Machete don’t si piglia sul serio. Ovvero, una non-recensione.

Nota: tutto ciò che segue nasce in origine come recensione di Machete per la nostra sezione recensioni, naufragata poi clamorosamente (la rece, non la sezione) e pian piano trasformatasi in un’opinione personalissima e fallibile sul film e sul cinema di Rodriguez tutto. Cose che capitano o, per citare le ultime parole famose di Maria Antonietta, cose che decapitano. Per la recensione vera dovrete aspettare ancora un po’.

Machete, come il progetto Grindhouse nella sua interezza, è stato presentato in lungo e in largo come «un omaggio agli exploitation movie degli anni ’60». Mi permetto di dissentire, almeno in parte. Perché se non c’è alcun dubbio sulla natura nostalgica di un film che mette in scena il conflitto tra immigrati messicani e una certa politica americana apertamente razzista (la chiamano mexploitation), è anche innegabile che Robert Rodriguez non sia né un regista low budget, né un ingenuo autore di pellicole semi-amatoriali. È una piccola industria – come il suo amico Tarantino, d’altronde – che sfrutta un linguaggio antico per mettere in scena problematiche nuove (o anche no, dipende dai casi, quindi questa frase non ha senso) e giocare con entrambi – linguaggio e tematiche, dico – senza riguardo alcuno per elementi come il realismo, il buon gusto e la seriosità. Machete è, prima di tutto, un film assurdo e assurdamente divertente, in cui un ex soldato (Danny Trejo al suo apice interpretativo) tradito dai suoi superiori – due volte: fare un po’ più di attenzione, magari? – dà il via a un’escalation di violenza che trasforma una vendetta personale in una rivoluzione su vasta scala. Tutti gli elementi dell’action virato splatter sono presenti: sparatorie infinite, sgozzamenti, massacri di gruppo e intestini in evidenza; non mancano neanche gli ammennicoli necessari a spezzare il bagno di sangue, tra nudità gratuite, one-liner indimenticabili e una buona dose di (auto)ironia.

Ed è proprio qui che Machete dividerà (divide, a giudicare da quello che gli altri colleghi dicono e scrivono) gli spettatori: chi dell’exploitation apprezzava la sincerità, l’ingenuità e la totale dedizione alla causa assimilerà questo film a un massacro di ideali, alla morte del filmmaking fatto per passione. E sbaglierà: l’intento di Rodriguez non è replicare pedissequamente un periodo d’oro del cinema indipendente, ma da lì prendere ispirazione per dar vita al suo personale luna park di ultraviolenza. Machete non è un film di exploitation come si facevano negli anni ’70: assomiglia più che altro a ciò che un quindicenne in crisi ormonale sperava di vedere quando entrava in un drive-in per vedere un film di exploitation come si facevano negli anni ’70. Un po’ come se George Lucas fosse davvero riuscito a girare i primi tre Star Wars come sognava di, con effetti speciali e tutto il resto. Machete, come d’altra parte Planet Terror, Death Proof e in misura minore i meno conosciuti ma altrettanto da recuperare capolavori di Rodriguez El Mariachi e The Faculty (segnatevi quest’ultimo se non l’avete mai visto, sia perché è stupendo sia perché c’è Clea DuVall, che da allora per me è LA LESBICA DI THE FACULTY), è un film senza confini né senso della misura, in cui qualsiasi cosa passi per la testa dell’autore viene messa in scena, anche se è ridicola, anche se è stupida, anche (soprattutto) se è implausibile ed esagerata.

In questo senso, Machete (e il cinema di Rodriguez tutto) ricorda molto da vicino le opere di Joe R. Lansdale, scrittore americano che se non conoscete sarebbe il caso di conoscetelo, autore di romanzi horror, western, simil-stephenking, exploitation, contro-exploitation e sa il cavolo cos’altro. Nella sua più che prolifica carriera, Lansdale ha tra le altre cose inventato una trilogia che ricorda molto da vicino il progetto Grindhouse. La storia in breve: ragazzi americani vanno al drive-in per un sabato sera a base di filmacci horror, cometa rossa arriva nel cielo, mondo fuori dal drive-in scompare, mondo dentro il drive-in impazzisce completamente, mondo dentro il drive-in viene governato dal Re del Pop-Corn, sangue, sesso, violenza, feci, ragazzi escono dal drive-in e si ritrovano in mondo bizzarro, dinosauri, violenza, uomini con la testa a televisore, alberi che al posto di foglie hanno pellicola carnivora, pesce gigante che inghiotte ragazzi, et cetera. Una follia. Tre romanzi senza alcun limite, né all’immaginazione né al buon gusto; tanto è tutto scritto su carta, che bisogno c’è di porsi freni? Qualsiasi cosa sia passata per la testa di Lansdale mentre scriveva quei libri è finita nel romanzo. Il risultato è un polpettone di QUALSIASI COSA. Come, appunto, se l’autore avesse deciso di omaggiare i film di serie Z da lui tanto amati rimuovendo ogni limite e costrizione (dovuta, nel caso dei suddetti film, a questioni di budget e di possibilità tecniche) e dando libero sfogo alle sue fantasie più perverse.

Rodriguez è così, solo che lo sfondamento di quei limiti, che nel caso di Lansdale era permesso dalla carta, nel caso del Robert è consentito DAL DENARO SONANTE. Planet Terror era così: Bruce Willis diventa zombie perché ha ucciso Bin Laden? Rose McGowan amputata e con una mitragliatrice al posto della gamba? MINIMOTO? Fergie dei Black Eyed Peas ma zombie? Ecco. Anche Machete è così, tra Lindsay Lohan suora assassina e la rivoluzione messicana. È un libero sfogo di fantasia e creatività. È una collezione di idee stupide, assurde, esagerate, idiote, violente, divertenti. È un film che non si prende sul serio né prende sul serio ciò che omaggia, il che da molti viene interpretato come segnale di immaturità creativa e incapacità di fare del vero cinema che vada al di là del citazionismo e della parodia. I beg to differ. Suonerà paradossale ma, nello scegliere senza alcuna vergogna fieramente questo approccio, Rodriguez dimostra tutto l’affetto, l’amore e l’ammirazione che ha per quel cinema che, più o meno, si diverte a parodiare*. Personalmente ho un’ammirazione profonda per chi riesce a ridere e prendere in giro le cose che più ama, perché è segno di affetto e maturità insieme, di fanboyismo adulto e raziocinante più che di amore incondizionato, acritico,  aprioristico e soprattutto SERIOSO. Che, qui lo dico e qui non lo nego, è il grande male del mondo.

Riassunto breve: se io fossi un regista, farei esattamente i film che fa Rodriguez. Purtroppo, sono solo un altro stronzo (cit., chi la indovina vince un premio a sorpresa).

*«parodiare» è un verbo vero che esiste o me lo sono inventato?


2 Risposte per "Machete don’t si piglia sul serio. Ovvero, una non-recensione."

  • Pingback: Machete don’t si piglia sul serio. Ovvero, una non-recensione. | Politica Italiana

  • samoanmiki :

    Resident evil 3?

    Comunque cosa nond arei per quel pupazzo, ora mi metto subito a cercarlo!

  • Per inserire un commento devi essere registrato a Best Movie. Effettua il login

    Se non sei registrato clicca qui registrati