Infilare le canzoni giuste al momento giusto: una compilation

Erano molti i motivi per cui aspettavo il mio miniviaggio in Canada sul set di Riddick 3. La curiosità di incontrare Vin Diesel di persona, per esempio: curiosità più che soddisfatta, visto che l’uomo è uno dei personaggi più pazzeschi che abbia mai incontrato – ma per questo dovrete comprare Best Movie tutti i mesi da qui in avanti, perché non vi dirò quando uscirà il pezzo su di lui. Un altro era la voglia di scoprire se Katee Sackhoff è davvero la donna del cinema più migliore del pianeta (purtroppo Emma Stone quel giorno era altrove). La risposta, soprattutto per i fan di Battlestar Galactica, è semplice: Starbuck. Né più né meno. È amore, o quantomeno ci si avvicina.

Sopra: tipo così, ma proprio esattamente così.

Poi sì, Montreal è una città di cui si sente sempre dire un gran bene, e poi l’opportunità di incontrare colleghi da tutto il mondo, dormire in un hotel da urlo, tutte quelle cose che si danno per scontate in questi casi. Però, e qui devo necessariamente fare la figura di quello che non conosce il mondo, c’è una cosa, un’unica grande cosa (cit.) che mi ha fatto fremere per giorni e giorni: il volo intercontinentale oltreoceanico megawow. E in particolare, i famosi schermini dove puoi vedere tutti i film che vuoi anche i più recenti perché tanto hai otto ore di volo da riempire e una classe di liceali intorno a te che urla e strepita e piuttosto che ascoltarli urlare e strepitare – e in francese, poi – mi guardo Twilight. Sì, non avevo mai provato quest’ebbrezza, lo ammetto. Ed è stato molto bello.

Quel che non è stato molto bello è stato mettermi a piangere davanti a tutti guardando 50/50. Possano gli dèi di Asgard benedire l’inventore delle mascherine da mettere sugli occhi.

Ora, 50/50 è un bel film; non un capolavoro, non un’opera indimenticabile che cambierà per sempre la storia del cinema e la sua stessa intrinseca natura trasformandolo, chessò, in un circo con gli struzzi. Ma un bel film. Ha scritto JOSEPH GORDON-LEVITT a caratteri cubitali su ogni fotogramma, il che non è necessariamente un bene ma in questo caso sì, ci regala un’odiosissima Bryce Dallas Howard nel ruolo di quella che se potessi prenderei a calci da qui al 2024, un Seth Rogen oltre ogni limite di decenza e buongusto e per questo irresistibile, soprattutto, ma forse è una mia deformazione professionale, una Anna Kendrick a cui sembra che il ruolo di “quella carina e imbranata ma che ci prova durissimo a essere brava a fare quello che fa” sia stato cucito addosso al momento della nascita. In 50/50 recita praticamente nel ruolo di “Anna Kendrick in Tra le nuvole, ma con molto meno George Clooney”. Poi sì, c’è anche un’Anjelica Huston da applausi e bla bla tutto il resto scopritelo guardando il film. Ma soprattutto, soprattutto, c’è la scena (e non credo di spoilerare nulla, visto che la trama dovrebbe essere ormai nota, ma nel caso saltate un paio di righe per non correre rischi) in cui JGL entra in sala operatoria per farsi rimuovere – provare a – il cancro.

Sopra: tipo così, ma in sala operatoria.

È lì che le mie ginocchia hanno ceduto. E non solo perché la scena in sé è molto ben costruita e ci si arriva dopo aver riso e sofferto con lui per un’ora e passa di pellicola. Ma anche perché quel BASTARDO di Jonathan Levine decide di piazzarci questa canzone.

Non è la prima volta che mi accade in un film: il pezzo giusto (e inaspettato) al momento giusto, e io crollo. Per esempio, mi è successo con…

________________________________________

IL FILM: 50/50, appunto. Ma volevo approfondire un po’.

LA BAND E LA CANZONE: i Liars sono un terzetto newyorkese che, nel giro di cinque dischi, ha preso più o meno tutto quello che faceva figo nell’indie rock americano al momento e l’ha trasfigurato a proprio piacimento, fondendo ritmi danzerecci, chitarre spigolosissime, cantato folle, elettronica sporca e cool insieme, tribalismi, ipnosi, stregoneria, nani e ballerine. Drum’s Not Dead è il loro per ora terz’ultimo disco, e se non lo avete ancora ascoltato sappiate che alla vostra vita manca un pezzo, tipo come se diceste: «Non ho mai assaggiato la Nutella calda spalmata sulle fragole». The Other Side of Mt. Heart Attack è il pezzo che chiude il disco, la classica canzone che se quando parte non vi distrugge il cuore significa che siete il tizio che in Indiana Jones e il tempio maledetto fa quella finaccia nella lava – e dopo che ha incontrato Mola Ram. Infilarlo durante una scena in cui il protagonista di un film commovente sta per andare incontro al suo destino è un colpo bassissimo. Ti odio, Jonathan Levine.

