Pensieri sparsi su Django Unchained.

Sopra: quest’uomo sta guardando Django Unchained.

A un certo punto durante l’ultimo film di Quentin Tarantino c’è una roba che esplode. È un momento gratuito, ridicolo, idiota e fuori luogo. Django Unchained è pieno di momenti gratuiti, ridicoli, idioti e fuori luogo.

Ce ne fosse uno meno che perfetto.

L’ultima parola della frase precedente è quella che sentirete più spesso riguardo a Django Unchained. In bene («È un film perfetto» nel senso che non c’è una sbavatura che sia una, da nessuna parte) e in male («È un film perfetto» nel senso che è costruito a tavolino, furbissimo, citazionista e paraculo). È distillato purissimo di Tarantino, con tutti i limiti del caso: se non vi piace l’uomo – Luca ha scritto altrove che «Tarantino ormai è un genere» – non sarà questo film a farvi cambiare idea. Se non vi piace l’uomo post-Kill Bill, ovvero il momento in cui QT smette di essere uno sperimentatore e diventa un autore, idem.

In tutti gli altri casi, siete belle persone e vi meritate tutto il bene del mondo.

Sopra: a Jonah Hill non è piaciuto Inglourious Basterds.

Mi è stato chiesto, dopo l’anteprima del film, di scrivere qualcosa di idiota sul film che facesse da contraltare alla molto più seria e interessante recensione ufficiale. Ho aperto la paginetta di WordPress per buttar giù due righe alle 10:07:32, sono le 11:02:15 e il massimo che ho prodotto sono frasi a caso e una foto di Jonah Hill a bocca aperta. Non è facile metabolizzare due ore e tre quarti di film così strapieno di roba e sputar fuori qualcosa di interessante, o di strutturato, una critica, un ragionamento, una roba con un filo logico. Quindi, siccome sono pigro e pavido, scelgo l’opzione più semplice e intellettualmente rilassante: lo zibaldone di pensieri random. Che poi assomiglia molto al metodo che ha il Tarantone di scrivere i suoi film, e dunque la mia è un’operazione sotto sotto molto intelligente e molto meta-. Comincio.

Vi diranno che è uno spaghetti western, sbagliando.

Almeno in parte. Da come era stato presentato su carta, pareva che Django Unchained dovesse essere un’operazione quasi calligrafica, Tarantino che ricalca le orme di Leone, Corbucci, Barboni. La versione pizza mafia mandolino di quello che i Coen hanno fatto con Il Grinta.

Bene: no. Non che manchino i riferimenti – stilistici, tematici, visivi – al genere, e anzi Django farà la felicità di quelli che «in fondo Tarantino ha sempre fatto western». Vero e falso insieme: Tarantino ha sempre sfruttato i tropes e i trucchetti del western per raccontare le sue storie, nell’uso dei silenzi, nella costruzione della tensione, nel caratterizzare i personaggi. Se è per questo ha sempre sfruttato anche tropes e trucchetti delle cinquanta sfumature di exploitation, che sia blaxploitation, carsploitation o quel che vi pare, eppure lavora da anni con budget milionari e nessuno si sognerebbe più di definirlo un vero regista di exploitation.

Sopra: exploitare i baffi di Brad Pitt.

Lo stesso Tarantello ha definito Django Unchained «un southern»; il che mi porta direttamente al punto successivo, ovvero.

Django è più una parodia di Via col vento
che un omaggio al Django di Corbucci.

Non sto dicendo che nel film manchino deserti, cactus, sfide all’OK Corral né sceriffi di piccoli paesini sperduti. Né i personaggi principali si allontanano troppo dallo stereotipo dei pistoleri ineffabili. Ma Django – con buona pace di Spike Lee – è un film che parla prima di tutto di razzismo, non nel senso di «ti dimostro perché era una cosa brutta e sbagliata» (quello è dato per scontato fin dalla prima scena), quanto nel senso di «sfotto sminuisco e ridicolizzo chi credeva davvero che i neri fossero inferiori ai bianchi»; ma soprattutto è un film che smonta il mito della schiavitù dorata, quell’idea affascinante, retrograda e pericolosissima per cui è possibile instaurare un rapporto servo/padrone che sia profittevole per entrambe le parti.

Calvin Candie, ovvero il Leo DiCaprio più barbuto della sua carriera, è l’epitome del dittatore presunto illuminato: ritiene i negri [sic] biologicamente inferiori giustificando questa mostruosità con la frenologia, ma ciononostante è non-sposato con una nera dalla bellezza travolgente, chiama per nome i suoi schiavi e i suoi combattenti, persino la sua tenuta di Candieland è governata non dai suoi capricci, ma dal senso pratico di un pazzesco Samuel L. Jackson. Sembra un paradiso: bianchi e neri che vivono insieme e collaborano per il bene comune, come a casa O’Hara; lo stesso Jackson è una feroce satira proprio della Mami di Via col vento: lo schiavo dalla lingua tagliente che il padrone vede come mentore, amico, padre putativo, donandogli un’illusione di libertà e infiocchettando la sua condizione di animale da soma con termini come “lealtà” e “fedeltà”.

