Un post lungo, che parla di Uncharted e di altra roba

Partiamo da un presupposto: a quasi nessuno fregherà un granché di quel che scriverò da qui in avanti, perché a quasi nessuno frega granché dei film tratti da videogiochi (o dei videogiochi in sé, anche). D’altronde, uno apre un blog per questo, no?

Ma comunque. La notizia è semplice: uscirà il film di Uncharted. C’è di mezzo Mark Wahlberg, lo gira David O. Russell, in sostanza c’è abbastanza materiale per far storcere il naso a tutti quelli che, tra meno di un mese, staranno tessendo le lodi sperticate del commovente e intensissimo The Fighter (non l’ho ancora visto, ma ne parlano tutti così e continueranno a farlo dopo gli Oscar, quindi mi porto avanti), di Marky Mark riscopertosi attore e bla e ancora bla, e quindi che idea del cazzo è girare questo Uncharted. I kritici ke kontano (cit.) storceranno il naso, sì, perché dai, prima mi fai un filmone de menare ma con tanto sentimento e persino Amy Adams è bravissima, e poi ti butti nei videogiochi? Ah già, perché ecco, c’è questo fatto che Uncharted è proprio questo, un videogioco – anzi due, che, azzardo, saranno diventati tre ora che il film sarà pronto. Un videogioco, sì, una di quelle cose che i ragazzini brufolosi che tengono il joystick nelle loro manacce grassottelle e unte di patatine e poi vai in giro e spari ai cattivi e quindi impari la violenza e vai a scuola il giorno dopo e massacri tutti. Una roba che gesù mio un trentenne che gioca ancora con I VIDEOGIUOCHI? Follia, immaturità, cresceteperdìo.

Il problema sapete qual è? Che è difficile dar torto a quei nasi storti, a quello scetticismo venato di sarcasmo, a quel grande MAH che si stampa sulla faccia di ogni Mereghetti-wannabe tutte le volte che si cita la parola con la V all’inizio e che non è Vertigine né Vitalità. E non perché i videogiochi in sé incitino alla violenza, o siano roba da immaturi o che; anzi, il contrario, ma non è la sede per parlarne quindi se volete venitemi a trovare che vi offro anche un caffè. Ma perché la maggior parte della gente conosce Pac-Man, Tetris, Space Invaders e poi ha un gap temporale e mediale che lo catapulta direttamente tra le braccia della roba più temuta del mondo, sia dai fan dei videogiochi sia dai cinefili: il FILM TRATTO DA UN VIDEOGIOCO.

Sgombro il campo da equivoci: i FTDV sono generalmente brutti. Ci sono varie gradazioni, ovvio: si va dal più che accettabile (Prince of Persia) all’offensivo (Super Mario Bros., anyone?), passando per film che i fan del gioco odiano a morte (i quattro Resident Evil, che pur essendo dei fumettoni divertentissimi condividono con la serie solo i nomi dei personaggi) e luminose eccezioni (Silent Hill, che è effettivamente un bel film). Poi c’è Uwe Boll, ma questa è un’altra storia, e andrà raccontata un’altra volta, come diceva Michael Ende. Comunque, ecco. Mediamente, i FTDV sono brutti.

Il motivo è duplice, sussiste su due piani separati ma complementari e va a tangere la sensibilità di appassionati e cinefili in misure e modalità diverse ma inestricabilmente legate.

(wow)

