L’alba di una nuova era che ancora non era ma presto sarà: tante parole su cinema e videogiochi.

Una settimana fa è finita un’era. Forse non ve ne siete accorti, forse non avete notato nulla, forse vivete su Marte e non ce l’avete mai detto.

 «Ciao noi ce ne andiamo a fare il surf».

Una settimana fa è finito Twilight, tra la disperazione dei fan («Come faremo a vivere senza?»), la gioia dei detrattori («Come abbiamo fatto a vivere con?») e il delirio degli amanti dei funghetti allucinogeni («Come si definisce il momento preciso in cui da “con” siamo passati a “senza”?»). Oltre che, naturalmente, le grida di dolore di produttori, registi, attori e addetti ai lavori vari, giù giù fino ai giornalisti: tutta gente che fa propria la mozione “come faremo a vivere senza”.

I primi a reagire, naturalmente, sono stati gli studios, già in cerca dell’erede di Twilight, un’altra saga che possa catalizzare così tanta attenzione, così tanto pubblico e così tanti soldi. Quasi contemporaneamente, in quella che sembra coincidenza ma non è serve a darti l’allegria, sono spuntati come funghi una serie di progetti di film tratti da videogiochi famosi: Assassin’s Creed, Splinter Cell, Mass Effect, persino Deus Ex. Sembra solo l’ennesima infornata di idee destinate a fallire sulla scia dei vari Prince of Persia e Silent Hill, è in realtà il tentativo – complicato ma fattibile – non tanto di trovare il successore della saga con Cedric Diggory vampiro, quanto di creare un nuovo mercato e un nuovo fenomeno di portata e importanza analoga.

Mi spiego.

Sopra: tipo così.

L’illusione più grande che la fine di Twilight si è portata dietro è quella che possa effettivamente esistere un erede di Twilight. Non succederà. Il motivo? Prendete la saga della Meyer e, per restare in territorio “casi clamorosi di successo planetario”, quella di Harry Potter. L’epopea firmata J.K. Rowling è un romanzo di formazione lungo sette libri, che si distingue dal romanzo di formazione classico per l’elemento soprannaturale. La magia di Harry Potter è del tipo più semplice che esista: ce l’hai o non ce l’hai, e chi ce l’ha si muove in territorio «fa la magia tutto quel che vuoi tu bibbidi bobbidi bù». I maghi e le streghe dei romanzi su Potter sono l’incarnazione di tutte le nostre fantasie di bambini: diventano invisibili, volano, fanno innamorare con una pozione magica. Mixare questi presupposti con la parabola classica di un disadattato che trova finalmente la sua strada è stata la ricetta vincente di Harry Potter.

Analogo discorso vale per Twilight: una storia d’amore vecchio stile, in cui l’uomo protegge la donna e l’amore è eterno e immutabile, viene virata al vampirico, sfruttando così l’unica icona horror che abbia un elemento di sensualità e per la quale non scatta un senso di ripugnanza ma di fascinazione. È così che la Meyer ha catturato una vasta platea di persone normalmente respinte da tutto ciò che è fantasy.

Se guardiamo i presunti eredi, invece, è chiaro che la semplicità non è di casa. Beautiful Creatures mischia la cultura delle streghe in stile Salem con il manicheismo luce/buio, la comunicazione tra vivi e morti, creature a metà tra religione e folklore come i succubi. Warm Bodies è Twilight con gli zombie; che li puoi ripulire quanto vuoi, ma a fine giornata restano comunque dei cadaveri putrefatti che camminano e si nutrono di cervelli. L’ospite non ne parliamo: alieni, schizofrenia, controllo della mente. Persino Hunger Games, che in tempi di crisi economica poteva avere una cittadinanza nei cuori dei più attenti, resta comunque una saga distopic e post-apocalittica in cui degli adolescenti si ammazzano. È la capacità di identificarsi nei personaggi a vendere davvero una saga, e non mi sembra che i presunti eredi possano farcela.

Sopra: e poi c’è questo.

