The cold harshness of being wrong throughout your entire life.

Conoscete i Today Is The Day? Perché se la risposta è no, allora continuate pure a non conosceteli. Sono brutti sporchi cattivi, fanno musica di quella con le chitarre brutte sporche cattive, c’è un tizio che urla cose brutte sporche cattive tipo il sangue, la violenza, il sesso con animali esotici e gli ingorghi in tangenziale, e insomma se vostra madre dovesse entrare in camera mentre nello stereo sta passando un loro disco correreste il rischio di far cadere tutti i capelli alla povera signora, o di essere costretti a lavare il pavimento dello sgabuzzino per punizione, o magari anche a spegnere lo stereo. A parte fare musica che tutti urlano e sono arrabbiati, e a parte essere uno dei più grandi gruppi rock degli ultimi quindici anni, i Today Is The Day hanno un enorme talento per i titoli delle canzoni. Personalmente sono molto affezionato a Kai Piranha, Rabid Lassie e Bionic Cock, ma devo dire che ce n’è una di livello (probabilmente) irraggiungibile, che poi sarebbe quella che ho usato nel titolo del post.

The Cold Harshness Of Being Wrong Throughout Your Entire Life.

Questo cappello per dire cosa? Che poco tempo fa scrissi una roba sulle serie tv, che pensavo mi avrebbe fatto rimanere solo nel vasto mondo a piangere la mia diversità e ululare alla Luna strappandomi le sopracciglia in senso di protesta e profonda contrizione, e invece ha provocato un’inaspettata ondata di solidarietà e nonsonosolismo, tra amici che mi dicono «ehi ma anch’io» e amiche che mi dicono «ehi ma anch’io» (fine del momento ombelicale). Ecco, a neanche un mese da quel difficilissimo outing mi vedo costretto a ritrattare – parzialmente – ciò che scrissi, sperando di non alienarmi le simpatie faticosamente conquistate scrivendo che ODIO LOST e, anzi, magari, forse, chi lo sa, trascinando qualche altro adepto dalla mia parte.

Comunque, ritrattare, dicevo. Perché ho fatto una cosa che mi ha colpito come uno sciacquone di rasoi e schiaffi in faccia. Ho visto la prima puntata di Firefly. Poi la seconda. Subito dopo la terza. E la quarta. E così via. E ora non vedo l’ora di arrivare alla quattordicesima, guardare il film-epilogo e leggermi paginate intere di trivia e interpretazioni su Kiwipedia e dintorni.

Ora, lo so che probabilmente tutti conoscete già Firefly, e  io sono come quello che arriva per ultimo alla festa quando la torta è già stata mangiata e rimane solo mezza fetta senza neanche la fragola e qualche briciola sparsa sul pavimento e quanto sto per scrivere suonerà ridondante e perfettamente inutile, ma voglio comunque lanciarmi nel difficile compito di convincervi a mollare tutto quello che state facendo, i vostri progetti, i vostri sogni, gli amici, la fidanzata, il fidanzato, i fidanzati, la famiglia, il mutuo e cominciare a guardare quella che mi sento di definire, con un tecnicismo, «una figata pazzesca».

Un minimo di storia. Firefly è una serie tv creata da Joss Whedon, che poi è il tizio che inventò Buffy (quella serie brutta dove c’era quel cesso di Sarah Michelle Gellar contro i vampiri) e Angel (quella serie brutta dove c’era David Boreanaz, che poi è finito anche nei Griffin nella parte dell’aurora boreanaz in una delle puntate più belle che Seth McFarlane abbia scritto). Nata nel 2002, durò tipo dieci minuti: dopo la messa in onda dell’undicesimo episodio della prima stagione – su quattordici previsti – la serie fu cancellata perché, tipo, non la stava guardando un cazzo di nessuno. Ciononostante, a dimostrazione che nel mondo c’è ancora speranza*, i fan di Firefly (quattro e qualcosa milioni negli Usa, a giudicare dagli ascolti, quindi l’equivalente statunitense di quattro stronzi in croce) organizzarono petizioni e raccolte fondi, riuscendo a convincere Whedon a pubblicare in DVD anche i tre episodi mancanti, e la Universal Pictures a creare Serenity, il film-epilogo che non so ancora come sia perché non ci sono ancora arrivato.

Firefly piacque poco alla critica americana e molto a diverse categorie di nerd: dagli amanti della fantascienza (più Star Trek che Star Wars, ma forse, in realtà, anche no) che godono quando vedono che «ehi, non si sentono i rumori nello spazio, FICO!» ai fan di Whedon che adoravano Buffy per L’APPROFONDIMENTO PSICOLOGICO DEI PERSONAGGI (= boh?), da chi non si perdeva una puntata di La signora del West a chi apprezzava le commedie divertenti e brulicanti di dialoghi brillanti e one-liner. Strano assembramento di concetti, sì? Ecco, da qui in avanti e fino a nuovo ordine, SPOILER. Firefly (ora parto con il linguaggio pubblicitario che mi fa molto ridere) racconta le mirabolanti avventure di una scalcinata ghenga di contrabbandieri del cosmo, una ciurma di simpatici mascalzoni in lotta contro l’Alleanza, che a bordo della cosmonave Serenity salpano tra le stelle verso avventure impreviste e affascinanti.

EWWWWWW.

