Tre motivi (più uno) molto collaterali per cui mi è piaciuto Drive.

Messaggio pubblicitario: Cannes e dintorni è un’iniziativa molto bella. È una rassegna di tutti i film passati a Cannes, solo che invece che essere a Cannes è a Milano, quindi non c’è il mare, anche perché se Milano avesse il mare sarebbe una piccola Bari. Così, se uno non ha avuto modo di vedere qualcosa che probabilmente arriverà nei cinemis normali tipo nel 2015, ha la possibilità di recuperarlo legalmente e abbastanza in tempo da poterlo pubblicizzare con gli amici e passare per quello che ne sa. Così, nel ridente contesto del cinema Arcobaleno, ho avuto modo l’altra sera di sedermi in UNO SCOMODISSIMO POSTO LATERALE per godermi – nonostante il tizio di fianco a me che continuava a commentare ad alta voce e DA SOLO ogni singola scena – il premio alla regia di Cannes 2011, quel Drive che è piaciuto a tutti, che tutti hanno magnificato e di cui chiunque l’abbia visto non riesce a smettere di parlare.

Ora, proprio per quanto affermato sopra ho ponderato a lungo sull’opportunità di scrivere qualcosa sul film di un tizio danese che si chiama come una canzone dei Beatles senza «the», «long», «and» e «road» e dopo qualche consonante a caso. Ho ponderato innanzitutto perché non conosco la carriera del regista, poi perché non so nulla di Ryan Gosling, infine perché è fastidioso arrivare buon ultimo. Però ci sono delle cose in questo film di cui ho voglia di parlare, e chissà che magari non convinca anch’io qualcuno a farsi conquistare. Ah sì, perché ho dimenticato di dirlo prima, ma è effettivamente stupendo.

Prima di tutto, le basi: per come l’ho visto io, quindi con tutte le distorsioni del caso dovute al fatto che ho un immaginario deviato e plasmato da anni di cultura pop collaterale e poco cagata dalla massa, Drive è come guardare un film su Grand Theft Auto, in cui c’è Ron Perlman che fa il mafioso ebreo, il papà di Malcolm in the Middle che fa il meccanico, Saffron di Firefly, Carey Mulligan, il synth pop e un protagonista che è sostanzialmente Clint Eastwood se avesse trent’anni e facesse lo stuntman. È a metà tra un film di gangster degli anni ’80, Bullitt con Steve McQueen e un noir (un collega che ne sa l’ha definito «ultra-noir»). È un film silenzioso, tesissimo, stilizzato e, più in generale, una figata. Qualsiasi cosa positiva che leggerete in giro su Drive è vera. E in più…

1. Il protagonista è un figlio di buona donna,
eppure è impossibile non volergli bene

Premessa: il protagonista è Ryan Gosling, idolo bla bla commedie indie intelligenti bla bla, nonché eletto contemporaneamente Nuovo idolo strappamutande per donne intelligenti e Cotta omosessuale universalmente accettata anche dagli amici eterosessuali e un po’ omofobi. È bello, è bravo, è simpatico, farà strada. Al mio occhio inesperto, la sua capacità di dire tutto senza fare nulla – lunghe scene di lui che fissa Carey Mulligan e muove tipo tre muscoli facciali in totale eppure vale più di mille sceneggiate e urla da drammone romantico italianOPS – è paragonabile a quella del Bill Murray di Broken Flowers, con la differenza che il Bill Murray di Broken Flowers non pesta la gente CON I CALCI SUI DENTI ed è solo un onesto egoista figlio di puttana. E qui si ricollega a Gosling: perché hai voglia a parlare del suo amore per Irene (sempre la Mulligan) e del suo affetto per il papà di Malcolm e della mano che vuole dare al marito della Mulligan perché tiene a lei e quindi molto altruisticamente preferisce aiutare il rivale piuttosto che vederlo ammazzato e prendersi il bottino che sarebbe poi la pupa. Gosling (che nel film non ha nome, quindi continuerò a essere Gosling per le prossime tre righe, poi cambio argomento e bòn) fa tutto per assecondare il proprio interesse, per raggiungere un risultato, senza preoccuparsi troppo delle conseguenze, finché queste non vanno a toccare il suo orticello. La rapina rischia di far ammazzare il marito della mia amata? Pazienza, io gli do una mano così lei è contenta, poi vediamo. Il marito della mia amata è appena tornato a casa dalla galera e avrebbe bisogno di un po’ di tempo per riprendere la sua vita normale e non c’è niente di peggio che disturbarlo con la mia ingombrante per quanto silenziosa presenza? Pazienza, la topa non aspetta. Gosling è immorale, spietato, violento, senza alcun senso dell’opportunità o afflati realmente altruisti. È un onesto egoista figlio di puttana, appunto. Ed è adorabile per questo: perché è onesto. Guardando Drive non si empatizza con lui: si diventa lui, perché è l’unico modo per non trovare deprecabili metà delle sue scelte. E funziona tutto molto bene.