E poi, appunto, c’è questo: la fanbase twilightiana e quella potteriana sono state spremute in abbondanza in questi anni, e per quel che riguarda i vampiri che scintillano non siamo ancora alla fine, tra edizioni home video, cofanetti e, chissà, un giorno, magari, un parco dei divertimenti o roba simile. Investire denaro per convincere gente che s’è già prosciugata a farsi prosciugare da qualcos’altro non è la strategia migliore.

Ecco perché i più furbi hanno pensato di rivolgersi altrove, e piuttosto che provare a intercettare un pubblico già esausto hanno deciso di crearselo loro, da zero. L’industria del videogioco è la scelta più logica, per una serie di motivi:

fattura più di quella del cinema, e per quanto adesso si pianga crisi anche tra gli sviluppatori, siamo alla vigilia di una nuova generazione di console, che darà una nuova botta (in positivo) al mercato;

è ampia quanto quella del cinema se non di più, e soprattutto

• è composta di gente che ha dimostrato di non avere problemi a spendere per inseguire la propria passione; ed è composta di gente che

è variegata, frammentata, non univoca e tendenzialmente solitaria: i videogiochi si giocano in salotto, non al cinema, e per quanto qualsiasi gamer senta di far parte di una comunità, gli spazi di incontro e confronto – soprattutto in Italia – sono ancora carenti. La sala cinematografica, come luogo e come simbolo, potrebbe diventare un nuovo nucleo di aggregazione, o quantomeno un posto dove porti tanta gente che sborsa tanti soldi per te;

• più importante di tutto il resto, il rapporto tra gamers e Hollywood è pessimo, e i videogiocatori si sentono defraudati e presi in giro dai prodotti pensati per loro e usciti negli ultimi anni. Sul perché ho già scritto un paio di cose in passato, ma l’estrema sintesi è: nella transizione tra un medium e l’altro, gli studios si sono appropriati di nomi, storie ed estetica superficiale, senza mai cogliere l’essenza di cos’è un videogioco e senza idea di come tradurla in qualcosa di cinematograficamente valido.

Resident Evil è diventato presto un action con i mostri. Silent Hill si è perso dopo un ottimo primo capitolo. Prince of Persia era I pirati dei caraibi nel deserto e senza carisma. Paradossalmente, i film che hanno saputo parlare di videogiochi e soprattutto come i videogiochi sono robe non tratte da IP già esistenti: Crank, Speed Racer, Sucker Punch (che i risultati non siano eccezionali, come dimostra il film di Snyder, è un altro problema).

Sopra: un film brutto.

È giunto il momento, insomma, non solo di fare davvero dei film tratti da videogiochi, ma soprattutto di capirli, questi videogiochi, e coglierne le specificità e i linguaggi peculiari. Ora, io sono per mia stessa natura ottimista e fiducioso, e a giudicare dai progetti annunciati credo ci sia spazio per un po’ di speranza.

Sulla carta, Hollywood sembra aver capito che story is king, e che la mentalità secondo cui i videogiochi sono “dieci ore di gente che spara agli insettoni spaziali” è vetusta e superata. Splinter Cell e Assassin’s Creed hanno lo stesso potenziale di Caccia a ottobre rosso (non a caso dietro a entrambi c’è Tom Clancy) e Il codice da Vinci (non a caso dietro a entrambi ci sono i templari), e hanno personaggi eccezionali, carismatici e soprattutto già scritti; e infatti per i rispettivi film sono stati coattati due nomi grossi ma di talento come Tom Hardy e Michael Fassbender. Deus Ex è cyberpunk purissimo con suggestioni cronenberghiane (carne, metallo, innesti, genetica) e sottotesti politici. Bioshock, ahimè in standby da qualche tempo, è una distopia ispirata alle opere di Ayn Rand e che propone un’idea di società alternativa a quella capitalista e a quella comunista, senza dimenticarsi di esplorare il libero arbitrio. Di Mass Effect ho già detto qui, e vado oltre proclamandolo “lo Star Wars della nostra generazione”.

