Whiplash: la ricerca senza cuore di un tempo perfetto

Sto dormendo 4 ore a notte da 3 settimane a causa dell’inizio del rock’n’roll della postproduzione di MINE, le difese immunitarie mi si sono abbassate, ho preso l’influenza, l’ho già quasi sconfitta, mi sono preso una serata libera per incontrare un’amica e raccontarci i nuovi rocamboleschi capitoli delle nostre vite e andare al cinema a vedere WHIPLASH. Ora sono le 2 e 21 del mattino, domani devo lavorare tutto il giorno e la sanità psicofisica vorrebbe che andassi a dormire.
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Invece no, ho visto Whiplash e mi prudono le mani, devo scriverne.

Annuncio che la lettura è sconsigliata a chi non abbia ancora visto il film.

Whiplash è un bellissimo film. Tra le sue qualità migliori la regia, le interpretazioni degli attori ed il montaggio. E, ovviamente, la musica.

Però c’è qualcosa che mi impedisce di amarlo.

Whiplash è un film che parla dell’inseguimento di un sogno. La cosa mi tocca da vicino, poiché quotidianamente mi trovo a dovermi confrontare con i miei sogni e quotidianamente a lavorare per portarli su questa Terra. Conosco bene la tematica. Per cui vivo il film in maniera molto intensa…ma diversa dal solito. Non riesco a immedesimarmi nel protagonista. E’ uno specchio distorto.

Ecco cosa mi impedisce di amare Whiplash: il protagonista mi sta sul cazzo.

Miles Teller decide razionalmente, freddamente, chirurgicamente, che per diventare “uno dei grandi”, non avrà il tempo di avere una fidanzata o degli amici. Tanto da troncare di netto con l’una ed essere in costante e furbetta rivalità con gli altri. E’ disposto a tutto pur di realizzare il suo sogno. Ma qui si va oltre la determinazione. “Disposto a tutto” in questo film significa disposto a vivere una vita di solitudine, di frustrazione. Una vita di merda.

Il film apre un voraginoso dibattito sulla questione “dove sei disposto ad arrivare per realizzare il tuo sogno?” So benissimo di cosa parla il film, so benissimo di cosa parla il protagonista. Per fare quel poco che ho fatto finora, i miei ultimi 15 anni sono stati costellati di sacrifici e rinunce… no, “rinuncia” è una brutta parola. Ho capito recentemente di avere un grosso problema con il concetto di rinuncia. Chiamiamoli “scambi”. Il punto di vista di Teller è affascinante e condivisibile, senonchè da un certo punto in poi deragli, secondo me come il film stesso. Che si chiude in maniera pulita, ma sterile. Proprio come un lungo e virtuoso assolo di batteria.

Whiplash mi ha attratto, interessato, intrattenuto, ma non mi ha mai emozionato. Non sono mai riuscito ad entrare nella storia. Passi l’istruttore (un superbo J.K.Simmons) ai limiti del parodistico (se si considera che alla fine stiamo parlando di suonare delle fottute batterie..). Ci sto. Ma non ho mai empatizzato con il protagonista, disposto a sacrificare qualsiasi cosa pur di riuscire ad arrivare al suo assolo di batteria. Ma chi decide quale sia il prezzo di un assolo di batteria? Non io, certo. Ma mentre guardavo il film non potevo fare a meno di pensare che quel ragazzo non avesse anima. Così come la sua musica. Che ciò che suonava era talmente rabbioso da essere quasi distruttivo. Non suona per nessuno, nemmeno per sé stesso. Suona per dimostrare qualcosa. Cosa tragica, mentre lo fa non si diverte neppure. Soffre e basta. Chi decide che un assolo di batteria sia più o meno importante dell’amore di una ragazza? Ho 33 anni, forse sono ancora un ingenuo e la vita mi farà a pezzi, ma ritengo che quell’assolo di batteria dovrebbe essere alimentato dall’amore per una ragazza. Non penso che si riesca ad ottenere successo isolando tutti gli altri elementi della vita.

Sia chiaro, Teller. Io ti capisco benissimo. Capisco benissimo quella sensazione di voler raggiungere il prima possibile il tuo obiettivo, ed il sentire che tutto ciò che è “vita normale” sia quasi un intralcio. L’ho provata per tanti anni, quella sensazione. Ero giovane e ansioso. Ci ho messo tanto a capire che quell’assolo non vale un cazzo se non ti diverti mentre lo suoni. Se non è il punto in cui fai confluire tutto te stesso e tutto ciò che ti circonda, il tuo mondo. Che potrà anche rimanere nella storia degli assoli, ma tu cosa te ne farai di quel traguardo se vivrai una vita di merda?

