La top ten dei film de paura che m’han fatto più de paura di tutti

Oggi esce nei cinemi italiani Non aprite quella porta 3D, un film misterioso e inquietante già dal titolo: è lui a essere in 3D o è la porta? Se la risposta è “la porta”, esistono anche porte in 2D, al di fuori di quelle di Super Mario? Ma comunque: visto che il film di John Luessenhop è tecnicamente un film de paura, anche se di fatto de paura ne fa poca se non niente, ed è piuttosto una glorificazione della bambolosissima Alexandra Daddario, qui in redazione s’è deciso di omaggiare il genere “film de paura” andando a tuffarsi nei ricordi di ciascuno e presentando una lista ragionata dei “film de paura che ci hanno fatto più de paura nella nostra vita”.

Prima di cominciare con i dieci titoli, urge una premessa. Eccola qui: “una premessa”. Ho fatto una certa fatica a stilare l’elenco in questione, il mio rapporto con l’horror è da sempre ambivalente, nel senso che quando ero piccolo mi faceva paura tutto e da quando sono grande non mi fa paura niente. E quindi qui sotto troverete pellicole che horror non sono ma che su un bambino seienne o decenne o simili com’ero io hanno avuto un effetto psicologico devastante, e pellicole che horror non sono ma che su un adulto smaliziato hanno comunque avuto un effetto psicologico devastante legato forse all’effetto sorpresa o più probabilmente al talento del regista.

(ci sono anche delle pellicole che horror sono, per fortuna)

Ciò detto, andiamo a cominciare, non prima di aver precisato che l’ordine in cui presento i film non è di merito, ma assolutamente casuale.

10. La creatura (Jean-Paul Ouellette, 1988)

Il primo film horror che vidi in vita mia, a casa di un mio compagno delle elementari, alla sua festa di compleanno, chiusi in soffitta, i genitori al piano di sotto, VHS sottratta dalla collezione del padre, mi piacerebbe dire birra e rutto libero ma a otto anni la birra mica te la danno, no?, e quindi niente, trattasi di horroraccio da quattro soldi tratto da Lovecraft (ma io mica lo sapevo, al tempo, chi fosse Lovecraft), del quale ricordo assolutamente nulla se non il terrore legato al fatto di trovarmi davanti a uno di quei famigerati “films del terrore” da cui i miei genitori cercavano di tenermi alla larga perché avevano paura che sarei finito alcolista e tossicodipendente a fare l’ospite non pagato al Costanzo Sciò. Era più il contesto, insomma, ma da allora non ho mai voluto rivederlo per paura di scoprire che non fa paura.

 9. Indiana Jones e il tempio maledetto (Steven Spielberg, 1984)

Tralasciamo il fatto che il film sostanzialmente COMINCI con Indy che mangia il cervello di una scimmia e che neanche a metà lui e Willie finiscano intrappolati in una stanza piena di insetti scrocchiolosi e Willie sia costretta a infilare il braccio in mezzo agli insetti scrocchiolosi per tirare una leva. Tralasciamo il fatto che il film parli di bambini drogati e costretti a lavorare come schiavi e di culti vudù tribali magici inquietanti. Soffermiamoci sulla foto qui sopra: c’è un tizio con un copricapo con le corna da bufalo e una testina urlante sofferente piantata sopra, e il tizio tiene in mano il cuore pulsante di un altro tizio, che il primo tizio ha estratto dal petto del secondo tizio mentre il secondo tizio era ancora vivo.

Film mainstream per ragazzi ≠ scena in cui a uno viene strappato il cuore!

SPOILER: la prima volta piansi di terrore.

8. Jurassic Park (Steven Spielberg, 1993)

Lo vedete Timmy in questa foto? Non è Timmy: SONO IO. Avevo dieci anni e una grande passione per i dinosauri quando andai al cinema a vedere il più grande film di tutti i tempi. Non sapevo cosa aspettarmi, se non tanta maestosità e un gran male alle dita a forza di tenerle incrociate sperando che qualcuno riuscisse davvero a clonare i dinosauri. Di certo non mi aspettavo che i raptor sapessero aprire le porte, né che il male alle dita sarebbe stato causato dallo stringere con veemenza il bracciolo della poltrona del cinema di San Giuliano Milanese. A distanza di vent’anni non mi fa più paura, ma Jurassic Park resta comunque il più grande film di tutti i tempi.

7. The Ring (Gore Verbinski, 2002)

Lo so, molto probabilmente è un film di merda. Lo so, l’originale giapponese è meglio. Lo so, qualcuno deve rubare tutti i filtri blu a Gore Verbinski e nasconderli in Canada sotto un ceppo di acero. Lo so, «sette giorni» è una roba che è nata già vecchia e buffa e non ha mai fatto paura a nessuno. Cosa ci posso fare, però, se quando uscì questo film io non ero né adulto né vaccinato e passai due ore immerso nel terrore più puro e inadulterato ed ero pure convinto che la bambina del cazzo sarebbe uscita dallo schermo cinematografò per uccidermi con la morte! È più o meno all’altezza di questo sciocco shock, peraltro, che ho smesso di avere davvero paura delle cose della paura; non so se The Ring ha rotto il giochino o che, fatto sta che il film blu di Verbinski avrà sempre un posticino nel mio cuore.