Da non sottovalutare il fatto che la potenza di fuoco delle moderne software house ha consentito loro di sopravanzare gli Studios: è recente, per esempio, la notizia che Ubisoft manterrà il controllo creativo totale su tutti i film tratti dai suoi giochi, allo scopo di tenere d’occhio Hollywood e dare la direzione giusta ai progetti.

«Ti tengo d’occhio, HOLLYWOOD».

C’è infine il potenziale spettacolare di questi prodotti, che se tradotto efficacemente potrebbe essere la marcia in più per riportare l’ampia platea dei nerd al cinema.

(parentesi: odio l’utilizzo del termine “nerd” per indicare una categoria ampia e assolutamente non omogenea, ma è indubbio che l’espressione sia efficace e sintetica a sufficienza da poter funzionare)

Perché un videogiocatore dovrebbe abbandonare il suo 50” con impianto Dolby e vibromassaggiatore incorporato nello schienale del divano per uscire al freddo, sbrinare il parabrezza dell’auto, farsi venti minuti di tangenziale, trovare parcheggio fuori dal multisala, pagare 5€ un pacchetto di caramelle e 13€ di biglietto per vedersi un film che probabilmente si trova da scaricare da Torrent già da un paio di settimane e in qualità ottima? Semplice: per godersi cose come queste su uno schermo gigante. I gamers amano lo spettacolo e la ricchezza visiva, che se coniugata a uno script degno, ad attori di livello e a una regia interessante può davvero portare una nuova rivoluzione (almeno estetica) nel cinema pop – e non solo: quando anche gli Autori Con La A Maiuscola si toglieranno il naso dal culcappotto e abbracceranno la rivoluzione potremo puntare al nostro Avengers, al nostro Excalibur, al nostro Atto di forza.

Sopra: oppure Miyazaki fa un film su Journey.

Ciò detto, di cosa stiamo parlando? Qui sotto ho elencato tutti i progetti che sono stati annunciati in quest’ultimo periodo, affiancandoli a un’infallibile e rigorosa previsione sulla qualità di questi film e sul loro successo al botteghino. Prendi appunti, Hollywood, perché non mi ripeterò.

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Assassin’s Creed

Cos’è: le storie incrociate di un membro della setta degli Assassini e del suo moderno discendente Desmond, entrambi impegnati in una battaglia contro i Templari risalente alla creazione del mondo, per il possesso di un artefatto assaje potente, e poi in mezzo ci sono gli dèi, l’astrologia, la genetica, il gruppo Bilderberg, il Papa che spara missili e più in generale una compilation di tutto il complottismo del pianeta che al confronto Dan Brown è una persona razionale.

Chi lo fa: finora si sa solo di Michael Fassbender che interpreterà il protagonista Ezio Auditore da Firenze.

[esatto: l'attenta ricostruzione storica che Ubisoft ha messo in piedi per il secondo e splendido capitolo della saga (nonché le due espansioni) abbraccia l'Italia rinascimentale da Firenze a Roma, da Venezia a Forlì, con risultati esteticamente e filologicamente impressionanti. Credo sia grazie ad Assassin's Creed che molti americani hanno scoperto l'esistenza di cose come "la Toscana", "la Cappella Sistina", "il Papa"]

Ezio è un personaggio carismatico, divertente, spesso se non sempre arrapato e spesso se non sempre sarcastico. Ride e scherza di più della media del Fassbender, ma a quello un bravo attore sa rimediare. Ancora nessuna notizia, invece, su regista, sceneggiatore, sceneggiatura e resto del cast.

Perché potrebbe funzionare: la storia è già scritta, si tratta solo di adattarla. L’ambientazione è già pronta e familiare. Ezio è un parkourista ante litteram, e il parkour al cinema funziona da Dio.

Perché potrebbe non funzionare: l’universo di AssCreed è talmente vasto, complesso e afferente a più o meno tutto ciò che tiene in vita un programma come Voyager che il rischio dell’impepata di cozze è sempre dietro l’angolo.

Andrà bene o male? Bene ma non benissimo. La fanbase è ampia e accorrerà in massa a goderselo, ma d’altra parte il film, apripista di questa nuova tendenza, sarà riuscito solo a metà: visivamente spettacolare, fallirà in fase di scrittura, stimolando gli studios a fare ancora più attenzione agli script da lì in avanti.

