Cose che mi hanno turbato nei film, e di cui porto ancora le cicatrici.

Forse non lo sapete, visto che l’evento sta passando un po’ in sordina e nessuno ne parla mai, ma in una piccola cittadina di quello sconosciuto staterello europeo chiamato Francia (vicecampione del mondo 2006, po po po po po po pòòò) è cominciato un festival. Gli addetti ai lavori lo chiamano Festival di Cannes, e pare che sia anche in grado di attirare stelle e stelline del mondo dello spettacolo. Nulla di che, intendiamoci, ad aprire c’era solo Woody Allen e E TUTTA QUESTA IRONIA NON È DIVERTENTE. Quindi giungo al punto: una delle prime immagini che ho visto del festival è stata una foto di Salma Hayek che potete vedere cliccando sulle parole SALMA HAYEK all’incirca a metà di questa frase. Detta foto, nella quale la donna che si chiama come un cadavere ha l’aspetto di un confettino rosso tipo quelli con dentro il liquore che ti viene una voglia di morderli che ARGH, mi ha ricordato uno dei momenti più epici e al contempo tremendi della mia vita, un’epifania che non scorderò mai, uno di quegli squarci nel velo della percezione che ti porti dietro finché campi e a volte anche oltre, se hai la fortuna di essere morso da un vampiro o da uno zombie o da una qualsiasi altra creatura che consente al subente il morso di prolungare indefinitamente la propria esistenza. Sto parlando di questo:

Santanico Pandemonio, la spogliarellista vampira zoofila che agita le proprie prorompenti proprietà tra i banconi del Titty Twister prima di diventare, nelle sempiterne parole di George Clooney, «un vampiro del cazzo».

Rimasi turbato, la prima volta che vidi quella scena. E non (solo) perché Salma Hayek è un trionfo di sensualità, provocazione, ironia e caliente carne latina, ma anche perché, da lì in avanti, quello che era uno splendido FILM DE RAPIMENTI si tramutò, quasi di colpo e abbastanza inaspettatamente, in un survival horror a base di «vampiri del cazzo» (sempre Clooney, eh). Non me lo aspettavo, la prima volta. Ricordo che cominciai a saltellare sul divano tutto felice, battendo le manine e strillando di gioia. Era il primo film di Rodriguez che mi capitasse di vedere, e a tutt’oggi è probabilmente il mio preferito, anche, soprattutto, per come ribalta in pochi secondi e con abbondante uso di nonsense tutte le aspettative della prima metà della pellicola. Santanico Pandemonio mi turbò. Non fu l’unica (scena, non donna). A memoria, me ne ricordo altre n (questa “n” verrà sostituita dal numero esatto, una volta che avrò finito di scrivere il pezzo; o forse no, e quando lo leggerete voi vi ritroverete a leggere anche questo promemoria che sarebbe dovuto sparire e che invece ho deciso di conservare. Affascinante, no?). Eccoli.

(prima di cominciare, mi sembra doveroso sottolineare come tutto ciò che arriva da qui in avanti sia ricolmo di SPOILER, quindi attenti a voi)

I vecchietti che entrano dal buco della serratura in Mulholland Drive. Il film in sé è stata una delle botte più tremende che abbia mai ricevuto in vita mia. Lo vidi una sera che ero in casa da solo, fu il mio primo Lynch in assoluto e ricordo che piansi, risi, mi terrorizzai assai (l’uomo nel vicolo, accidempoli, non si fa!), ci riflettei su parecchio per tutta la durata del film e pure oltre. Non lo trovai nemmeno così tremendamente inestricabile come molti lo dipingono: coglierne tutte le sfumature e le simbologie è sicuramente un lavoro titanico e bizantino, ma non ci vuole una mente superiore per capire che la prima parte del film è un sogno – e ogni oggetto, ogni personaggio, ogni scena ha un corrispettivo facile da individuare nella vita vera di Naomi Watts – e le ultime scene tirano le fila della vicenda reale e si concludono con il suicidio di Diane dovuto ai suoi rimorsi. Ma quegli stupidi vecchini ghignanti che escono dal buco della serratura, a rappresentare QUELLO CHE VOLETE VOI IO NON CI VOGLIO PENSARE, ecco, quelli non me li aspettavo. Me li ero anche dimenticati una volta arrivato a quel punto del film (compaiono all’inizio, eddai), a essere sincero. Mi hanno spiazzato. Mi hanno fatto una paura fottuta. Ho dovuto fare pausa, la prima volta, per sopportarli. Non capivo. Vecchini ghignanti. BOH! Ti amo, David Lynch.