Ma comunque. L’idea dietro Firefly è semplice: la Terra va in guerra, ci sono due fazioni, l’Alleanza vince, gli altri perdono, l’umanità finisce sotto la duplice egemonia di Usa e Cina, viene scoperto un nuovo sistema solare, l’Alleanza lo colonizza, vicino al Sole ci sono le città fichissime, verso i bordi del sistema solare ci sono pianetini inospitali che vengono terraformati e sui quali vengono gettati gruppi di coloni con il compito di (ehi!) colonizzare. I pianetini diventano in tutto e per tutto una copia del vecchio West dei coloni americani. Quelli che avevano perso la guerra si sottomettono, o in alternativa diventano fuorilegge. Mal Reynolds (che è Nathan Fillion, ma un po’ anche Han Solo) è uno di questi. Insieme a lui la vecchia compagna d’armi (vecchia) Zoe e una serie di altri figuri che non sto a raccontarvi perché piuttosto guardatevi la serie, no? Comunque c’è quello che si drogava in Funeral Party, un Baldwin che non è un Baldwin, una persona inconcepibilmente gnocca, una delle donne più pucciose del pianeta, un prete e due fratelli con IL PASSATO MISTERIOSO e che SENTONO LE VOCI. Al di là del cast, comunque, e della storia che non vale la pena di approfondire (va bene spoiler, ma insomma), c’è il fatto che Firefly mi ha aperto in due come una cozza fin dalla prima puntata. Motivi.

1. È un western, ma è anche fantascienza, e la cosa ha senso. Terraformare un pianeta e spedirci sopra dei coloni mandati allo sbaraglio che risultati può portare? Qualcosa di molto simile a ciò che i tizi sbarcati dal Mayflower crearono in America. E infatti. C’è carestia, malattie, la legge del più forte, un governo centrale che se ne sbatte di tutto. Ci sono i buoni, i cattivi, le figure intermedie e nessuno ha sempre ragione o sempre torto. È un western moderno, à-la Gli Spietati, più che un film di John Ford, ma è pur sempre un western, fatto di caricature, figure simboliche, alcuni personaggi più tridimensionali, sparatorie, cavalli, puttane sagge, predicatori.

2. È fantascienza, ma è anche western, e la cosa ha senso. Dalle piccole cose (niente rumori nello spazio, SIA LODATO CTHULHU) ai grandi drammi che ne definiscono l’universo e i rapporti di forza (la scienza, che è in mano ai poteri forti, è salvifica, ma è anche strumento di potere e controllo, a partire da cibo e medicinali su su fino ai mezzi di trasporto e alle armi),  è tutto coerente e plausibile e contribuisce a dare alla serie quel senso di realismo e di what if… che cattura chiunque abbia amato anche solo mezzo romanzo di fantascienza nella sua vita.

3. È visivamente ricco, stratificato, suggestivo, metaforico e pure un po’ postmoderno nel suo citazionismo pasticcione. La sigla di testa mostra astronavi e cavalli al galoppo, i nomi degli attori impressi a fuoco su una pergamena (tipo Signora del West o quelle robe lì da domenica pomeriggio su Rete 4), una ballatona nativoamericana che parla di cieli infiniti e stelle e terra e Terra. La Serenity, che è il Millennium Falcon di Firefly, è sagomata a forma di lucciola (ma dai), si illumina all’altezza delle terga che è poi dove si trovano gli alloggi dell’equipaggio, i quali sono ritratti in toni di rosso e arancione, «per dare un’atmosfera di casa» dice Whedon, e, visto che più ci si sposta verso il muso della nave dove c’è la cabina del capitano meno i membri dell’equipaggio si sentono a proprio agio e più il calore (metaforico) diminuisce, anche le luci e i colori virano verso il blu, così da. Le scene sui pianeti, nonché le scene sulla nave, sono girate con camera a mano, per meglio rendere l’aura di realismo-western-quasi-documentaristico delle situazioni; quando ci si sposta sulle navi dell’Alleanza, burocraticamente e umanamente fredde e distanti, la camera torna fissa e i colori sbiadiscono. Non c’è un fotogramma che non suggerisca qualcosa a chi vuole guardarlo con occhio clinico. Oltre al fatto che è tutto molto bello da vedere. Tamarro, sì, ma bello.

4. I personaggi. I PERSONAGGI! A raccontarli penseresti che boh: c’è il capitano stronzo e sarcastico ma sotto sotto dal cuore d’oro, la coppietta felice e innamorata, il soldato fedele solo finché ci sono dei soldi in ballo e tiene sempre alta la tensione perché hai paura del tradimento, la pazza che sente le voci e così via. Eppure. Saranno i dialoghi scritti con arguzia e profondità che coesistono come le pere con il cioccolato, il talento degli attori (io sposerò Nathan Fillion, sapevatelo), il boh, fatto sta che è impossibile non sentirsi legati alla truppa, parteggiare per loro, anche (ora lo scrivo) EMOZIONARSI guardando la faccia da simpatico figlio di puttana di Mal Reynolds o le tetOCCHI di Inara. Io voglio bene al cast di Firefly, anche se non ho ancora finito la serie (ma mi manca poco, miracolo). Voglio sapere tutto di loro. Voglio che ne escano altre dieci serie.

Ci sono anche altre cose che varrebbe forse la pena di dire, riguardo a Firefly. Il fatto che è fantascienza senza alieni, ed è una scelta coraggiosa. Il fatto che è un western anche per dialoghi, silenzi, pause, linguaggio, e non solo perché ci sono i cavalli e le pistole. Il fatto che fa ridere, molto ridere, arrivando quasi a sfociare nella comicità pura, a tratti. Il fatto che ritrae un mondo di territori eticamente grigi che costringono a pensare e mettere in discussione e riflettere e ipotizzare. Il fatto che nel 2005 il New Scientist lo elesse a miglior COSO di fantascienza di sempre. Ma dopo un po’ che noia, no? Voglio dire, è una bella serie. È facile da recuperare. È breve. Guardatela. Se no oh, cazzi vostri.

*no, non è vero.


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