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Splinter Cell

Cos’è: Sam Fisher è una superspia creata da Tom Clancy, una versione stipendiata dal governo di Batman, silenzioso, letale, con più gadget di un coltellino svizzero. Di solito si sbatte tra cospirazioni, bombe inesplose, veleni letali e quelle cose lì che fanno felici i terroristi e incazzare quelli che ce l’hanno con i terroristi. L’ultima versione videoludica di Sam Fisher, peraltro, risente fortemente dell’immancabile influenza nolaniana: Sam è vecchio, ha la barba, è depresso.

Chi lo fa: Tom Hardy, a dare continuità al discorso di prima su Nolan. È più giovane e più torello di quello che uno si immaginerebbe pensando a Sam Fisher (l’ideale era coinvolgere George Clooney, ma dice che doveva prendere un caffè prima), il che potrebbe far pensare a una sorta di origin story, o comunque a una sceneggiatura originale e ambientata nell’universo di Fisher ben prima delle vicende narrate nei videogiochi.

Perché potrebbe funzionare: perché si scrive da solo, perché il personaggio esce da un libro ed è quindi già pronto al salto in sceneggiatura, perché la saga è sempre stata molto parolosa e dialogata evitando così il rischio del “do al mio protagonista una personalità la cui assenza era ciò che rendeva interessante il gioco per via di quella roba dell’identificazione”.

Perché potrebbe non funzionare: onestamente, l’unico modo per sbagliare un film su Splinter Cell è impegnandosi e facendolo apposta, tipo «sai che c’è? Io faccio una merda PERCHÉ MI FA RIDERE».

Andrà bene o male? Benissimo. Sarà per Tom Hardy quello che Hitman non è stato per Timothy Olyphant, e darà il via a una nuova tri/quadri/penta/ottocentomilalogia che sostituirà Bourne nei cuori dei fan di Bourne.

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Mass Effect

Cos’è: la space opera perfetta. C’è tutto: un universo dettagliatissimo, credibile e originale, decine di razze aliene ciascuna caratterizzata alla perfezione, personaggi indimenticabili come il signore qui sopra, un’astronave che resta nel cuore quanto il Millennium Falcon, sparatorie, politica, tradimenti, esobiologia, enormi paesaggi, romance, amicizia, il destino della galassia, il comandante Shepard. Quando dico che è lo Star Wars della nostra generazione non sto esagerando.

Chi lo fa: per ora si conosce il nome dello sceneggiatore e poco altro. Sarà fondamentale capire chi farà Shepard e, soprattutto, chi dirigerà il film – o i film, che potrebbero o non potrebbero essere tratti dai giochi. L’alternativa è una storia originale ambientata in quell’universo, il che sarebbe una mezza delusione tutto sommato, dal momento che con lo script dei tre giochi si potrebbero girare tre film di livello assoluto.

Perché potrebbe funzionare: perché chiunque ci lavorerà avrà per le mani tutti gli ingredienti per qualcosa di memorabile. Basta attenersi a quanto già raccontato finora su XBox e Playstation per fare il botto.

Perché potrebbe non funzionare: per il rischio-pasticcio. Troppa sintesi, troppi tagli, troppe aggiunte, non lo so, le possibilità di errore o banalizzazione sono tali e tante che tremo al solo pensarci.

Andrà bene o male? La mia natura ottimista e il mio amore sconfinato per la saga mi fanno sperare nel botto del secolo, ma conoscendo il trattamento riservato alla sci-fi classica a Hollywood mi sento di scommettere sul flop non solo di pubblico, ma anche qualitativo.

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Deus Ex

Cos’è: una storia gibsoniana ambientata in un universo cyberpunk nel quale gli innesti (genetici e meccanici) sono una realtà riservata ai ricchi e gli strati più poveri della popolazione muoiono come mosche a causa della fragilità insita nel loro guscio umano. È una storia di rivoluzioni e una metafora sul potere della conoscenza e sulla forza della comunicazione e della propaganda, oltre che una critica nemmeno tanto velata alle multinazionali e alla ricerca scientifica subordinata al profitto.

