa parla il film, ovvero la parte in cui mi rivolgo a chi non ha mai visto Il seme della follia. Parla di Stephen King che conquista il mondo a suon di Satana, solo che Stephen King si chiama Sutter Cane ed è Jurgen Prochnow. Davvero: Sam Neill interpreta John Trent, investigatore privato che lavora per conto delle assicurazioni e si diverte a sgamare frodi e fregature. Una di queste è relativa alla (presunta) scomparsa del supermegafamosissimo Sutter Cane, scrittore horror «che vende più di Stephen King», svanito nel nulla prima della pubblicazione del suo ultimo romanzo. Mentre Sam Neill indaga, intervistando gente più o meno collegata con il caso, arriva un tizio con un’accetta che vuole farlo a pezzi.

«Ma che ti ho fatto?!»

Il film, in un certo senso, è tutto qui: Trent deve scoprire che fine ha fatto Cane, va a cercarlo in un misterioso paesino che altrettanto misteriosamente dà il nome al suo ultimo romanzo, succedono cose. Il bello di vedere Il seme della follia è scoprire cosa sono, queste cose. L’ancora più bello è leggerle con gli occhi dell’oggi, assorbendo la demenza e filtrandola attraverso diciott’anni di cinema.

Gli spunti di riflessione sono molti. Ve ne lascio qui sotto qualcuno, con la preghiera di non andare avanti a leggere se non avete mai visto Il seme della follia e di correre a recuperarvelo il prima possibile.

• innanzitutto, la strutturaIl seme della follia comincia dal finale e funziona a flashback. Non solo: comincia da qualche ora prima del finale, funziona come un flashback, si ricongiunge alla scena iniziale e da lì parte per il finale vero e proprio. Non solo: nello spiegare come si è giunti al prefinale che poi è anche la scena iniziale, stravolge quello che lo spettatore si aspettava dopo i primi cinque minuti, dando due piani di lettura completamente diversi alla stessa sequenza. È un film ostico e che non ti fa mai sentire a casa: Carpenter non è il primo a giocare con la follia intesa come sottile confine tra quel che è vero e quel che è immaginario e sull’osmosi tra i due mondi, ma non troverete più di una decina di altri horror che fanno la stessa cosa con la stessa efficacia.

• poi, il finale. Il ricordo che tutti hanno del finale è: il film finisce male. Sarà vero, sarà falso? Può finire male un film il cui protagonista probabilmente non esiste neanche? Uno dei plot device più sciocchi e abusati degli ultimi decenni è l’ormai classicissimo «era tutto un sogno». Il seme della follia è talmente subdolo nell’insinuare questa potenziale interpretazione che in pochi se ne accorsero nel ’95, e io stesso oggi a.D. 2013 non sono sicuro se si tratti di una possibile soluzione all’enigma o di una pippa mentale fine a se stessa.

«A me questa che è tutto un sogno me pare ‘na cazzata».

• poi, ci sono i dettagli. Decisivi? Trascurabili? Divertissement di Carpenter? Ve ne dico solo uno, che ho letto su IMDb e ho testato ieri sera grazie al copioso uso di fermo-immagine: tutte le volte che c’è un primo piano, il personaggio inquadrato ha gli occhi blu cielo; il blu è incidentalmente il colore preferito di Sutter Cane, come dimostra la scena del pullman che trovate in cima al pezzo. Qualcuno sfrutta questa non-coincidenza come argomento a sostegno della tesi «è tutto un sogno di Sutter Cane».

• c’è anche il fil rouge artistico, che è un’espressione che ho appena inventato e che descrive quello che è lo scheletro e l’impalcatura del film. Il fil rouge parte da Lovecraft, Grandi Antichi, Male più antico dell’Uomo e tutto il resto; arriva fino a Stephen King, che sui miti di Cthulhu ha costruito i suoi esordi e che qui viene sfruttato nella sua accezione più intellettuale e cioè «quello che ha scritto libri sul potere della parola e dell’immaginazione e sulla labile e percolante differenza tra realtà e finzione»; e finisce al David Lynch di Twin Peaks e anche perché no di Mulholland Drive, almeno visivamente, angoscia provinciale e simbolismi cromatici compresi. Questo significa che senza Lovecraft non avremmo Lynch? Non saprei, ma è probabile.

Sopra: colori.

• c’è l’orrore, naturalmente, ed è un orrore difficile da definire: non ci sono (troppi) «bù!» da dietro l’armadio, di sicuro c’è pochissimo sangue e gran parte delle situazioni in cui si ritrova Sam Neill sono talmente quotidiane da poter sembrare triviali. Carpenter decide di risolvere questo problema prendendo la realtà quotidiana e spostandola un pochino a sinistra, piuttosto che sovvertirla di botto e ambientando il film in un inferno in terra. La scena più tremenda del film è il tentativo di fuga di Trent da Hobb’s End: il Nostro si mette in macchina, imbocca la strada che lo riporterà a casa, guida per qualche centinaio di metri fino a ritrovarsi al punto di partenza. Tre volte di fila. Niente effetti strani o suggerimenti visivi espliciti: semplicemente non c’è fuga da Hobb’s End, e poche cose mettono più ansia della futile reiterazione paranoica di una stessa azione.

• c’è anche, e personalmente credo si tratti della più grande conquista del film, l’orrore mostrato esplicitamente: Il seme della follia è fatto di suggestioni e non-detto, ma quando Sutter Cane decide di mostrare i muscoli – e Carpenter di lanciarsi nel più classico degli showdown da monster movie – la pellicola miracolosamente non perde un’oncia del suo impatto. Il motivo è semplice: per creare dei bei mostri non basta un computer potente e tanti plug-in tipo “tentacolo viola velenoso” o “zanne da vampiro”. Serve creatività e capacità di mostrare quel che basta a far intuire e spaventare, ma non troppo da far notare i fili che tengono in piedi il burattino. Come fa Carpenter a ottenere questo risultato? Con IL CAOS PRIMORDIALE:

Sopra: IL CAOS PRIMORDIALE, in caps.

Poi ci sono una serie di altri ragionamenti collaterali come per esempio il fatto che l’intero secondo atto assomiglia a quello che Rob Zombie avrebbe tanto voluto fare con Le streghe di Salem e non è riuscito a portare a termine, per esempio, oppure il fatto che scena iniziale e scena finale sono state razziate a forza da Danny Boyle in 28 giorni dopo a dimostrazione che pochi parlano di Carpenter ma molti lo scopiazzano con grande affetto, o gli infiniti rimandi interni alla sua opera passata e futura che l’uomo che condivide con me il giorno del compleanno ha disseminato nel film.

C’è, soprattutto, un’opera strana e difficile da decrittare, che poi è la cifra stilistica di alcuni dei Carpenter migliori, da Essi vivono che se ci pensate bene è un film molto, molto bizzarro al Principe delle tenebre. E che, più che terrorizzare in modo classico, riempie il cuore di chi guarda d’angoscia e tensione, cucchiata dopo cucchiata, finché sul finale non si può che reagire come fa Sam Neill:

Happy Halloween!


Per inserire un commento devi essere registrato a Best Movie. Effettua il login

Se non sei registrato clicca qui registrati