Di Gravity, cicale e formiche

Ciao, amico lettore. Quanto tempo che non ci vediamo, amico lettore. Tutto bene? La famiglia, l’amore, lo studio? E la salute, tutto a posto con la salute? Che quando c’è la salute c’è tutto. E tua sorella, la modella di intimo? Tutto bene pure lei? Salutamela caramente, eh! Che quando c’è la sorella modella di intimo c’è tutto.

E tu, soprattutto, tu, come va? Parlami di te, raccontati; cos’hai fatto in questi mesi? Lo so, sono stato negligente, amico lettore, ma non è colpa mia. O forse sì. Ma parliamo di te. Di me parlo già tutti i giorni. Cosa mi racconti della tua vita?

«…»

OK, nello spazio nessuno può sentirti raccontare la tua vita. Facciamo così, allora: continuo a parlare io. Ieri sera ho visto un film! Ci puoi credere? Un film. Si chiama Gravity ed è di Alfonso Cuarón, un simpatico tizio messicano che ha già fatto un bellissimo film di fantascienza che la gente sostiene non essere un film di fantascienza perché «non ci sono le astronavi», modo carino per nascondere la vergogna di avere apprezzato un film di genere e quindi automaticamente non Grande Cinema.

Comunque ho visto un suo film che si chiama Gravity, e questa volta la gente non avrà nulla da dire, perché le astronavi ci sono. A parte questo, com’è il film? È bello, direi. Ma non è facile venirne a capo. A forza di rifletterci ho capito che l’unico modo per spiegare questo film è ricorrere alla vecchia favola della cicala e della formica. Ora te la racconto, amico lettore, poi mi dirai.

«¡Qué viva México!»

LA FAVOLA DELLA CICALA E DELLA FORMICA APPLICATA A GRAVITY

C’era una volta Anon [il nome è censurato per motivi di privacy], un buffo ometto iscritto alla facoltà di Scienze del Tutto e innamorato della vita. L’hobby di Anon era imbucarsi alle feste universitarie, nella neanche tanto segreta speranza di incontrare per caso la donna della sua vita. La nostra storia comincia durante una di queste feste, in particolare la festa di Beltane organizzata dalla facoltà di Astrofisica dello Spazio Universale.

Anon era alla festa e stava sorseggiando Negroni quando la vide: era la ragazza più bella che avesse mai visto. Sembrava uscita da un catalogo di Victoria’s Secret. Era tipo Miranda Kerr ma iscritta a una facoltà scientifica. Fluttuava voluttuosa tra i tavolini del catering, sorridendo a tutti ma non parlando con nessuno e riempiendosi il piatto di cetriolini sottaceto e pomodori secchi sottolio. Anon non desiderava altro che essere sottodilei, ma essendo patologicamente timido non riuscì a trovare il coraggio per avvicinarsi e chiederle il numero, il contatto Facebook, una sveltina.

La festa finì, senza troppe cerimonie, e Anon se ne tornò a casa convinto che non avrebbe mai potuto approfondire la conoscenza di Gravity Bulloclooney – quantomeno aveva scoperto il suo nome.

«Miao»

Anon tornò alla sua routine quotidiana, ma strane voci sul conto della bella Gravity cominciarono a rincorrersi tra i corridoi della facoltà di Scienze del Tutto. Oltre che bellissima, la ragazza aveva, pare, costumi sessuali molto liberi: si era, diciamo così, vista un po’ con tutti gli amici di Anon, in alcuni casi persino in occasioni pubbliche, a festival ed eventi, quella svergognata. Il nostro non demordeva: vai con chi vuoi, Gravity, tanto io so che sei quella giusta e che il tuo vagare da un letto all’altro finirà nel momento in cui sarai tra le mie braccia. «Con gli altri è solo sesso, con me sarà speciale» si tatuò Anon sulla schiena nel corso di una serata particolarmente disperata.

Infine, quando Anon aveva ormai perso le speranze di reincontrare la ragazza, fu Gravity stessa a rifarsi viva – nel modo più impersonale che esista, con un invito scritto, ma chi siamo noi per giudicare? Anon rispose e i due decisero di vedersi al Doppiaggio, famoso locale dei bassifondi milanesi; non una grande idea, pensò Anon, la musica è sempre troppo alta e si fa fatica a parlare, e l’architettura del posto appiattisce tutte le voci e le priva di ogni personalità. Ma pazienza: l’importante era spendere del tempo insieme a Lei, scoprire se davvero era lei la Special One.