Chi lo fa: due autoproclamati fan del gioco, gli sceneggiatori di Sinister e L’esorcismo di Emily Rose Scott Derrickson e Robert Cargill. Derrickson, tra l’altro, dirigerà anche. Ancora nessuna notizia su chi interpreterà il protagonista Adam Jensen.

Perché potrebbe funzionare: il gioco fonde alla perfezione azione à-la-Matrix e spunti filosofici, sociologici e politici, con un’estetica cyberpunk finalmente originale nonostante qualche inevitabile riferimento a Blade Runner. La storia è centrale nell’ultimo capitolo della saga, che è poi quello che diventerà film: non dovrebbe essere difficile adattarla a uno script hollywoodiano.

Perché potrebbe non funzionare: il protagonista dovrà avere carisma e fascino, e al momento non mi vengono in mente nomi efficaci se non una versione meno gigiona e più seriosa di Robert Downey Jr. Inoltre, il rischio di pastrocchio centrato troppo sul lato action è presente.

Andrà bene o male? Io dico che il film sarà un gioiello, ma nessuno se lo cagherà, finendo per relegare Deus Ex nel limbo dei “potrei, ma nessuno se n’è accorto”. Tra cinque anni il titolo verrà associato alla parola “cult” o “gemma sconosciuta” o variazioni sul tema, e noi piangeremo accarezzando il Blu-ray con la confezione dorata, in edizione limitata, con gli adesivini e le spillette dentro e pure un poster che alla fine non ho mai fatto incorniciare per pigrizia.

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Wolfenstein

Cos’è: la versione stupida di una roba con i nazisti, nella quale Hitler è un mech con le mitragliatrici al posto delle braccia.

Chi lo fa: Roger Avary, sceneggiatore di Pulp Fiction.

Perché potrebbe funzionare: ehi, avete letto quello che ho scritto sopra? Nazisti + Satana + MechaHitler + lo sceneggiatore di Tarantino.

Perché potrebbe non funzionare: o lo cancellano in qualche modo, oppure non esiste che non funzioni.

Andrà bene o male? Io al cinema una decina di volte a vederlo ci tornerò, a prescindere, giusto per fare il mio.

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Il resto,
ovvero è un’invasione

Su Shadow of the Colossus ho già detto la mia. Sull’adattamento di Asteroids non credo valga la pena soffermarsi. Il futuro di Silent Hill è ormai sputtanato dal tremendo secondo film, mentre quello di Resident Evil sta per diventare passato, e comunque la saga ha smesso di essere “un film tratto dal videogioco” già dal terzo capitolo. Bioshock finché non lo vedo non ci credo, e lo stesso vale per Uncharted, che potrebbe essere il nuovo Indiana Jones se solo si decidessero a ingaggiare Nathan Fillion. Su Halo mi sento di scommettere: potrebbe essere la volta buona, dopo che Peter Jackson ha dovuto abbandonare il progetto, il progetto stesso è cascato nel development hell ma d’altra parte è spuntato un nuovo capitolo e Master Chief è tornato di moda.

Infine, visto che karma’s a bitch e la vita è una ruota e bla bla, ci sarebbe l’annunciato reboot di Tomb Raider, firmato dallo stesso team del primo Iron Man. I primi due film basati sul personaggio di Lara Croft sono ancora oggi l’epitome di come non si fa un film tratto da un videogioco: Lara era un’eroina ridicola che giocava molto sul fascino gattesco di Angelina Jolie (un controsenso per un’archeologa abituata a scavare nelle rovine e a sporcarsi le mani con la polvere delle ere), le trame erano idiote, la regia indecente nel suo sfruttare un’estetica da direct-to-video piuttosto che da videogioco per inscenare sequenze action da quattro soldi. Da lì ai vari Alone in the Dark, Blood Rayne e Street Fighter il passo era brevissimo. Se questo reboot dovesse invece funzionare, sarebbe un riscatto per uno dei personaggi più importanti della storia dei videogiochi e per il genere tutto, oltre che un importante trampolino di lancio per una nuova tendenza potenzialmente devastante per il mercato.