6. Mulholland Drive (David Lynch, 2002)

Sono arrivato a Mulholland Drive (e a Lynch in generale) partendo dal punto peggiore: Donnie Darko, che mi era stato venduto come «quel film che ti fotte il cervello e poi ridi e piangi insieme e ti commuovi ed è un sacco intelligente!» e che io invece definirei con parole che farebbero arrossire uno scaricatore di porto. Sono arrivato a Mulholland Drive per riprendermi: necessitavo di film spaccacervello per colmare il vuoto lasciato da Donnidarco. Non avevo idea di chi fosse Lynch né di che cinema facesse, a parte che avevo visto Dune e mi era piaciuto. Dell’effetto che mi fece la prima visione di Mulholland Drive ho già scritto qui, e preferirei non pensarci più, grazie.

5. L’esorcista (William Friedkin, 1973)

Anche nella classifica più ricercata e originale c’è posto per i grandi classici. Non credo di poter dire su questo film più di quanto chiunque altro abbia già detto in passato, né di poter descrivere al meglio, con semplici parole, il terrore che mi ispirò la prima visione, peraltro approcciata con lo spirito spavaldo di quello che «tanto ormai non ho più paura di nulla» salvo poi ritrovarmi a piagnucolare sul divano, e infatti sto cercando in tutti i modi di riempire questo spazio con parole vuote ma apparentemente ricche di significati giusto per dare una dignità a quella che altrimenti sarebbe solo un lungo elenco di parole a caso ippopotamo carota tregenda Foligno motoretta.

4. Rosemary’s Baby (Roman Polanski, 1968)

Sempre a proposito di classici, parliamo di un film di due ore e un quarto delle quali una e mezza dedite a nulla se non alla costruzione della tensione e mezz’ora/tre quarti d’ora – divisi tra la metà del film e il finale – in cui Polanski SE NE FOTTE, fa esplodere suddetta tensione e non ti molla più fino a che non finisci a implorare pietà oddio così è davvero troppo.

(nota a margine: fino all’ultimo, la scelta era tra questo e The Omen, visti la stessa sera uno di fila all’altro. Era buio, ero da solo in casa, c’era il vento, avevo voglia di classici, non ho dormito)

 3. Le colline hanno gli occhi (Alexandre Aja, 2006)

Esatto: il remake, non l’originale. Non credo che il remake sia un film migliore di quello di Craven, più che altro perché il valore e l’importanza dell’originale sopperiscono anche alle sue carenze tecniche e di ritmo mentre il remake altro non è se non un esercizio calligrafico che decontestualizza le tematiche attualissime della pellicola del ’77 e le mette al servizio di un “normale” torture porn con i mutanti.

Ma che io sia maledetto se non è un film della madonna, tesissimo, martellante, violento, senza compromessi né alcuna intenzione di trattenersi e/o piegare le sue scelte (narrative, concettuali, grafiche) alle esigenze del grande pubblico. Penso sinceramente che Aja sia un genietto, un talento enorme che è riuscito a distillare l’essenza di un classico dei suoi anni e trasformarlo in una storia senza tempo di violenza e… no, niente, solo di violenza. Ma il male allo stomaco che fa [SPOILER!] la scena dello stupro sulle figlie e della successiva crocefissione del padre di famiglia, poi.

2. The Descent (Neil Marshall, 2005)

In mezzo a grandi classici, horror che horror non sono ma fanno comunque paura, traumi infantili, scelte coraggiose, arriva finalmente quello che è semplicemente un horror moderno. Uno dei migliori degli ultimi anni – insieme a Wolf Creek e una serie di altre robe uscite dall’Australia –, sicuramente il più originale sotto molti punti di vista: un gruppo di donne come protagoniste, l’ambientazione speleologica, la scelta di spezzare il film nettamente in due (prima claustrofobia, poi claustrofobia con mostroni) e costruire così il crescendo di tensione, l’estremo realismo nel FARSIMALE delle nostre eroine. Praticamente un capolavoro, che quando è finito mi ha costretto ad aprire la finestra e respirare a pieni polmoni.

1. Dead Set (Yann Demange, 2008)

D’accordo, è una serie tv e a tratti fa parecchio ridere. A tratti, appunto, e piuttosto brevi: la storia di “gli zombie invadono la casa del Grande Fratello inglese”, per quanto ridicola possa sembrare come premessa, è qualcosa che nessun film di zombie da questo lato di George Romero è mai riuscito a eguagliare in termini di tensione, violenza, graficità (v. foto sopra), marciume, schifo e putredine. I temi sono gli stessi di ogni film di zombie che si rispetti: chi è il vero morto vivente, i peggiori siamo noi, se chiudi degli uomini in uno spazio ristretto finiranno per odiarsi e insultarsi. Ma è tutto trattato con un tale disprezzo per buon senso e buon gusto, con una tale ferocia, che sarà come la prima volta che avete visto La notte dei morti viventi. In più, c’è un bonus non da ridere: il miglior uso di Grace Kelly di Mika in una colonna sonora EVER.


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