Lasciateci in pace. O: la strage di Aurora non c’entra nulla con Batman.

Quel che è successo a Denver venerdì scorso lo sapete tutti.

È una [tragedia/dramma/disastro/tragico fatto di cronaca] su cui non val la pena sciacallare: sono morte delle persone, un’altra ancora ha perso completamente il contatto con la realtà al punto da disseminare casa sua di trappole esplosive e da decidere di aprire il fuoco su un gruppo di innocenti ed è, nel contesto di una società civile, morta tanto quanto le persone a cui ha sparato. È, potrebbe essere, un’ottima occasione per mettere in discussione il diritto all’acquisto di armi da fuoco da parte dei cittadini americani (per comprarne una servono «dieci minuti di background check dei loro precedenti penali e poi gliela vendo, la pistola» raccontava un negoziante di Denver al TG l’altra sera), riflettere sulla differenza tra “sicurezza sul suolo nazionale” e “homeland security” invece che strillare istantaneamente al terrorismo, magari anche semplicemente stare zitti, limitarsi a riportare la cronaca dei fatti ed evitare approfondimenti tipo “LE FOTO DELLA CASA DEL KILLER”, che, dati e pareri degli esperti alla mano, sono tra l’altro il modo migliore per spingere qualche altro pazzo all’emulazione.

Invece no. Invece bisogna farlo passare per un avvenimento strettamente legato al cinema, all’industria dell’intrattenimento in generale e ai rischi a essa connessi. Con il rischio, anche, di fare figuracce.

L’ultima in ordine di tempo è di un importante quotidiano nazionale di cui non farò il nome, che ha tipo oggi scritto questa cosa. Cosa la quale è rimbalzata tramite Twitter fino a Neil Gaiman stesso, il quale ha risposto così, ridicolizzandoci – come se ce ne fosse bisogno – di fronte al mondo intero.

Non è tanto il fatto che il giornalista apostrofi Gaiman come «il papà di Batman» (SPOILER: l’autore di Sandman ha scritto UNA storia dell’Uomo Pipistrello, nella sua vita), quanto quel che viene dopo a turbare. «È il papà [...] della follia di un fuoricorso di neuroscienze che ha macchiato di sangue perfino il sogno dei supereroi». Traduzione: quello lì ha ucciso la gente perché guardava i film violenti. In altre parole, la solita reductio ad videogiocum in azione.

Il signor giornalista non è solo. Da venerdì a oggi ci siamo dovuti sorbire

• un reporter della ABC che racconta: «There’s a Jim Holmes of Aurora, Colorado, page on the Colorado Tea Party site as well, talking about him joining the Tea Party last year». Come a dire, la colpa è della politica!

• un senatore texano che a domanda risponde: «You know what really gets me, as a Christian, is to see the ongoing attacks on Judeo-Christian beliefs, and then some senseless crazy act of a derelict takes place». Come a dire, la colpa è della religione (carenza di)!

E poi ovviamente i migliori, tipo

• uno psicologo che afferma: «Teenage psychopaths get inspired by and want to make it real». Come a dire, la colpa è dei videogiochi! E pensate un po’, a lui fa eco anche il nostro

• Gad Lerner, che scrive questa roba completamente scentrata in cui parla dei videogiochi come di “simulatori di omicidio” e, come logica e luddistica conseguenza, punta il dito contro la tecnologia tutta!

• ovviamente, ci sono anche il 90% dei media italiani che, a notizie non ancora confermate, gridavano già «l’attentatore era vestito come il cattivo del film di Batman! AVEVA LA PISTOLA E LA MASCHERA ANTIGAS!». Al solito, come valeva anche per la storia di Gaiman, dieci minuti di ricerca fonti potevano aiutare a non fare figure.

Al di là dello squallido sciacallaggio di chi è già dietro a cercare colpevoli remoti e cause indirette per un gesto di follia invece che chiudersi in un rispettoso silenzio, discorsi di questo tipo portano inevitabilmente conseguenze anche gravi sui soggetti trattati – nello specifico, l’industria dell’intrattenimento. Ci sono, come sempre in questi casi, delle cose da avere ben chiare per non parlare a caso.

