Dove dico delle cose sulle serie tv che mi alieneranno più di una simpatia.

Ho deciso che me la sento e voglio fare outing.

Non mi piace seguire le serie tv.

Dice: «E cosa c’è di sconvolgente?». Be’, c’è di sconvolgente che nel 2011 (ma anche nel 2010, e nel 2009) TUTTI guardano le serie tv. Magari c’è chi ne segue una o due – di solito quelle lunghe e corpose e con le puntate da un’ora che ti chiedi allora perché non guardi un film piuttosto – e ci dedica quindi un paio di sere a settimana. Ci sono quelli che si dedicano a un filone: i miei genitori, per esempio, guardano tutti i CSI del mondo, e hanno addirittura i Dvd (inediti fuori dalla Brianza) di CSI – Cologno Monzese, con Barbara D’Urso nella parte che fu di Laurence Fishburne. Ho anche amici (sì, sto parlando proprio con TE) che riescono a star dietro a ottantaquattro serie contemporaneamente, hanno una fitta agenda modulata sulle date di uscita «della nuova di Fringe e di Big Bang Theory» e hanno già programmato le vacanze del 2013 sull’isola di Lost. I serial sono diventati la nuova terra promessa del cinema americano. Sono girati bene, scritti meglio, recitati in una gamma che va dal dignitoso all’ottimo. Tutti vogliono comparire in un serial, attori, registi, doppiatori, montatori, comparse, stagisti, tazze da caffè, cornetti alla crema, mura portanti, tornelli della metropolitana. Al cinema escono sequel, prequel, paraquel, ultraquel e spinoffquel, in tv c’è Martin Scorsese che caccia milioni di paperdollari per una serie sulla gente che fa le cose della droga. Tutti sanno che l’aereo di Lost è caduto e alla fine il colpevole era Hitchcock che fa pure un cameo nella quarantetreesima puntata della serie pi greco, quella dove il mostro di fumo bombarda Pechino in slow motion. In compenso Machete andranno a vederlo in cinque.

Sintesi: se NON TI PIACCIONO LE SERIE TV sei una sorta di paria del nuovo millennio. Ora, non che io voglia ritrattare per paura di ritorsioni, ma non è esatto dire che le serie tv non mi piacciono. Quando ero al liceo ho visto tutte e ottocento le stagioni di Friends, compresi gli spin-off dove Rachel mollava Ross per mettersi con Lassie e fuggire insieme a lui verso il tramonto. Californication mi ha conquistato fin dalla prima scena del pilota. Boris è la cosa migliore che sia mai uscita dall’Italia (e dal mondo) dai tempi di Leonardo da Vinci. I Griffin? Viste tutte, dalla prima all’ultima serie, compreso il Cleveland Show (finché ho retto alla noia) e pure American Dad (cinque minuti, poi è diventato brutto). Ho persino cominciato a seguire Battlestar Galactica e Fringe, che con i miei tempi finirò nel 2042, ma intanto la buona volontà c’è.

Ecco, appunto, i miei tempi. Non quel genere di miei tempi che ai miei tempi l’erba era più verde l’aria più pulita e saltavo i fossi per il lungo, più i miei tempi del tipo che quando torno a casa la sera dopo una giornata di lavoro le cose che mi viene voglia di fare sono, nell’ordine, 1) dormire, 2) mangiare, 3) accendere l’Xbox, 4) dormire, 5) cazzeggiare su Internet cercando foto di gattini, e solo all’altezza di 6) comincio a riflAH NO prima faccio la doccia, poi 7) comincio a riflettere su quale potrebbe essere l’attività intelligente e culturale in cui indulgere per il resto della serata. Sfortunatamente, le serie tv mi vengono sempre in mente per ultime. Questo non perché non mi piacciano, come dicevo qualche riga sopra. No, quello che non mi piace è SEGUIRE LE SERIE TV. Loro sono belle, poverine, non ho nulla contro di loro. Solo, odio seguirle. Mi sono chiesto perché, cosa mi rende così strano, una pecora nera, un paria, un escluso, un intoccabile, un diverso. Mi sono risposto per punti.