Just Like Honey alla fine di Lost in Translation. Eufemisticamente parlando, non apprezzo il cinema di Sofia Coppola. Lo trovo autoreferenziale, studiatamente veterofemminista e fastidiosamente pseudosognante, fighetto, compiaciuto e tronfio. La visione di Lost in Translation mi ha dato (quasi) fastidio fisico, nonostante Scarlett Johansson, nonostante Bill Murray e la colonna sonora di Kevin Shields. Poche cose mi interessano di meno che sapere cosa lui sussurri a lei nel finale, la famosa frase sospesa che ohmioddio ciascuno può immaginarsi quello che vuole e ohmioddio quant’è rrromantico. NO. Non c’è nulla di romantico nel film né in Bill Murray. C’è solo la storia di due tizi annoiati dall’altra parte dell’oceano che trovano il modo di ammazzare il tempo con un po’ di flirt di bassa lega. E poi. E poi, alla fine, non arriva Polly, ma quel colpo bassissimo della macchina che si allontana e in sottofondo parte questa canzone dei Jesus & Mary Chain. Lo vedete il nome del mio blog? Ecco, potete immaginare quale sia il mio rapporto con i fratelli Reid (e con i Primal Scream e gli Stone Roses e tutti i gruppi che gira[va]no lì attorno). Qualsiasi COSA, se accompagnata da una canzone a caso presa da Psychocandy, diventa bellissima. Arrivato a quella scena, non mi sono più potuto permettere di odiare Lost in Translation. Per fortuna poi è arrivato Marie Antoinette, e io e Sofia abbiamo fatto di nuovo guerra.

Quando lui diventa una scimmia in Stati di allucinazione. Me l’avevano passato come un capolavoro, un film visionario, psicotropo, allucinogeno e apotropaico, anche, così, a caso. In breve: racconta di un tizio (William Hurt) che si sottopone a esperimenti CON LE DROGHE per esplorare gli estremi confini della coscienza umana. Vasche di deprivazione sensoriale, funghetti, visioni sciamaniche, Drew Barrymore: un tripudio di cose che vedi con gli occhi e con la mente e poi sei tutto rintronato con la droga, un capolavoro insomma. Finché William Hurt non viene a contatto con il lato rettiliano del suo cervello. Quello primordiale. Quello che gli consente di modificare il suo DNA per de-evolversi fino a uno stadio primitivo di coscienza. Che già detta così sembra una boiata. Ma almeno si può concedere il beneficio del dubbio: sarà un racconto simbolico, mi dicevo, un trip spiritual-scientifico-sciamanico a base di quaalude. Tutto bene. Tutto bello. Finché William Hurt non entra per l’ennesima volta nella vasca. E ne esce che È DIVENTATO UNA FOTTUTA SCIMMIA. Lì, purtroppo, ho capito di aver sprecato il mio tempo. È una cosa che mi manda in bestia. Ho comunque concluso la visione. È un film proprio brutto. E poi lui DIVENTA UNA FOTTUTA SCIMMIA PER COLPA DELLE DROGHE. Ometterò di svelarvi che alla fine del film la trasformazione lo porta ad assumere le sembianze e l’essenza di un globo di luce primordiale ed è solo L’AMORE che lo salva dal riunirsi a Dio e sciogliersi nell’infinito, o qualche diavoleria simile. Perché lui È DIVENTATO UNA SCIMMIA!

Quando tagliano il braccio a Jared Leto in Requiem for a Dream. Sono cresciuto negli anni Novanta. Negli anni Novanta c’era questa roba in tv. Voi potete immaginare come uno possa crescere? Requiem for a Dream, fin dalla prima terrificante visione, mi è sembrato la materializzazione di quell’incubo fatto di siringhe che ti pungono e c’hai l’AIDS e diventi tossicodipendente e poi muori, occhi bianchi sul pianeta Terra, gli amici che muoiono di tossicodipendenza, le siringhe di marijuana. Solo che girato figo, con le stranezze di regia e la colonna sonora disperante e ubercool. È un film che mi fa un effetto strano; come dice un mio amico, «mi fa sentire in colpa per qualcosa che non ho fatto». Poi be’, l’ho sempre trovato esteticamente adorabile, sorprendentemente ben recitato (per un film in cui c’è il cantante di un gruppo emo e l’afroamericano fattone di Scary Movie, intendo) et cetera et cetera. Tutto bene tutto bello, se non che verso la fine succede una roba brutta, e cioè che a forza di bucarsi a Jared Leto viene LA CANCRENA SUL BRACCIO. Poi sì, c’è anche Jennifer Connelly che si prostituisce per i soldi e pure Ellen Burstyn che le han venduto la tv per il crack e lei vuole andare in tv, in un curioso cortocircuito. Ma quelli sono effetti collaterali che già conoscevo, quando vidi il film per la prima volta. Li davo per scontati, me li aveva insegnati la pubblicità: se ti droghi poi finisci a prostituirti. Ma la roba che ti tagliano il braccio NO. Nessuno, nei terrorizzanti anni ’90, aveva accennato al particolare che la droga, oltre a spegnerti, poteva anche farti diventare il batterista dei Def Leppard. Non dormii per tre notti di fila, dopo quella visione.

