Ho fatto pace con Aronofsky, ma forse anche no.

Essendo io una persona straordinariamente coraggiosa e aperta di mente (oltre a saper cucinare una pizza deliziosa), ho guardato Black Swan. Non mi interessava, apparteneva pregiudizialmente alla categoria «Non l’ho visto e non mi piace». Un po’ perché non ho alcun legame emotivo particolare con il mondo della danza, un po’ perché non avevo ancora perdonato The Fountain ad Aronofsky, lo stesso Aronofsky che mi aveva devastato l’anima con Requiem for a Dream prima e con la storia che si faceva Rachel Weisz poi.
Però l’ho visto. E mi è piaciuto. Cioè, è un bel film.
Intendiamoci, è pieno di difetti. Mister Weisz ci va giù decisamente duro con gli effetti speciali, a volte abusandone – la scena che Natalie Portman ci spuntano le ali da cigno, per esempio, è sottotitolata ANCHE NO scritto grosso così. I personaggi tendono fin troppo al cliché; in particolare Vincent Cassell (il coreografo artista ma anche un po’ maiale che sprona le sue ballerine con frasi a effetto che sembrano scritte da Ken Follett per la sua personale sceneggiatura di Billy Elliott? Suvvia) e la madre. E anche le loro interazioni sono spesso di grana fin troppo grossa, non approfondite, tanto che a tratti sembra di leggere il codice fiscale di un rapporto umano. Nella foga di tenere sempre l’attenzione alta, mi sembra che Aronofsky esageri con il non-detto e il non-spiegato (e nemmeno suggerito, a volte). Anche certi (molti) dialoghi sono ai limiti del pensierino da tema delle elementari, tipo tutte le volte che Vincent Cassell apre bocca. E poi, be’, c’è il problema di cui sopra del legame emotivo, per cui le loro interpretazioni come ballerine per me hanno poco significato, e non riesco a capire la competizione, quel tipo di competizione, né di modo di esprimersi. Ma qui, ribadisco, il limite è mio.
Ciò detto, Aronofsky resta un MAGO DELLA CINEPRESA, saltellando tra i registri senza soluzione di continuità e riuscendo comunque a mantenere sobrietà e uniformità stilistica. Nella frase precedente ci sono un sacco di parole che finiscono in –tà. Si è anche studiato un sacco di Lynch periodo Mulholland Drive, il che non può che farmi felice. Come direbbe Fabio Caressa, grandi prove dei solisti: Natalie Portman è eccezionale Oscar meritato bla bla, Mila Kunis è topa e così via. E c’è questo fatto che ho visto un’ora e quaranta di una pazza isterica che sussurra, balla e generalmente sta zitta e vede le cose, e non mi sono annoiato, anzi la tensione è rimasta altissima, sempre, comunque.

Tutto questo, per me, significa che hai fatto un bel film, Aronofsky. Insomma, mi hai tutto sommato convinto, Aronofsky. Abbiamo fatto pace, Aronofsky. Ti perdono anche quella boiata hippy-govinda-metafisico-spirituale di The Fountain, Aronofsky. Però ti devo dire una cosa, Aronofsky. Una cosa che ho capito ripensando a tutta la tua filmografia da Pi in avanti, Aronofsky.
Fai sempre lo stesso film da tredici anni, Aronofsky.
Davvero, è strano dirlo di uno che è passato dai tossici ai wrestler ai matematici ebrei alle ballerine a QUELLI CHE VIAGGIANO NEL TEMPO E NELLE CULTURE, ma è anche tipo vero. I film di quello lì di cui non voglio più scrivere il nome causa overdose nel paragrafo precedente hanno tutti la stessa struttura e la stessa conclusione (con la possibile eccezione di The Wrestler): sono una spirale verso il basso. I protagonisti partono pazzi e finiscono peggio. Hanno qualche sporadico picco di miglioramento, certo. Jared Leto e Jennifer Connelly fanno i soldi. Natalie Portman vive una folle serata da normale ragazza di ventott’anni, in una sorta di Thirteen versione laurea specialistica. Ma sono momenti, accidenti, eventi collaterali. Non c’è mai un miglioramento nel percorso dei personaggi di Aronofsky. C’è una lunga/corta e lenta/veloce discesa in una spirale. Che di solito è causata da uno o più dei seguenti fattori: ossessione per la propria attività (il ballo, la matematica), problemi con i genitori (il che mi fa pensare a che brutte persone dovessero essere i signori Aronofsky – a meno che lui non sia semplicemente un fanboy di Freud), sessualità strumentale e funzionale all’obiettivo da raggiungere quale che sia (mai mai MAI serena e disinteressata), TANTE DROGHE.

Punto. Tutto qui. Prima o poi uno o più di questi elementi spunterà sulla strada del protagonista e gli farà fare un altro passo verso il basso. Non c’è speranza. Non c’è progresso. Non c’è salvezza. Quindi ecco. Abbiamo capito cosa ci vuoi dire, Darren Aronofsky. Ci è molto chiaro, l’hai declinato in mille salse, l’hai approfondito e ce l’hai sbattuto in faccia con una violenza e una precisione nei dettagli che va ben oltre i limiti della pornografia. Ora è il momento di basta. Le mani buone ce le hai. Inventati qualcos’altro e continua a farci felice che so che ce la puoi fare.
Sinceramente tuo,
Gabriele

Un commento a "Ho fatto pace con Aronofsky, ma forse anche no."

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