Punto 1: non mi piace aspettare
Sono una persona impaziente. News, anteprime e teaser mi fanno venire l’angoscia. Perché mi devi dire ORA che vedrò Anne Hathaway vestita di pelle solo nel 2012, Christopher Nolan? NON LO SAI CHE POI DIVENTO CIECO? E quindi, ecco. Io magari mi guardo una lunghissima puntata di un altrettanto lunghissimo telefilm – dieci serie, quaranta puntate l’una, ciascuna lunga un’ora e tre quarti tranne il pilota che dura TRE GIORNI – e tipo alla fine della puntata 39 della terza serie succede che il protagonista Gianfranco l’Ammazzaorchi viene rapito dagli scagnozzi di Orlando l’Assicuratore di Dorchester, e proprio mentre Gianfranco penzola sopra un abisso di lava e fatture inevase e la snervante risata asinina di Orlando riempie il mio impianto Dolby 5.1 HD hi-fi (convenientemente travestito da 13’’, per non far morire d’invidia tutti), succede che compare la scritta TU BI CONTINIUD (è una produzione italo-americana, questo telefilm) e io devo attendere un’intera settimana prima di scoprire se Gianfranco verrà salvato dall’intervento del suo amico Gabibbo oppure no. Ecco, no. Non mi piace.

Punto 2: non è vero che più lungo è meglio
GIURO CHE SE QUALCUNO ci siamo capiti. Ma comunque. L’idea che tutti, tutti, tutti i fan dei telefilm provano a propinarci come prova del fatto che i serial stanno diventando il nuovo cinema è: con tante puntate e tante serie a disposizione, c’è più spazio per l’approfondimento dei personaggi, per raccontare le loro relazioni, i loro pensieri, per farli crescere. Il problema è che quest’idea dà per scontato che alla gente come me questo INTERESSI. Invece no. Non me ne frega nulla. Non voglio conoscere nei minimi dettagli ogni singolo pensiero della protagonista femminile di Come ho conosciuto due uomini un bebè e un’isola deserta, né analizzare le reazioni di Ugo, il camaleonte arrivista protagonista dell’omonima serie (intitolata curiosamente Carlo), di fronte al fatto che a causa di un’incomprensione sulle uova fritte è stato mollato dalla sua fidanzata, di nome Carlo. Voglio libertà, voglio un minimo di spazio di manovra che mi consenta di conoscere un personaggio, sì, ma non di venire guidato per mano sul sentiero dell’approfondimento psicologico, passo dopo passo, così che non possa mai sbagliare né mal interpretare né pensare qualcosa che in realtà non sarebbe stata concepita dagli autori nel modo in cui io stesso ho avuto l’ardire di interpretarla. I personaggi dei film sono belli perché di loro non sappiamo TUTTO. Indiana Jones è fico perché non so quale sia il suo cibo preferito né l’ho mai visto alle prese con la visita della vecchia mamma al suo appartamento. Leonard di Big Bang Theory ha smesso di esserlo proprio perché bla bla la mamma all’appartamento. Lo ripeto: non mi interessa sapere TUTTO di un personaggio. Quella roba si chiama “file segreto dell’FBI”, e onestamente mi fa anche un po’ paura. Di conseguenza, non mi interessa stare in compagnia degli stessi dieci stronzi per trenta stagioni da ottanta puntate di due ore l’una.

Punto 3: dopo un po’, le situazioni prevedibili spaccano le palle
Questo è vero soprattutto per le sit-com, e meno per i film-lunghi-ma-spezzati-in-tanti-minifilm-da-un’ora-l’uno-con-una-trama-unica. Ma anche no. La cosa, comunque, è direttamente collegata al punto sopra: per quanto un personaggio possa essere interessante e sfaccettato, e per quanto le cose della sua vita possano essere altrettanto interessanti e altrettanto sfaccettate (tipo così), arrivati a un certo punto anche basta. OK, ho capito, i protagonisti del tuo telefilm sono degli esperti di caccia e pesca, e ogni puntata è costellata di battute e riferimenti nerdissimi al mondo della caccia e pure un po’ della pesca. Bene la prima volta, bene la seconda, bene così per tipo trenta volte. Dopodiché basta. Non voglio più sapere nulla della reazione di Orsetto Masnaghi (protagonista della bellissima serie HBO Tre giorni per morire cruentemente) di fronte all’ennesimo grumo di viscere fuoriuscite da uno stomaco. La conosco già. Me la aspetto. Orsetto Masnaghi non è un mio amico, né una persona che conosco. Voglio dire, già le persone che conosciamo dopo un po’ ci annoiano. Perché bisognerebbe farsi del male guardando gente che non abbiamo mai neanche visto di persona che fa per l’ennesima volta le stesse robe, con minime variazioni?