1) Quel che è successo ad Aurora non ha nulla a che fare con il mondo del cinema

A giudicare dai titoloni dei nostri quotidiani nazionali, questo concetto così basilare non è per nulla chiaro. Un tizio con indosso una maschera antigas e una pistola in pugno si presenta in un luogo affollato (un cinema, il venerdì sera, con l’anteprima nazionale di un film attesissimo), lancia dei lacrimogeni e poi spara per uccidere. Sapete cosa fanno i lacrimogeni, se non ci si protegge? Fanno LACRIMARE. Sapete qual è un ottimo modo per evitare di subirne gli effetti? Indossare una maschera antigas. Sapete cosa NON indossa Bane nel film? Una maschera antigas. E sapete che armi NON impugna? Esatto, pistole. Se invece di un’anteprima cinematografica il luogo della tragedia fosse stato lo stadio dei Denver Nuggets il killer avrebbe agito diversamente, si sarebbe vestito con una una canotta da basket e un pallone esplosivo? E ora saremmo qui a dare la colpa al basket, sport violento per eccellenza?

Appunto.

Quello che è successo ad Aurora è un fatto tragico, di quelli che purtroppo accadono con cadenza regolare in America e sono soprattutto legati a una certa politica lassista nei confronti delle armi e ai problemi (psicologici? Sociologici? Non lo so e non voglio ipotizzare nulla) di un singolo. Lasciate in pace il cinema, per favore: il ragazzo che ha sparato ha solo scelto il luogo più logico per compiere una strage.

2) Giù le mani dagli hobby del signor Holmes

«Holmes era un fan dei videogiochi violenti/aveva un’immensa collezione di snuff movies/era solito torturare gattini come spiegato in un rarissimo fumetto giapponese da cui lui era ossessionato/leggeva solo romanzi di De Sade». Ah no, scusate, errore mio: i romanzi, in quest’equazione, non c’entrano mai: loro sono ancora nobili. Sono piuttosto i fumetti, i film, i videogiochi a generare la violenza, l’emulazione, l’ispirazione. Lo dice anche Lerner, no?

«Il denominatore comune si trova nella tecnologia che rende facile perpetrare una strage e ti consente di immaginarla prima, pianificandola su uno schermo in cui crei la tua realtà virtuale»

Certo. Nerone prima di bruciare Roma aveva pianificato l’incendio alla perfezione grazie all’utilizzo di iPiromane, applicazione per iPhone amata dalla gente che ama bruciare capitali di imperi nel tempo libero. Come d’altra parte Eric Harris e Dylan Klebold amavano il metal e di conseguenza adoravano il diavolo. Lo sanno tutti.

STRONZATE.

E mi perdonerete il francese ma – e forse qui a parlare è il nerd che è in me, quello che tra tre ore stacca dall’ufficio e va a casa a giocare a GTA – ci siamo stufati dei capri espiatori, delle giustificazioni, dell’attenzione spostata da ciò che conta a ciò che fa da contorno. Ci siamo stufati di dover leggere, nemmeno un’ora dopo le prime terribili notizie dall’America, che «il killer ha esclamato: “Io sono il Joker” prima di aprire il fuoco» o che «a casa sua è stata trovata un’immensa collezione dei videogiochi del genere Call of Duty» (questa purtroppo non ricordo dove l’ho recuperata, ma giuro che c’era). Non solo sono bugie sensazionalistiche, non solo il più basilare buonsenso dimostra che l’equazione “fruitore di intrattenimento violento => persona violenta e propensa a compiere stragi il venerdì sera” è completamente sbagliata, ma la stessa scienza, lo strumento più oggettivo che abbiamo a disposizione dà contro a questi sciacalli, versione moderna dei cacciatori di streghe prezzolati dall’Inquisizione.

Dopodiché, è chiaro che per uno studio che dimostra A ne possono uscire dieci che dimostrano non-A e che spiegano, con numeri e statistiche, come in realtà i videogiochi violenti facciano il ragazzo violento. Ed è altrettanto chiaro che, per quanto uno possa essere aperto di mente, non è difficile capire che un bambino di dieci anni che si ritrova tra le mani il Dvd di Human Centipede potrebbe non vivere un’esperienza esattamente idilliaca, e potrebbe rimanerne negativamente colpito e la sua anima coprirsi di cicatrici indelebili per tutta la vita. È per questo che esiste il rated-R, che esiste la parental guidance, che esiste il lasciare la responsabilità dell’educazione di un giovane ai suoi genitori, ai suoi educatori, a che ne so, LA ZIA o IL CANE.

3) Guardiamo in faccia la realtà

Avere a disposizione un “simulatore di stragi di massa” come dice Lerner non ti rende un serial killer, non più di quanto Apollo 13 ti renda un astronauta o Pomi d’ottone e manici di scopa un letto a baldacchino.