Il duello (?) finale di Batman Begins. A me piace, Chris Nolan. Piace molto. Di fatto, a parte Inception che per me resta un film a metà tutto figo e niente anima, ogni cosa che gli ho visto girare l’ho amata visceralmente. The Prestige è uno dei rompicapo più emozionanti in cui mi sia mai imbattuto. Il Cavaliere Oscuro è uno dei pochissimi blockbusteroni amati da tutti che non mi facciano incazzare per principio. (no, non è vero, non sono così, io).  Apprezzo la sua affezione per le trame complesse ma non complicate – non che ci sia differenza sostanziale, ma mi piace pensare di sì e che si capisca pure cosa intendo –, per i personaggi intellettualmente affascinanti che tratteggia, bla bla. Mi piace anche come gira le scene d’azione, come le scrive, come le pensa. Di conseguenza, c’è una domanda che mi faccio da qualche anno, ormai: perché nessuno ci ha mai fatto vedere la versione di Batman Begins in cui alla fine SUCCEDONO COSE? Perché quella che ho visto io pompa una tensione insostenibile per due ore caricando lo scontro epico tra il neonato eroe mascherato e psicologicamente fragile e il suo mentore nonché futuro assassino perché se il tuo pupillo favorito ti tradisce diventando un paladino di noiosi e vetusti valori quali la giustizia e l’ordine civico oltre alla manutenzione delle aiuole dei parchi e alla costruzione di piste ciclabili allora non ti resta altro da fare che ucciderlo, per poi risolvere la suddetta tensione in DIECI VELOCISSIMI SECONDI DI QUASI-NULLA. Due ore ad aspettare l’apex del climax, e poi un delicato e inaudibile *plif*. Eh no.

Guilty pleasure: il finto finale di The Ring. A me le visioni colorate e un po’ cialtrone di Gore Verbinski sono sempre piaciute. Mi è piaciuta anche la sua unica (purtroppo Bioshock non s’ha da fare, pare) virata verso una palette di colori che comprende il marrone e il blu E BASTA, atmosfere cupe e gelide e tutto il resto. La trama di The Ring reggeva. La tensione anche. I cheap thrills erano degni di nota. La strisciante sensazione che ci fosse qualcosa di sbagliato in giro – generalmente dietro le spalle – pure. La prima volta che lo vidi arrivai con le nocche bianche al momento in cui Naomi Watts e il suo inutile amante ripescano la piccola Samara dal pozzo e si fregano le mani, soddisfatti per la conclusione dell’incubo. Pensavo che fosse tutto finito. Ero già pronto ad alzarmi e andarmene a casa, sconfitto per l’ennesima volta da un film dell’orrore (sì, ero il genere di persona che ha avuto paura del buio fino tipo ai vent’anni e si spaventava con Indiana Jones e il Tempio Maledetto. Sono felice di esserne uscito). Attendevo con gioia il momento del ricongiungimento felice tra madre e bimbo con la faccia a luna. E invece il bimbo con la faccia a luna cosa fa quando la madre gli spiega che è tutto finito perché la piccola Samara è andata a dormire per sempre? Sgrana i crateri lunari e sussurra: «Ma non capisci? Lei non dorme mai». Ecco, sarà puerile, sciocco, sfigatissimo e immaturo, ma se ci ripenso anche oggi mi vengono i brividi. Scusate.

(poi magari ce ne sono altri, ma al momento non mi vengono in mente. È tipo l’età)


Un commento a "Cose che mi hanno turbato nei film, e di cui porto ancora le cicatrici."

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