L.A. Noire. Cos’è, perché, Bob De Niro.

Giusto per tornare su un mio personale feticcio, c’è una bella notizia per gli amanti dei videogiochi. Coinvolge Robert De Niro, un tizio di nome Geoff Gilmore, un famoso festival e la Rockstar Games, che sarebbero poi i nemici giurati di Hillary Clinton e Jack Thompson. Riassunto veloce delle storie, prese separatamente.

Robert De Niro, oltre a essere Robert De Niro, che di per sé sarebbe motivo sufficiente per parlarne a ogni occasione buona e meno buona se non pessima, è anche il fondatore del Tribeca Film Festival, nato nel 2001 per ridare vita al quartiere di Tribeca, sull’isola-distretto di Manhattan, in seguito agli attentati dell’11 settembre.

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Il Tribeca, comunque, è un festival del cinema dove fanno vedere i film del cinema. Geoff Gilmore è tipo il suo profeta, o comunque il capo di quelli che dicono «questo films sì, questo films no» (lo dice proprio così, con la “s” finale). Un tempo lavorava al Sundance, poi si è stufato di sussurrare ai cavalli in pausa pranzo (Redford obbliga tutti i suoi dipendenti a farlo) e ora può fare quel che gli pare a NYC. Generalmente, «fare quel che gli pare» significa aprire tutto e andare in cerca delle robe più strane e improponibili, per poi trasformarle in qualcosa di assolutamente proponibile e pure di grande successo. Un esempio? Gilmore è colui che ha pescato Napoleon Dynamite dal cesto della rumenta e l’ha trasformato in un cult. Voglio dire, Napoleon Dynamite. Ci vuole un mago per vendere un film del genere al regista del film stesso, figuratevi a un pubblico colto.

Poi si parlava di Rockstar Games. Tra i grandi studios che producono videogiochi, questi tizi di New York sono innanzitutto i migliori in assoluto, nonché gente che muove una quantità di denaro spaventosa (i loro giochi arrivano a far guadagnare qualcosa come 5 o 600 MILIONI di dollari IN UNA SETTIMANA). In secondo luogo, sono quelli che più si avvicinano, per qualità degli script e capacità di integrare riferimenti colti e pop in storie originali e coinvolgenti, a poter essere presi in considerazione da coloro che guardano i videogiochi dall’alto in basso – che sì, sono tanti, e il modo migliore per tirarli dalla nostra (nostra?) parte è dar loro in pasto bocconi di qualcosa a cui possano relazionarsi più facilmente, tipo GLI ELEMENTI CINEMATOGRAFICI in un videogioco o, per usare un esempio meno recente, GLI ELEMENTI LETTERARI in un fumetto. Ma comunque. Rockstar Games. Tutte le volte che si parla di violenza nei videogiochi il loro nome viene fuori: sono quelli di Grand Theft Auto, «quei giochi lì che vai in macchina in giro che investi i pedoni e poi spari alle puttane per riprenderti i soldi e in uno c’è PURE UNA SCENA DI SESSO». Poi, poco importa che, per esempio, Grand Theft Auto IV, l’ultimo capitolo della saga, racconti la grandiosa epopea di un immigrato slavo fuggito dall’Europa per lasciarsi alle spalle le violenze della guerra e ritrovatosi catapultato in America, mondo dorato e ipocrita dove la stessa crudeltà che ha segnato la sua vita lo insegue, inesorabile come l’acquazzone il sabato pomeriggio mentre sei fuori in bici e non vedi l’ora di sdraiarti sul prato a prendere il sole e leggere attentamente l’ultimo numero di Best Movie. Poco importa che lo script sia di livello hollywoodiano, che il supporting cast da solo basterebbe per scrivere un paio di thrilleroni ad alto budget e che i dialoghi siano esilaranti e profondi al tempo stesso (oltre al fatto che stiamo parlando di un gioco tremendamente divertente da giocare, ma questo, dicevo sopra, poco importa a chi non ha interesse nei videogiochi). Poco importa, perché tanto la Rockstar rimane «quella che fa i giochi violenti che mio figlio poi cresce male». Quindi chissenefrega anche che il loro ultimo lavoro, Red Dead Redemption, sia un’opera western tecnicamente ed emotivamente sublime, tanto che uno che di western qualcosa capisce (John Hillcoat, quello di The Proposition e The Road) ha pure creato un corto di mezz’ora realizzato completamente in-game. Se vi interessa potete vederlo qui.