[SPOILER: il vero villain del film, a conti fatti, è proprio SLJ, che per garantirsi una vita agiata e quel genere di potere che solo i lacché possono permettersi tradisce di fatto la sua gente, qualsiasi cosa questo possa voler dire]

L’America pre-Lincoln, dice Tarantino, non era un Paradiso in cui le uniche catene erano le gerarchie biologiche che ponevano i bianchi su un piano ontologicamente superiore ai neri. Il mito del bucolico Sud viene sputtanato, e l’intera America viene dipinta come una brutta copia dell’Europa, i suoi padroni pallide imitazioni dell’aristocrazia del Vecchio Continente: mentre a Versailles era tutto un «adieu» e un «baguette» e un «croissant», a Candieland si ama la Francia ma non si parla una parola di francese.

Also, «Alexandre Dumas was a nigger».

Sopra: Dumas Unchained.

The n-word e la questione Internet.

Questa è una questione più personale e più pericolosa. Qualcuno ha provato a contare il numero di volte che nel film si pronuncia la parola “nigger”. Ora:

• in Italia dare a qualcuno del “negro” è considerato maleducato, di pessimo gusto, volgare e condannabile.

• in America se la prendono molto di più.

• su Internet, soprattutto in quel lato oscuro di Internet, la parola “nigger” è una parola-chiave: insulto, complimento, provocazione, intercalare.

Risultato finale: per un bianco italiano che passa volente o nolente molto tempo su Internet e spesso vagando finisce in posti sbagliati e immorali, l’abuso della n-word in Django Unchained – soprattutto quando il computo totale supera il centinaio – smette di essere offensivo e diventa buffo. Come quando hai sette anni e scopri la parola “cazzo” e cominci a ripeterla all’infinito, tipo così: «Cazzo cazzo cazzo cazzo cazzo cazzo!». Al primo la mamma sgrana gli occhi. Al secondo ti dice di piantarla. Al terzo volano gli schiaffi. Al decimo sta ridendo pure lei, anche se non vorrebbe. Al centesimo, l’intera famiglia fino alla quarta generazione sta gridando «CAZZO!» e rotolandosi dalle risa.

Quel che voglio dire è: se l’intento di Tarantino fosse stato quello di sensibilizzare contro l’epiteto e provocare anche del fastidio nel pubblico sepolto da tempeste di «nigger», «blackie», «negro», Django sarebbe stato, almeno da quel punto di vista, un fallimento.

Se. Perché infatti.

«Say nigger again, nigger! I dare you! I double dare you motherfucker!».

Perché infatti. Django è una satira e una parodia.

E quindi lo scopo principale dell’abuso di parola con la n è, in ultima analisi, esattamente lo stesso dell’abuso di parola cazzo davanti alla mamma: far ridere in modo infantile ed esagerato. Liberandosi del fardello di un subplot romanticheggiante poetico riflessivo com’era quello di Melanie Laurent in Bastardi senza gloria, Tarantino si è ritrovato tra le mani due gradassi tamarrissimi e un film da portare avanti senza remore né freni, trasformando SPOILER il Ku Klux Klan in un gruppo di imbecilli che non vogliono cavalcare perché i cappucci bianchi coprono loro gli occhi (in quella che di fatto è una scena tagliata di Mezzogiorno e mezzo di fuoco – tra poco ci torno, su Mel Brooks), i bianchi del sud in un branco di contadini ignoranti che faticano a seguire l’inglese forbito di Christoph Waltz, la ricca sorella di Candie in un’isterica repressa che passa le giornate a suonare (male) l’arpa e accennare rapporti incestuosi con il fratello.

La differenza principale tra satira e parodia è che la prima fa star male, la seconda fa star bene. Tarantella se ne frega di prendere una direzione precisa: saltabecca tra i due stili senza soluzione di continuità, tanto che ogni volta che Samuel L. Jackson fa qualcosa si ride e poi si rimane con l’amaro in bocca, mentre ogni volta che compare un criminale random di quelli a cui Christoph Waltz spara in testa per incassare denaro si sa già che a fine scena si starà ridendo di cuore trovando inoltre conforto nella propria superiorità intellettuale.

È per questo che poco sopra citavo Mel Brooks, in particolare lo splendido Mel Brooks che decostruiva e satirizzava (?) i film di genere con operazioni affettuose, geniali, calligrafiche ma non all’eccesso, sempre dissacranti ma mai di cattivo gusto né vuote. Solo che lo fa modo suo, e cioè.

Sopra: così.

E cioè facendo trionfare il cinema tutto. E la violenza.