Sono punti di vista, forse ha ragione lui. Dipende da cosa si intende per “successo”. Penso che il successo sia l’espressione di sé stessi che trova un posto nell’ordine delle cose, il suo posto, e quindi anche nella società. Viviamo in un mondo in cui il raggiungimento di questa cosa, il successo, soprattutto quello apparente ed effimero, pare sia diventata la cosa più importante. Il successo, ad ogni costo. Un film è un mezzo in grado di veicolare messaggi potenti; penso sia opportuno interrogarsi sul messaggio che si fa passare quando si realizza un film. Sapete, quella storia che da un grande potere deriva una grande responsabilità. Ecco, quella lì. Nel mio piccolo, l’altro ieri sono andato a parlare di fronte a 300 studenti di una scuola di cinema. Cercavo di essere attento ad ogni risposta che davo, poiché ognuna di quelle risposte avrebbe potuto influenzare le scelte di chi nella vita vorrebbe fare il mio stesso mestiere. E io mi sono preso la responsabilità di dire loro che le uniche scelte giuste sono quelle che ti fanno vivere una vita che ti piace. E’ possibile vivere una vita che ti piace non condividendola con nessuno? Non costruendo scambi costruttivi con nessuno? La qualità della vita non ha prezzo. Il che non vuol dire vivere una vita comoda, tutt’altro. Vuol dire alzarsi la mattina ed essere contento di andare sul ring, anche a prendere le botte. Whiplash è un Rocky senza Adriana. Senza nemmeno Paulie.Funziona?

A me non sembrava che Miles Teller fosse contento. Ma nemmeno un po’. Quindi mi chiedevo perché lo stesse facendo. Mi chiedevo perché il film gli desse ragione. Mi chiedevo perché mi desse così tanto fastidio.

Ecco cosa mi impedisce di amare Whiplash, ho paura di ritrovarmi nel protagonista. Nelle sue scelte che ora mi sembrano così sbagliate, nel suo percorso che ora mi sembra miserabile.
Ho paura di essermi comportato come lui in passato. In maniera quasi inumana. Non ossessiva, ma ossessionata. E’ successo? Non ci penso, non serve preoccuparsi per una cosa che non si può cambiare. Ho paura di comportarmi come lui in futuro. Succederà? Non ci penso, non serve preoccuparsi per una cosa che si può cambiare. Mi sto comportando come lui adesso? Questo lo so. No. Non calcolo freddamente cosa mi serve e cosa no per realizzare i miei obiettivi. Non taglio le persone come rami secchi. La differenza tra me e lui è sottile, anche io so cosa significa sentirsi come un proiettile impigliato in una rete. E’ sottile, ma esiste. Mi trovo sempre al limite di quella sgradevole sensazione per la quale “niente sia davvero necessario”. Ma il limite esiste. Forse a volte l’ho varcato, ma solamente per poi tornare vigorosamente indietro.

Conosco amici che vorrebbero fare il mi stesso mestiere, in cui ho suscitato emozioni quali l’invidia. Ma alcuni di questi amici ad esempio hanno una famiglia, un figlio… E io rispondo loro che ognuno fa la sua strada, con i suoi modi ed i suoi tempi, e che quello che hanno loro non è meno prezioso di quello che sono riuscito a mettere insieme io, anzi. Anzi. Ironia della sorte, sono io che ogni tanto mi fermo a guardare cos’ho a parte i traguardi professionali, i miei progetti, i miei sogni. Cos’ho davvero. Sotto questo punto di vista mi sembra di aver raccolto ben poco. Non che non abbia seminato, ma i raccolti sono andati inceneriti, e ho dolorosamente preferito bonificare ciò che aveva a che fare con me stesso ed il cinema. E tutte le volte che mi fermo a pensare a questo, mi dico che non posso permettermi di fermarmi a pensare, non proprio adesso, e quindi ricomincio a correre, più veloce, verso la meta, verso le mete, che sono infinite, che potrebbero consumarmi ma mi va bene così. Adesso va bene così. Ma non è che non viva il conflitto, tutt’altro. Questo conflitto Teller non ce l’ha mai, e se ce l’ha, è privo di redenzione o risoluzione. Cosa impara dall’essere quasi morto in un incidente per andare a suonare a un concertino? Cosa impara dal non essere più corrisposto dall’unica ragazza che gli si era avvicinata? Niente. L’unica cosa che fa è picchiare più forte sulla batteria, più veloce. Ma non per entusiasmo, per rabbia.