Quindi, dove vuole arrivare tutto questo discorso? Alla notizia più interessante del mese, almeno per chi ha a cuore certi argomenti. La notizia è che Rockstar Games pubblicherà a maggio un nuovo gioco, L.A. Noire, una crime story ambientata nella Los Angeles degli anni ’40 con protagonista un detective. Oltre alle solite cose che si trovano in un gioco Rockstar (i dialoghi fighi, l’atmosfera ricostruita alla perfezione, sparatorie, inseguimenti in macchina e così via), L.A. Noire promette di mettere in scena interrogatori e indagini sul campo con un realismo ai limiti dell’uncanny valley, grazie a un motore grafico utilizzato per le animazioni facciali che, promettono, dovrebbe simulare alla perfezione tic e micro-espressioni di ogni personaggio. Quelle sottigliezze che Lie to Me ha insegnato al mondo intero, insomma. Dice «cosa c’entra con il Tribeca, che hai citato a inizio post e poi è scomparso di botto e senza lasciare segni, un po’ come la carriera di Liz Hurley. C’entra perché Geoff Gilmore ha recentemente annunciato che L.A. Noire è stato inserito nella selezione del prossimo Tribeca Film Festival. Alla facciazza di Roger Ebert, oltretutto. Il commento di Gilmore è «L.A. Noire is [...] an invention of a new realm of storytelling that is part cinema, part gaming, and a whole new realm of narrative expression, interactivity, and immersion».

Perché, dunque, questa notizia è così importante, al di là delle ragioni più evidenti? Innanzitutto perché la maggior parte delle reazioni a essa arrivano dal mondo dei videogiochi. C’è chi dice che è un bene (e ha ragione), chi sostiene che un videogioco non è un film e quindi presentarlo al Tribeca significa sminuire il gioco e il mondo dei vg tutto affermando implicitamente «i videogiochi sono degni di considerazione solo quando scimmiottano il cinema, mai come mezzo espressivo a sé stante» (e ha torto), e c’è chi non ha un’opinione (ed è un ignavo). Il mio parere è chiaro, e l’ho già espresso sopra: se devi convincere qualcuno che assimila i videogiochi a Satana del loro intrinseco valore artistico, comincia a dargli in pasto quegli elementi che può più facilmente capire, come una trama cinematografica, una regia valida, dei dialoghi interessanti. Avvicinalo gradualmente al mezzo, offrendogli appigli a cui possa attaccarsi. VVVVVV è un capolavoro, ma è impensabile usarlo come biglietto da visita per dimostrare a chi non ha mai preso in mano un joystick quanto possa esserci di artistico in un videogioco. Un corto di John Hillcoat è sicuramente più efficace. Se doveste convincere qualcuno che i film sono una figata gli fareste vedere Via col vento o Zombie Strippers, Apocalypse Now o A Nymphoid Barbarian Woman in Dinosaur Hell?

C’è poi il fatto molto importante che un tizio che conta qualcosa nell’industria cinematografica come Geoff Gilmore ha deciso di fare un passo coraggioso. Dopo Guillermo Del Toro, dopo Mathieu Kassovitz e chissà chi mi sto dimenticando, ora anche uno di quelli che DECIDE (e non solo che CREA) alza il ditino per dire «shcushate, mi sha che vi shtate perdendo tutti qualcosa di interesshante».

Magari non cambierà nulla, magari la presentazione sarà un fallimento, magari Roger Ebert si arrabbierà a tal punto che il Tribeca chiuderà i battenti per sempre. Magari, invece, qualcuno si accorgerà di quello che si sta perdendo, e saremo tutti più felici.


3 Risposte per "L.A. Noire. Cos’è, perché, Bob De Niro."

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