E allora perché l’equazione è così diffusa, sulla stampa, in tv, nei commenti di chi sa tutto? Perché, nonostante millenni di evoluzione, per certi versi non siamo ancora usciti dalle caverne nelle quali ci rifugiavamo, terrorizzati, durante una tempesta devastante. Ci sono i lampi, ci sono i tuoni, non capiamo cosa siano? È sicuramente colpa di un dio cattivo che ci sta punendo. C’è la carestia e i nostri raccolti muoiono? È sicuramente colpa di quella donna strana che vive da sola con i suoi libri e studia, di conseguenza, LA STREGONERIA. C’è un pazzo che ammazza dodici persone a Denver? È sicuramente colpa dei suoi hobby.

Viviamo in un mondo, in un Paese soprattutto, in cui la cultura, almeno quella che gode di maggiore esposizione, è in mano a un’intelligencija stantìa e retrograda, che fatica a riconoscere a un fumetto il suo valore letterario, che considera i film – almeno quelli che non comprendono Margherita Buy che urla in un tinello – un passatempo appena tollerabile (vi ricordate cosa scrissero di Hunger Games?) e per cui i videogiochi sono uno strumento del Dimonio. I pareri illuminati post-stragi del venerdì sera provengono da persone convinte che la gente giochi a Hitman per sfogare la propria voglia repressa di massacrare sconosciuti, non perché, per esempio, È UN GIOCO DIVERTENTE. La portata di un film come Il cavaliere oscuro – Il ritorno, la sua carica sovversiva e fortemente politica che traspare già dai trailer (in Italia non s’è ancora visto altro, eppure siamo già qui a chiederci se Batman sia di destra o di sinistra), è vista con sospetto, forse perché incontrollabile, forse perché non risiede in un film impegnato di Marco Tullio Giordana ma in un cinefumetto firmato Christopher Nolan.

E quindi occasioni tragiche come quella di Aurora diventano un veicolo, una scusa per portare avanti una crociata anti-film, anti-fumetti, anti-videogioco; anti-modernità, perché c’è poco da fare, la cultura popolare oggi passa più da Nolan che da un saggio letterario di Pietro Citati, i trentenni dicono «why so serious?» e non «Carneade, chi era costui?», la storia di Cloud Strife è un’epica più importante e intrisa nel patrimonio culturale della futura classe dirigente di quanto lo sia quella di Ulisse. Dev’essere brutto sentirsi tagliati fuori, ma è ancora più brutto reagire colpevolizzando ciò che non si conosce e sfruttare ogni occasione buona per provare a ristabilire uno status quo che non è più quo da almeno sessant’anni.

Post scriptum: ma quindi, free for all?

Prima di andare incontro a insulti e venire sommerso da tonnellate di lettere di protesta da parte di mamme e papà indignati: sì, il VM18 è cosa buona e giusta. No, non credo che un bambino di dieci anni dovrebbe avere per le mani GTA IV né credo sia giusto portarlo al cinema a vedere uno qualsiasi dei Batman di Nolan, o Saw VII (o anche Biancaneve e il cacciatore se è per questo, ma lì è una questione di buongusto).

E sì, credo anche che una persona mentalmente instabile e non adeguatamente supportata da una famiglia in grado di seguirlo e/o da un sistema educativo capace di individuarne le debolezze e di aiutarlo a rientrare in contatto con la realtà possa, di fronte a una qualsiasi forma di intrattenimento violento che gli sia finita tra le mani senza un minimo di guida e senza che lui sia dotato degli strumenti critici necessari per discriminare tra realtà e finzione, possa, dicevo, rimanerne colpito in modo negativo al punto da cogliere spunti sufficienti a far scattare la molla del gesto folle.

Se di fronte a questa riflessione, però, la reazione è «vietiamo tutte queste cose violente!!!11!!!UNO11!UNDICI!!!» invece che «OMG forse sarebbe il caso di ripensare il nostro intero modello educativo e aiutare i genitori a insegnare ai figli a comprendere la realtà intorno sì che possano anche essere esposti a forme d’intrattenimento violente senza per questo diventare dei pazzi assassini», io credo che il problema stia da tante parti, ma sicuramente non nei film cor sangue dentro.

Per dirla con le immortali parole di Jon Lajoie, Guns Don’t Kill People, I Kill People With Guns.


11 Risposte per "Lasciateci in pace. O: la strage di Aurora non c’entra nulla con Batman."

  • paulinho :

    Articolo fantastico! Complimenti! Peccato che solamente il 10% dei giornalisti italiano lo abbiano capito…

  • ileana :

    Bravo. Assolutamente d’accordo e non per retorica. Troppe volte chi gioca a fare l’inquisitore punta il dito per distogliere l’attenzione dal vero problema. Troppe volte la stampa distoglie la nostra attenzione gridando “al lupo al lupo”, e tutti dietro come pecoroni….