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Fa riflettere come il film racconti proprio di un batterista, e termini nel suo assolo. Non si parla mai di una band, di un gioco di squadra, di un sogno condiviso. Il tutto si riduce ad un virtuosismo isolato, asettico. Come lo stesso film. Stupendo, tecnicamente perfetto, ma per me parco di emozioni.
A me della formula 1 non frega niente, ma Rush è uno dei film che mi ha più emozionato degli ultimi anni. Si può discutere delle posizioni dei due antagonisti rispetto al concetto di vittoria, ma è chiaro dal film che ciò che fanno lo fanno per pura passione. Se non per qualcuno, almeno per sé stessi. Meglio ancora, lo fanno per esprimere la propria natura. Per stare bene con sé stessi. Whiplash mi è sembrata la storia di uno che fa quello che fa perchè sta male con sè stesso. La storia di un talentuoso ed asociale autistico che vuole diventare “un grande”. Un grande è uno che fa un assolo pazzesco ad un festival di Jazz? Secondo voi dopo quell’assolo qualcuno si ricorderà di lui? Secondo voi si può diventare un grande essendo incapaci di provare amore o di costruire relazioni interpersonali?

Per questo amo i film. Farli, intendo. Perché si tratta di un enorme, sincronico, ambizioso gioco di squadra. Un esercito di persone che pensa e agisce visualizzando la stessa meta. Non si tratta di un assolo, ma di una vero e proprio concerto, che poi diventa un album unico e irripetibile.

Grazie, Whiplash. Mi hai ricordato che nonostante la mia determinazione da Terminator verso i miei obiettivi e la mia fame di traguardi, il sogno non è ciò che mi allontana dalla realtà, ma ciò che mi mantiene umano.


Un commento a "Whiplash: la ricerca senza cuore di un tempo perfetto"

  • m-elena2015 :

    È vero, l’immedesimazione magari non scatta, non scatta l’empatia…. Ma è indubbio che quando Fletcher spinge al massimo la competizione noi comunque parteggiano per Andrew quando si dimentica delle bacchette vorremmo urlargli che sta rovinando tutto quando strapazza la giovane di cui si era – comunque – infatuato ci arrabbiamo e vorremmo dirgliene quattro e farlo ragionare.
    Non per forza un protagonista deve essere simpatico per coinvolgerli, tanto più che il suo contraltare è ancora peggio…
    Credo che tutto il senso del film, del percorso (all’inferno) del protagonista stia proprio nell’ultima scena, nel climax parossistico che si vive con sofferenza vera (io l’ho vissuta così), patendo per questo ragazzo che sì, è supponente, non sa relazionarsi, non capisce il suo limite, ma ha un sogno, almeno l’aveva prima di incontrare Fletcher, ed era un sogno pulito, che lasciava spazio ad una storia di forse amore, al cinema con il padre, a tutto quello che dovrebbe esserci ad arricchire o sogni…
    Il confronto tra Andrew e Fletcher è senza esclusione di colpi, ed è liberatorio per tutti e due, permette al finale di aprirsi a tante possibilità, che non prevedono per forza la chiusura e la limitazione, il sacrificio ecc.
    Andrew si libera, lascia passare tra le dita qualcosa che si avvicina all’arte, anche se parliamo di batteria certo e alla fine viene riconosciuto, dal padre che lo guarda da dietro le quinte, da Fletcher che abbandona le armi e finalmente lo asseconda, dall’orchestra che infine si accorda con lui.
    Non sappiamo cosa succederà dopo questo concerto e questo mi piace.
    L’arte è sofferenza, certo, è una perfezione che spesso è difficile da raggiungere, è rinuncia -ma per avere qualcos’altro – e se c’è una cosa che secondo me il film dice è proprio che lasciare perdere tutto il resto porta alla perdizione, all’annientamento, all’abbrutimento e non all’arte. Solo dopo essersi allontanato dal suo mentore negativo, solo dopo aver scoperto che può comunque farcela, che esiste altro, dopo essere sceso all’inferno Andrew può affrontare il suo demone e superarlo, trionfando. Diventare un vero artista, poi, dipenderà da lui…
    Io la penso così!

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