Sui film più belli di sempre (uno in particolare)

E quindi, Il Grinta è il film più bello di sempre.

Che poi io ho un problema con i film più belli di sempre, nel senso che ne vedo tipo tre o quattro al mese. La prima volta che ho visto Machete, per dire, ho esultato ininterrottamente per un’ora e mezza, profondamente convinto che Danny Trejo fosse il nuovo Orson Welles. Poi mi è passata – ma neanche troppo – quando mi hanno costretto a guardare I Love Radio Rock. Che, per circa dieci giorni, ha sostituito Machete nella mia testa come film più bello di sempre. Mi è successo anche con Mulholland Drive, in effetti, ma lì è un po’ diverso perché non ho ancora cambiato idea, nel senso che è effettivamente il film più bello di sempre; e poi c’è Naomi Watts, che essendo la miglior attrice di sempre rende ogni film in cui recita il film più bello di sempre. O no?

Ma comunque, Il Grinta. È vero, si sapeva che sarebbe stato bello, era telefonatissimo, ce l’aspettavamo tutti. Perché il selvaggio West, Jeff Bridges, fratelli Coen, tutte quelle robe che fanno pensare aprioristicamente che stia per uscire un grande film. E poi è uno di quei casi in cui l’attesa non è silenziosa e interiore e intimista e quasi spirituale, tipo come quando scopri che esce Burke & Hare e fatichi a trovare qualcuno che si entusiasmi all’idea e quindi ti costruisci una specie di altarino dell’anima con la foto di John Landis davanti al quale ti inginocchi ogni sera nel buio della tua cameretta, ma è piuttosto uno di quei casi in cui l’attesa significa che ne parli con gli amici da almeno sei mesi prima dell’uscita, e pregusti, immagini, e la volta che ti arriva una foto del set scattata da Jeff Bridges in persona te la coccoli anche se è solo un mega e due di dati e non un posterone grande come una parete come la foto stessa si meriterebbe, e magari la racconti agli amici di cui sopra, la foto dico, e gli amici di cui sopra sbavano e fremono, e tu diventi una specie di sciamano che evoca l’atmosfera di un film che neanche hai ancora visto, e loro pendono dalle tue labbra, e ti senti anche un po’ figo, tutto sommato, ma alla fin fine aspetti ancora di poterlo vedere, ‘sto cavolo di Grinta.

Poi, finalmente, arriva quel momento lì, quello in cui puoi vederlo.

E quando il film comincia e Jeff Bridges grugnisce e il vento soffia tra i cactus – non è che lo faccia DAVVERO, è più una roba simbolica, tipo il vento dell’arte che soffia tra i cactus dell’anima, o magari è la birra, eh – e il film procede, lento, inesorabile, crudo e spietato ma anche, perché no?, divertente, e punteggiato di oh mio dio che momento struggente, e insomma dopo due ore hai un sorriso stampato sulla faccia perché quei due str***i te l’hanno fatta di nuovo.

E il bello è che io mica so di preciso perché Il Grinta sia il film più bello di sempre. Cioè, è vero, è costruito per piacere, urla «AMAMI!» da ogni inquadratura, è scritto, pensato e realizzato come un nuovo classico retrò-moderno, quindi montaggio semplice semplice ma quel tantino più veloce e ritmato da farti capire che non può che essere uscito nel 2010, loro che muovono la camera come se fossero i Coen che rifanno Hathaway (non Anne, quella c’entra con Batman), un po’ di protofemminismo tipo una versione solinga di Gli Spietati con la donna che s’incazza invece che andare a piangere da Clint Eastwood, e quindi boh, sì, è un grandissimo film. Ma di grandissimi film, visto che sono uomo di buon gusto e raffinata capacità critica nonché di bell’aspetto e gradevole eloquio, ne vedo a bizzeffe. Di film che mi facciano pensare: «Ehi, ho voglia di rivederlo tipo ora!» invece, un po’ di meno. Eppure.

Eppure boh, forse è perché Il Grinta è una di quelle storie che ti insegnano a non arrenderti mai e bla e ancora bla. O forse è perché, al contrario, la lezione finale è che un’ossessione è in grado di distruggerti la vita, e bisogna imparare a dire basta, a tirarsi indietro, a radersi al suolo e ricostruire sé stessi, per non finire [SPOILER ALERT] zitella e senza un braccio, oppure fenomeno da baraccone in un circo. O magari è perché mi piacciono le storie di tramonti metaforici e di fine di un’epoca, e quando ho visto il cartellone del Wild West Show mi è venuto in mente Christopher Plummer inginocchiato nella neve che chiede l’elemosina alla fine di Parnassus e John Neville sul palco in rovina nel Barone di Münchausen, e in generale mi piace Terry Gilliam, sì, ma comunque la fine di un’epoca, si diceva. O ancora, sarà perché dall’estate scorsa a oggi ho visto tanti western quanti ne avevo visti nel resto della mia vita, un po’ perché ho scoperto Steinbeck e ho riletto la Trilogia della frontiera di McCarthy, un po’ anche incoraggiato da questa cosetta, fatto sta che sono arrivato lanciatissimo al Grinta.
Che forse, a conti fatti, non è il film pù bello di sempre. È solo il film giusto al momento giusto, di quelli che ogni tanto arrivano, ti guardano, sbattono suadenti le lunghe ciglia accarezzandosi le labbra rosso fuoco e accavallando le gambe lunghe e flessuose e dicono, con voce roca e sensuale: «Ehi, stavi forse cercando me?».
Ecco, ora immaginatevi questa roba, solo che fatta da Jeff Bridges. In effetti, a ripensarci, io questo lo chiamo film più bello di sempre.


Un commento a "Sui film più belli di sempre (uno in particolare)"

  • Adriano Aiello :

    Sono contento di non averti incontrato nella fase della tua vita in cui pensavi che Danny Trejo fosse Orson Welles. Sono brutti trip da smaltire. Anche la sana iconoclastia ha un limite

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