2. È pieno di paccottiglia pop, eppure non dà nessun fastidio

Per essere un noir, Drive è sorprendentemente poco sobrio. I titoli di testa sono fucsia. La colonna sonora trabocca di pezzi con synthoni e voci femminili e anni Ottanta da ogni poro. Carey Mulligan fa le faccette e dice le frasettine carine e in generale si comporta per la prima metà del film come la mamma single di una commedia romantica americana degli anni ’90 (non proprio così, ma insomma). Tutte le volte che Ron Perlman apre bocca sembra di sentire un best of dei mafiosi buffi di qualsiasi film con i mafiosi buffi. Quando Ryan Gosling guida, un’inquadratura su due è lui ripreso dal basso con sguardo gelido ma anche un po’ piacione. Bottom line, Drive non nasconde in alcun modo la sua natura di pastiche, e anzi la porta fieramente sulla manica – come si dice dalle parti di dove si svolge il film – e la integra alla perfezione nella sobria eleganza del suo lato più noir. Ripeto: i titoli di testa sono fucsia, eppure ha senso che siano così. Nel senso. No?

3. Diranno tutti che è un film alla Tarantino, e non è vero

Disclaimer probabilmente inutile: io amo Tarantino con tutte le mie forze, amo il suo mondo, il suo immaginario, la sua autoreferenzialità, il suo citazionismo, le sue muse, i suoi film. La cosa che odio, però, è la tarantinizzazione di tutto, quell’atteggiamento semplicistico e fintocolto secondo il quale se c’è un po’ di sangue che schizza il film è ALLA TARANTINO. Ora, è impossibile che Drive non venga presentato così. Impossibile. Ci sono le macchine (EXPLOITATION! TARANTINO!), i criminali che dicono frasi fiche (OMG COME PULP FICTION!), un po’ di pornografia della violenza e persino le tettone. Eppure non c’entra un pinolo con Tarantino. I film di Tarantino ci tengono a farti sapere quanto si sentono fighi nell’essere come sono. Drive è un film a cui non frega sostanzialmente un cazzo di te. Lui c’è, è lì, si fa guardare, ma non ammicca mai neanche per scherzo a chi sta dall’altra parte dello schermo. Non indugia mai su un’inquadratura particolarmente azzeccata se non ha voglia (ci sono un paio di scorci di L.A. che avrei voluto durassero tipo sei ore, e invece), salvo poi soffermarsi per trenta secondi buoni su un particolare che mai avresti pensato potesse interessare a qualcuno. Intendiamoci, non che manchino i punti di contatto con Trentin Quarantino, in fondo i riferimenti grosso modo sono quelli, quindi insomma. Però chi andrà a vederlo aspettandosi Death Proof 2 resterà deluso. PAZIENZA.

+1. Carey Mulligan

Eh, tipo.


Un commento a "Tre motivi (più uno) molto collaterali per cui mi è piaciuto Drive."

  • dano-dj :

    Una recensione “fottutamente” geniale.. bravo Gabriele!
    Non vedo l’ora di vedere il film (a proposito, quando verrà proiettato da noi?), soprattutto per le interpretazioni e per la regia che, da quanto ho sentito, si preannuncia sfavillante!

    p.s. anche io amo Tarantino ;P

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