Sempre che, come si legge in giro, non la facciano interpretare DAVVERO a Kim Kardashian.


6 Risposte per "L’alba di una nuova era che ancora non era ma presto sarà: tante parole su cinema e videogiochi."

  • spygamer :

    Buongiorno sig. Ferrari, non per contraddirla ma è sicuro che Tom Clancy ha collaborato alla stesura dello script di Assassin’s Creed?

    In ogni caso gli adattamenti di un prodotto videoludico (o di arte digitale interattiva se proprio vogliamo chiamarli per una volta con un nome non da “giochino”) non li ho mai digeriti, ma per un semplice motivo: a differenza di un romanzo ad esempio (fatto di sola parola scritta), i videogiochi sono già prodotti su apparecchi che funzionano per immagini in movimento, con un proprio preciso carattere e con una durata indefinita dipendente esclusivamente dall’abilità (o dalla voglia) di chi ci interagisce. Interazione che manca del tutto al cinema inteso in senso classico (alcune videoinstallazioni artistiche permettono questa possibilità), e a mio avviso questa lacuna (o pregio) non potrà mai essere colmata nemmeno con una sceneggiatura ad orologeria scritta da Aaron Sorkin o Tonino Guerra.

    Pertanto la vedo solo come una mera corsa (come evidenziato bene da un’immagine del suo articolo) al soldo facile, con aspirazioni artistiche pari allo zero o poco più.

  • Al volo: citando Clancy mi riferivo a Splinter Cell :)

  • peacesold13r :

    Dico solo che una volta, di anno in anno, ti potevi lasciar stupire ora da un libro, ora da un film e, perché no, da un videogioco. Tutto creava attesa, tutto ti permetteva di estraniarti e vagare in un mondo creato per te.

    Questo si è perso. Ora leggi un libro e sai già che l’anno dopo ne faranno un film, tra cinema e videogiochi ormai non c’è molta differenza quanto a “profondità emotiva”. Grande computer grafica e via.
    Non c’è più un’altra realtà, solo un limbo di stupidità in cui ci piace sempre più immergerci. È piatto l’orizzonte artistico.

  • arachnia :

    Ottimo articolo! La parte su Splinter Cell mi ha fatto scompisciare e le analisi sulle varie saghe generazionali è lucida e onesta. Se nella rivista si fosse dato anche un voto più consono (quindi virato al basso) alle suddette saghe, sarei stata più contenta ma mi accontenterò!

  • @arachnia: sono felice ti sia piaciuto il pezzo, per quel che riguarda il voto alle saghe ricorda sempre che in redazione siamo più teste diverse e ciascuno ha la sua visione delle cose. Le avessi dovute trattare io secondo i miei gusti e la mia visione del cinema non sarebbero state giudicate così :-)

  • arachnia :

    Ecco, preso l’argomento colgo l’occasione per scusarmi qua del mio commento fuori dalle righe scritto in appendice alla tua recensione de lo Hobbit (mi sa che dovrei farlo principalmente là, in effetti!). Sai com’è, la sindrome premestruale e il nervosismo accumulato dopo il lavoro fanno fare questo ed altro e mi sento in colpa!
    Sono anche d’accordo con la maggior parte delle considerazioni da te fatte sul film suddetto, è che purtroppo proprio non mi va giù che su una rivista che tanto adoro venga dato invece 4/5 a Breaking Dawn 1 o venga detto bene di altri film di tale genere, diciamo abbastanza discutibili. Il problema è proprio il confronto con voti dati ad altre pellicole, più che il giudizio in sé su un unico film. Capisco però, come tu stesso dici, che una rivista sia fatta da diverse persone e se si dovessero mettere d’accordo tutti, uscirebbe ogni 6 mesi anziché 1. D’ora in poi, quindi, nel leggere le vostre recensioni farò più caso ai nomi di chi le firma e capirò così meglio se sono in linea con i miei gusti o meno, così siamo tutti contenti! :D

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