Punto 4: quante volte va a pisciare al giorno il personaggio X?
Ecco. Cioè, se il punto prima era su reazioni e relazioni tra personaggi, questo riguarda le cose che essi fanno. Dice: «In una serie lunga lunga posso mostrare molti più eventi! Posso far capire nei minimi particolari come ha fatto il signor Ano Baffuto a entrare nel caveau della banca! Mica come in quei cosi lì, quei films, dove a un certo punto c’è il taglio e lui è già dentro il caveau e chissà come ha fatto a entrare». Sbagliato. La cosa bella dei film è che fanno un’accurata selezione delle robe interessanti che portano da una situazione A a una situazione Z, così che la struttura di un film diventa tipo A => G => H => O => Z, e il resto chissene. Un telefilm, invece, HA DEL TEMPO A DISPOSIZIONE. E quindi smarmella. Non solo in trentacinque puntate consecutive può mostrare senza problemi tutto ciò che accade tra la A e la Z, ma può anche inventarsi nuove consonanti per allungare il brodo. Poi senti quello che ti dice: «Eh, però l’ultima puntata non era mica il massimo». GIURA.

Punto 5: se è vero che nei telefilm ci si affeziona di più ai personaggi, e se è vero che ogni telefilm prima o poi finisce, siete forse voi masochisti?
Direi che dice tutto, no? Uno passa mille e più giorni della sua vita a seguire le vicende di Rachel e Ross, poi Friends finisce e bùm, non ti resta che rivedere le prime puntate e sogghignare con aria saputa perché ah ah tanto tra qualche stagione scopano. Che cazz? Perché non posso guardarmi un bel film che comincia, prosegue, cristallizza personaggi e personalità in un unicum eterno di eternit, finisce, stop? Perché devo farmi continuamente del male scoprendo nuovi aspetti della personalità di una persona (aspetti che magari NON MI PIACCIONO NEMANCO), sapendo pure che da un momento all’altro potrei non aver più nulla a che fare con loro perché la rete ha deciso di cancellare lo show, o perché uno di loro muore perché nella vita reale s’è stufato di, o perché semplicemente la storia è finita? Questo significa giocare con i sentimenti!

Punto 6: non me lo ricordo più, quindi lo userò come conclusione
Per dire che – prima che qualcuno si offenda o mi insulti – ovviamente tutto quanto ho detto sopra è verissimo e incontestabile, per nulla esagerato e parossistico e assolutamente senza alcun intento di risultare paradossale. 100% realtà, 0% cazzate.

Postconclusione: davvero, non ce l’ho con voi
Né con i telefilm che guardate. Solo, non mi piace starci dietro. Non ne ho la forza né la pazienza, mi distraggo facilmente e GUARDA CHE BEL FIORELLINO NEL PRATO!, e per giustificare tutto ciò invento scuse pretestuose e finto-intelligenti così sembra che io abbia un’opinione forte sull’argomento. Quando, in realtà, la vera, unica, grande, primaria motivazione dietro alla mia incapacità di seguire una qualsiasi serie tv dall’inizio alla fine è molto più semplice: non ho sbatti.


3 Risposte per "Dove dico delle cose sulle serie tv che mi alieneranno più di una simpatia."

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  • gae8989 :

    Mi sto divertendo troppo nel leggere i tuoi post. Già sei un genio per il semplice fatto che ti sei guardato tutte le stagioni dei Griffin (e scommetto che sei anche uno di quelli che ricorda a memoria i flashback fondamentali, “come quella volta che ho dimenticato come ci si siede”). Ma sei un genio anche per l’originalità dei tuoi articoli. I miei complimenti!

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