«Evviva il Milan»

Anon e Gravity si sedettero al tavolo di un altro, il quale li cazziò e li fece alzare, così Anon e Gravity si sedettero al loro tavolo. Arrivò il cameriere e il momento di ordinare: Gravity aprì bocca, per la prima volta da quando i due si erano incontrati, e gracidò «una Coca light senza ghiaccio» con la voce di Ignazio La Russa. Anon rabbrividì ma gli bastò uno sguardo al volto e alla scollatura della ragazza per riprendersi: di fronte a tanto splendore, cosa conta una voce sgradevole?

I cocktail arrivarono, e con essi la conversazione. Anon era rapito. Il movimento delle labbra di Gravity mentre raccontava dei suoi studi, il modo in cui batteva furiosamente il ciglio destro quand’era nervosa, il suo vizio di fare a pezzettini i sottobicchieri: era tutto troppo bello, troppo aggraziato, troppo morbido, sinuoso, avvolgente per riuscire a pensare a qualcosa d’altro che non fosse lei. L’occhio di Anon le correva sul corpo, esplorandone idealmente ogni anfratto, lieve come una farfalla, delicato come una trivalente e conquistatore come un Cristoforo Colombo. Era amore.

Almeno finché Anon, saziatosi della beltade della fanciulla, cominciò ad ascoltare davvero quello che Gravity stava dicendo. Parlava di sua cuginetta e della tragedia che l’aveva colpita di recente («Stava giocando con il frullatore e ci ha ficcato la faccia dentro, un dramma guarda!», detto con la voce di La Russa), della sua passione per i barboncini, della sua spiritualità rinata sotto il segno dei Pesci e dell’oroscopo e del karma cosmico universale. Parlava dei giudici di X-Factor e delle sue controverse opinioni riguardo alla pena di morte («Pena? È un premio! Dovremmo reistituirla ovunque!», sempre La Russa, eh). Parlava, e forse parlava troppo, e soprattutto non diceva nulla di particolarmente interessante.

«Weeeeeeeeeee!»

Poi arrivò il momento in cui a Gravity cascò un’oliva nella scollatura e Anon, di nuovo, non ci capì nulla, e gli sembrò di avere di fronte la ragazza più meravigliosa che avesse mai incontrato. Il pensiero lo accompagnò per il resto della serata, fino al momento di salutarsi con un fraterno abbraccio e il saluto al sole nascente – la notte era sfumata nell’alba e i due neanche se ne erano accorti.

Anon tornò a casa metaforicamente volando. Andò a letto sorridente. Si svegliò due ore dopo con un gran mal di testa, un sonno divorante e nessun ricordo della serata precedente. «Ecco, mi sono sbronzato di nuovo con l’olio motore» fu il suo primo pensiero. Poi gli tornò in mente Gravity, le sue curve sinuose, l’infinito nei suoi occhi e la noia nella sua trachea. Quasi si vergognò a ripensare alle boiate di cui avevano discusso la sera prima – spostare i palestinesi sulla Luna per risolvere la crisi del Medio Oriente, l’importanza della famiglia tradizionale in una società troppo prona al cambiamento acritico, il melone come alimento definitivo – e all’incanto con cui, nuovamente, nonostante la vuotezza, Anon rimembrava il suo tempo speso con Gravity.

«È possibile innamorarsi di una così?» si chiese il nostro eroe mentre preparava latte e cereali. «Può davvero essere speciale?». Finché erano insieme non c’era alcun dubbio: era lei quella giusta, troppo bella per lasciarsela sfuggire, troppo a lungo attesa e sognata, troppo incredibile. Lontana da lui, distante chilometri e ore di buio, Gravity sembrava invece tutta forma e niente sostanza – no, neanche: la sostanza c’era, ma ad Anon non interessava granché. Non bramava di rivederla né di sentire di nuovo la sua voce – anche se forse, senza il filtro La Russa, Gravity poteva riservare altre sorprese –, né si beava del ricordo. Schizofrenia pura.

«Woooooooooo!»

I due, ovviamente, si rividero la sera dopo. Furono, un’altra volta, le tre ore e trentasette minuti più belle della vita di Anon. Che tornò a casa, si mise a letto e si sentì incredibilmente solo. Il giorno seguente? Tutto come prima. Anon aveva trovato una ragazza speciale, solo non nel modo in cui se l’era immaginata: irrinunciabile quando erano insieme, irritante quando erano separati. Più che amore vero era fascinazione estetica, unita a un sottotesto di fastidio legato all’innegabile intelligenza di Gravity e alla sua assoluta incapacità di metterla a frutto in modi costruttivi. Amore, odio. Colpo di fulmine, spessore umano. Cicala, formica. Anon era confuso. Quantomeno vederla in 3D invece che solo nella foto profilo su Facebook faceva ogni volta il suo effetto.

E tu, caro amico lettore, sei cicala o formica?

«Io castoro». «Io rinoceronte»


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