  • suaden :

    Ottimo articolo! Troppo spesso la stampa dà la colpa a chi non c’entra e troppo spesso i giornalisti non conducono ricerche abbastanza accurate prima di pubblicare le notizie. Tutto questo provoca solo cattiva informazione e reazioni e atteggiamenti sbagliati.

  • ella :

    sempre della serie “diamo la colpa a chi capita” in un servizio da qualche parte proponevano un collegamento tra la morte di Ledger (più di 4 ANNI FA!) e il gesto di Holmes….ma WTF?!?

  • missale :

    Complimenti, complimenti, complimenti! Non so descrivere quanto mi sollevi sapere che ci sono persone che scrivono articoli come questo! Mi sono esaltata leggendolo, sul serio, come faccio solo quando leggo qualcosa con cui mi trovo dannatamente d’accordo.

  • romolo753 :

    Non c’entra nulla il discorso delle armi,se voglio fare una strage o piazzare una bomba esiste il contrabbando, questo articolo parla di “non puntare il dito” poi lo fà a sua volta, come se una qualsiasi persona che compra/ha un arma fosse automaticamente portata ad uccidere.

    In America sono 300 milioni, in Italia siamo 60 milioni, se fate le proporzioni a livello di violenza stiamo sopra agli Americani,le cose da guardare sono altre, come scritto nell’articolo, è la formazione del ragazzo fin da piccolo che lo plasma a seconda delle esperienze positive e negative vissute, se un a persona ha problemi non è detto che crescendo diventi un killer, sono le circostanze che portano alla degenerazione dell’individuo, che lasciato in balia di se stesso non trova altro al di fuori della follia.

    Vorrei citarvi una frase:

    “I film non fanno nascere nuovi mostri, li fanno solo diventare più creativi”

  • Romolo, la frase sulle armi recita:

    «potrebbe essere, un’ottima occasione per mettere in discussione il diritto all’acquisto di armi da fuoco da parte dei cittadini americani»

    Si parla solo di “mettere in discussione”, non di “puntare il dito” o “colpevolizzare”. Per esempio, mettere in discussione la faciloneria con cui si fa il background check di chi compra, o la leggerezza (quando non carenza) di controlli psicologici che per esempio in Italia sono obbligatori per ottenere il porto d’armi.

    Sul discorso delle proporzioni tra popolazione e fatti di violenza, ti lascio questo grafico che racconta come il problema a) sia principalmente americano e b) si stia risolvendo da solo: http://www.kieranhealy.org/files/misc/assault-deaths-oecd-ts-all.png

  • romolo753 :

    Gabriele.

    Sono d’accordo, condivido anche le puntualizzazioni che hai fatto, però non impronterei il tutto sul piano psicologico, perchè in Italia, chi spara alla moglie, e uccide i figli, ha passato questo fantomatico, test psicologico, e ha avuto il brevetto per il porto d’armi, quindi per me non è psicologia, ma è un fattore di circostanze, che portano al gesto folle.

    Quello che voglio dire è che da noi, come in America, quella determinata persona che decide di compiere un atto del genere, lo fa con un mitra e con gli esplosivi, come con una motosega, e con un coltello. Quindi continuo ad essere convinto che il problema non è l’arma, ma è la persona.

    Poi se vogliamo metterla sul piano delle vittime (ossia che con un arma da fuoco hai la possibilità di uccidere più persone) allora è un altro discorso, ma non penso sia questo il problema.

    Se uccidi una persona o ne uccidi 12 rimani sempre un killer, con la differenza che mediaticamente fai meno audience.

    p.s. Il link non si vede

    Saluti.

  • saradigno :

    Secondo me è anche la Warner Bros che porta male, … Heath Ledger morto dopo le riprese del Cavaliere Oscuro, per non parlare di attori che dovevano girare film WB, o appena girati, e morti prematuramente (River Phoenix & Intervista col Vampiro, Aaliyah & La Regina dei Dannati, James Dean & Il Gigante…). WB e sfortuna vanno a braccetto da un po’ troppo tempo per i miei gusti.

  • morrighan178 :

    Parlare di “sfortuna” o “maledizione” lo trovo del tutto inappropriato tenendo conto dei 12 morti che ci sono stati. Qua non si parla di fantomatiche maledizioni che aleggiano su WB, ma si parla di un sistema sbagliato in cui ragazzi mentalmente instabili possono entrare nella propria scuola, con una qualsivoglia arma, e far fuori decine di compagni di scuola solo perchè si trovavano nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

  • fox :

    Si tratta “semplicemente” di gente fanatica ( o meglio pazza)e la cui instabilità mentale viene ingiustamente attribuita a capolavori cinematografici come il cavaliere oscuro che in nessun modo, ovviamente, promuove o pubblicizza questi comportamenti.

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