Motivo numero uno, quello che fa irritare i gamerZ, riassumibile in una frase: «Il film XYZ non c’entra nulla con il videogioco!». Per dire, uno che ha giocato a Final Fantasy VII si aspetta di godersi un anime che racconti pedissequamente la storia del gioco, senza deviazioni, reinterpretazioni, PARTI AGGIUNTE. Se XYZ (un film bellissimo, tra l’altro, vorrei un sacco vederlo) si chiama come il gioco ZYX (per Xbox 360 e Playstation 3) ma non ne ripercorre ogni singola cutscene frame per frame, allora it’s no good. Questo ragionamento, ecco, come dire?, è una vaccata. Oggi come oggi, la maggior parte dei videogiochi – di quelli potenzialmente filmabili, almeno – è costruita su sceneggiature, regia, interpretazioni e colonna sonora tanto quanto lo è un film. Viene quindi naturale pensare che l’eventuale secondo debba ricalcare il primo. La domanda è: «Cui prodest?». Il bello di un videogioco con una storia ricca e interessante è che ce la si può godere in aggiunta e complemento al gioco in sé, per l’appunto MENTRE SI GIOCA. Non AL POSTO, ma DURANTE. È un concetto così ovvio che mi fa venire voglia di CAPS LOCK. La trasposizione deve necessariamente aggiungere qualcosa e sottrarre qualcos’altro. Altrimenti si fa come per i primi film di Harry Potter, che prendevano di peso la storia del libro e ci aggiungevano le immagini, la colonna sonora ed Emma Watson. È una banalizzazione di un processo complesso, che deve tenere conto delle peculiarità dell’uno e dell’altro medium. Tradotto in italiano decente e non pretenzioso, se stare mezz’ora a rompere attivamente il culo a degli alieni è divertente, non significa che vedere un attore che lo fa al posto nostro lo sia altrettanto. Sarebbe ora che tutti i gamers la smettessero di sperare che un FTDV sia l’equivalente di guardare un’ora e mezza di qualcun altro che gioca al gioco stesso. È noioso. È banale. Non rende giustizia al gioco. Non rende giustizia al film.

Motivo numero due, quello che tiene i cinefili alla larga dal prodotto: i FTDV sono scritti male, e spesso girati altrettanto da schifo. Qui la colpa è di chi i film li fa, molto semplicemente. Perché l’idea è la stessa di cui sopra, solo che rigirata: «La gente si diverte a spaccare il culo agli alieni per mezz’ora! Facciamo un film così e dimentichiamoci di cose inutili tipo I PERSONAGGI o LA STORIA!». I FTDV mostrano spesso (sempre?) una scarsissima familiarità con il source material. Sembrano scritti di corsa, da qualcuno che abbia letto un po’ di Wiki e guardato due filmati su YouTube. Ora dirò una roba che diomio se mi leggessero i veri critici che mazzo mi farebbero: un film come Postal di Uwe Boll è il perfetto esempio di come si faccia un FTDV con le palle. La storia del gioco? Se la volete conoscere per bene giocatevelo. I personaggi deliranti, le atmosfere demenzial-splatter, lo spirito camp? Presente, presenti e presente. Postal è un film scritto con il culo e che ammicca alla serie Z guardandola dal basso verso l’alto, lo è in modo autoironico ed è perfettamente consapevole di se stesso. Il gioco? Idem. Ecco cosa è ora che Hollywood impari: non basta concentrarsi sulle parti di un videogioco che sono divertenti da giocare per creare un film che sia divertente da guardare. I FTDV hanno bisogno di storie, non di cutscene rigirate con attori veri.

E quindi, Uncharted. Quelli della prima categoria dicono che eh ma non si può cosa c’entra Mark Wahlberg con Nathan Drake e poi hanno aggiunto dei personaggi che non c’erano nel videogioco (che poi siano Joe Pesci e Robert De Niro chissene, no?) e sarà sicuramente uno stupro del gioco e bla e bla e ancora bla. Quelli della seconda categoria dicono che bah sarà la solita tamarrata tipo Tomb Raider e le sparatorie e che palle questi che copiano Indiana Jones senza avere personaggi e dialoghi e atmosfere e regia all’altezza. Io dico aspettate e vediamo come va, se magari tipo lo scriveranno bene, se chessò David O. Russell lo girerà con classe e maestria, se sarà o meno un complemento al gioco – Henry Jenkins la chiama crossmedialità, e io chiamo l’utilizzo gratuito di citazioni intelligenti e scorporate da un contesto adeguato un modo per farmi sentire figo e gonfiare il mio intellettualissimo petto, quindi ecco, beccatevele e stop – o una copia carbone dello stesso con Wahlberg al posto di un ammasso di pixel e poligoni. I FTDV hanno potenziale, anche, soprattutto, principalmente, tanto tanto così perché i V stessi hanno potenziale, spessore, raccontano storie, DICONO COSE. Se l’adattamento di libri, di fumetti, di musical, di un po’ tutto, funziona, perché non dovrebbe valere anche per i videogiochi?


Un commento a "Un post lungo, che parla di Uncharted e di altra roba"

  • arachnia :

    Mi trovo d’accordo un po’ su tutto, ci sarebbe da aggiungere, ora che sono usciti, che Silent Hill 2 è un pastrocchio assurdo e che l’ultimo Resident Evil è terrificante (non nel senso buono) e infatti nella rivista stessa gli avete dato 2. Come volevasi dimostrare!

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