E non solo per il Django di Corbucci, la cui citazione più spudorata (l’ormai famigerato cameo di Franco Nero) è anche il momento più debole e scontato del film. Django Unchained è un tripudio di citazionismo spudorato ma mai becero. Ci si permette di sfottere la scena più famosa di Dirty Harry e di far incontrare sparatorie classiche, Tupac e James Brown in un mash-up spiazzante. Un paio di scene nel terzo atto sono cover blues di Scarface. C’è un momento in cui Samuel L. Jackson sfiora la citazione da Pulp Fiction. L’amata exploitation spunta da ogni poro della pellicola, arrivando anche a fare riferimento a casi clamorosi di exploitation ad alto budget (parole di Tarantino, non mie) come il Mandingo di Richard Fleischer. È una festa, e sapete cosa? Non stucca mai, perché ogni scelta ha un senso e ogni inquadratura/dialogo razzato preso in prestito dai Grandi è inserito nel contesto del film.

[per questo il cameo di Franco Nero fallisce: perché è gratuito]

[SPOILER per questo il cameo di Tarantino stesso fallisce in parte: perché è gratuito, in parte]

Persino la scelta di piazzare dell’hip hop in un film ambientato nel 1858 ha, almeno formalmente, senso: non è hip hop qualsiasi, è Tupac. Che poi a me Tupac faccia cagare e la scelta non sia piaciuta per niente è un altro discorso.

Sopra: e poi c’è questo.

Ovvero la violenza. Qui dirò una cosa diversa da quella che dicono tutti: di tutta la filmografia di Tarantino, Django Unchained è il più potabile da questo punto di vista. Non che la violenza manchi, o non sia disturbante almeno dal punto di vista psicologico: stiamo parlando di frustate su fanciulle, gente divorata da cani, occhi strappati dalle orbite. Ma rispetto al classico Tarantuccio qui manca un po’ di graficità – praticamente tutti i morti crepano à-la-western: pistolettata, sbuffo di sangue, ciao –, e anche per quel che riguarda il cervello vale in parte il discorso fatto sopra per la parola con la n: è talmente tanta, talmente pervasiva e talmente data per scontata nell’universo del film che  si finisce per considerarla parte dell’insieme tanto quanto il lessico ricercato di Christoph Waltz o gli occhiali da sole di Jamie Foxx.

Quando vidi Kill Bill per la prima volta faticai ad addormentarmi perché disturbato da scene come questa. Anche ieri sera ho faticato ad addormentarmi: l’adrenalina era tale e tanta nel mio corpo che. Non sto dicendo che dovete portare vostra nonna a vedere Django Unchained, ma chi descrive il film come «il più estremo mai girato da Tarantino» è, secondo me, molto fuori strada.

Sopra: far giocare Tarantino titolare contro Van Basten. QUESTO è estremo.

Altre cose a caso, molto velocemente.

1) Il film ci fa credere in maniera molto convincente che Django, schiavo liberato che vuole riconquistare la sua bella rapita dal cattivo Calvin e che per farlo si avvale dei servigi di un ineffabile cacciatore di taglie dall’accento tedesco, sia un eroe senza macchia. Che il loro mestiere («Uccidere dei bianchi e farmi pagare per questo») sia tutto sommato utile alla società. Che ci sia una netta divisione tra buoni e cattivi. Cazzate: per salvare la sua bella, Django uccide innocenti, rovina famiglie, tratta male i suoi fratelli. È una macchina da guerra, non un cavaliere su un cavallo bianco. In culo all’etica, ciò che interessa al Nostro è il risultato finale: cavalcare verso il tramonto in compagnia della sua bella.

2) A un certo punto compare Tom Savini. È in quel momento che ho pensato che non vedo l’ora di rivedere il film a casa, per poter mettere in pausa ogni tot e scoprire facce note nascoste tra la folla (voci di corridoio parlano per esempio della presenza di un Carradine a caso che io non ho beccato).

3) Non ho controprove, ma sono abbastanza convinto che una delle battute migliori del film sia improvvisata da Christoph Waltz. Il che mi consente di dire: dovendo scegliere il vincitore assoluto del film sarei in difficoltà. SONO TUTTI BRAVISSIMI.

4) Nella colonna sonora compaiono fianco a fianco Johnny Cash ed Elisa. È sicuramente l’atto più violento e intollerabile dell’intera carriera di Tarantino.

5) Kerry Washington non mi piace, in compenso Nichole Galicia è una roba che… ah ma l’ho già scritto sopra. Vabbe’.

6) Tarantino è ingrassatissimo.

7) Ho finito.


2 Risposte per "Pensieri sparsi su Django Unchained."

  • sparky97 :

    Christoph Waltz nei panni del dottor King Schultz è qualcosa di dannatamente meraviglioso!! :)

  • arachnia :

    Dopo aver finito di vedere il film ho avuto anche io pensieri sparsi del tipo:
    -questo film è perfetto (per l’appunto)
    -Tarantino è ingrassato alla grande (eggià)
    -cosa c’entra Elisa?
    -Di Caprio ha dato la sua migliore interpretazione ed è anche bello da far paura
    -Waltz è fenomenale

    Ecc, ecc, insomma tutte cose che hai scritto anche tu in quest’articolo, perciò direi che condivido queste opinioni in pieno e sono soddisfattissima di aver visto il film al cinema!

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