IL MOMENTO: l’ho scritto sopra. Su, fate uno sforzo e tornate a leggere.

________________________________________

IL FILM: Broken Flowers, uno dei miei film preferiti di uno dei miei registi preferiti di sempre, nonché quel film che vidi al cinema Colosseo di Milano insieme a tre compagni di università, Billy Costacurta e Martina Colombari (non li avevo invitati io, però), e alla fine del quale rischiai le botte perché non era piaciuto a nessuno tranne che a me.

LA BAND E LA CANZONE: Matt Pike è uno dei migliori chitarristi con la barba di sempre. Definiscesi “chitarrista con la barba” uno che usa la chitarra per fare musica con la barba, e cioè grossa, cicciosa, viaggiosa, unta come se fosse appena uscita dall’officina di un meccanico texano. La cosa più bella che questo abbia mai prodotto era un gruppo di nome Sleep, nel quale si faceva accompagnare da un bassista con la barba e da un batterista con la barba per fare la musica del casino. Dopesmoker è il loro disco più famoso e amato – nonché, incidentalmente, una delle robe più migliori mai create da mente umana –, un trip lungo un’ora che parla di carovane di fattoni nel deserto e di immensi spazi desolati e, boh, insomma, pieni di deserto. Sì, è una canzone sola. Di un’ora.

IL MOMENTO: completamente random. Dopo un inizio lento e rilassato, che serve a introdurci alle faccette di Bill Murray e al suo adorabile, stronzissimo personaggio, qualcosa comincia pachidermicamente a mettersi in moto. Bill scopre di avere un figlio, il vicino di casa di Bill gli consiglia di andarlo a cercare, Bill non ha voglia, Bill passeggia per il quartiere, Bill va a trovare il vicino, il vicino di Bill sta ascoltando… uh. Sta ascoltando Dopesmoker. È in quel momento che, subdolamente e inaspettatamente, la psichedelia comincia a farsi strada in un film fino a quel momento sospeso nel nulla. Da lì ad Alexis Dziena nuda sulla soglia il passo è breve.

________________________________________

IL FILM: Lost in Translation. Ne ho già parlato qui. Non ho cuore di ripetermi. Scusate. Passiamo oltre.

________________________________________

IL FILM: Immortal (Ad Vitam). «Orpo!» esclamò lui con voce stentorea. «L’ultima volta che vidi questo film Billy Costacurta giocava ancora al pallone, e questo sicuramente chiude un qualche tipo di cerchio!». Mica me lo ricordo così bene, Immortal. Di sicuro mi piacque, anche se ogni dieci secondi sentivo forte forte la tentazione di mandare tutti a defecare e spegnere la tv perché c’erano tizi con la faccia da uccello che facevano robe che non ricordo, visioni psichedeliche fatte in pessima CGI e un generale sminchiamento di qualsiasi senso. Però lo guardai fino in fondo, e alla fine pensai: «Diamine, perché mi è piaciuto? Eppure!». Pensate come penso strano.

LA BAND, E LA CANZONE: Li ho un po’ persi di vista, ma fino a un paio d’anni fa non riuscivo a staccarmi dai Sigur Rós, gli islandesi carini ed eterei che fanno canzoni luuuunghe luuuuuuuuuunghe e tutte piene di vuoti e vocine sussurrate e poi all’improvviso sei arrivata tu le chitarre esplodono e il casino riempie l’aere mentre chi ascolta viaggia sulle ali del vento d’Islanda e si tuffa in un vulcano attivo e muore sublima in un’estasi paradisiaca. Poi sono rincoglioniti e hanno cominciato a fare canzoni noiose. Forse è per questo che li ho persi di vista. La canzone di Immortal, però, sta sul loro secondo disco, questo (non ho manco voglia di copincollarlo, quel titolo), e si intitola “Canzone numero 6 di quel disco”. Incidentalmente, il disco è un capolavoro senza tempo, ma tipo che ora magari me lo riascolto.

IL MOMENTO: un po’ tutto il film, in realtà. Vedi mai che è per questo che mi piacque così tanto.

________________________________________

IL FILM: I Love Radio Rock. Best commedia musicale ever, qualsiasi cosa voglia dire.

LA BAND, E LA CANZONE: qualsiasi cosa contenuta nella colonna sonora del film.

IL MOMENTO: l’intera durata del film.

«Grazie per il wi-fi gratuito, aeroporto canadese!».


Per inserire un commento devi essere registrato a Best Movie. Effettua il login

Se non sei registrato clicca qui registrati