Scegliere la forma della sostanza

Fino al momento in cui si arriva sul set, un film può succedere o non succedere. Riuscire ad arrivare al momento delle riprese rappresenta solo un piccolo sottoinsieme delle tante possibilità che popolano le infinite realtà sovrapposte in cui viviamo, le cui probabilità finiscono per collassare istante per istante, generando così l’unica realtà che possiamo percepire. C’è molta fisica quantistica nel filmmaking. Per questo sono sempre stato restio a parlare di un progetto prima di arrivare a girarlo fisicamente su un set. Finché ho capito che più che “essere restio”, avevo paura. Ho sempre avuto paura di non riuscire a farcela. Di affermare qualcosa prima che questo qualcosa sia un fatto reale. Ma ciò è altamente deleterio, perché l’universo olografico reagisce in base alle frequenze che emettono i nostri personali campi vibrazionali, e la paura è l’interferenza regina che impedisce una favorevole sincronicità degli eventi. Perché l’affermazione dissipa il dubbio ed aumenta la probabilità che il fatto diventi reale. L’ho già detto che c’è molta fisica quantistica nel filmmaking? Per cui niente paura. La paura blocca. E l’unico modo per vivere è muoversi, di continuo.

MSMine è un progetto molto importante, per cui l’idea di affrontarlo non è semplicissima da gestire. Leggevo la sceneggiatura e pensavo “Come dovremmo raccontare questo momento? Quale sarà l’inquadratura migliore? Come dobbiamo realizzare questa scena? Come risolveremo questi problemi produttivi? Lo script funzionerà davvero quando sarà tradotto in immagini?” . Mentre i nostri interlocutori iniziavano giustamente a porci innumerevoli domande: “Di quali mezzi avete bisogno per girare ? Quante settimane vi servono? Come farete a far funzionare questo passaggio del film? Quanto sarà postproduzione e quanto ci serve sul set? Dove possiamo tagliare i costi?” eccetera …

Non avere risposte a queste domande puo’ generare senso di insicurezza.

Nella mia breve esperienza, ho capito che nel processo creativo c’è un momento spartiacque tra questo stato d’animo e quello successivo: realizzare gli storyboard del film. Ovvero la decisione e la rappresentazione di tutte le inquadrature del racconto filmico. Questo passaggio è un’iniezione di fiducia. E di fede.

Fino a quel momento, una sceneggiatura è solo un punto di partenza, da cui possono partire infinite linee il cui disegno finale è sconosciuto. Da una sceneggiatura possono nascere infiniti film. Molti dei quali sono brutti. Molti altri dei quali sono solamente “carini” e quindi inadatti. E quasi tutti, non sono “all’altezza”. Ovvero non rappresentano perfettamente nella forma delle immagini ciò che è la sostanza dello script.

Sono convinto infatti che ogni momento di una storia rappresenti un significato ben preciso. E che ogni angolatura della camera, scelta della lente, movimento o composizione dell’immagine rappresentino qualcosa. Il racconto migliore è quello in cui forma e sostanza stanno comunicando simbolicamente esattamente la stessa cosa. In quell’istante la comunicazione rivolta al fruitore sta agendo su molteplici fronti, razionali e spirituali.

Breaking Bad è un capolavoro perché poteva essere girato e montato in infiniti modi, ma è stato girato e montato nel modo migliore esistente per mettere in scena il racconto della sceneggiatura. Stessa cosa per E.T., ad esempio. Ogni capolavoro lo è in quanto tale poiché forma e sostanza si rafforzano l’un l’altro esprimendo l’essenza energetica di un concetto.

MS2Anche se il plot di partenza è un survival / drama, Mine in questo senso è stato scritto e concepito facendo molta attenzione all’uso dei simboli, poiché sono loro che riescono a comunicare con l’inconscio con gli spettatori, in ogni tipo di storia. E’ un uso psicomagico della narrazione, l’uso migliore. L’unico uso che conta davvero, per quanto mi riguarda. Non avremmo potuto quindi affrontare gli storyboard se non in maniera altamente simbolica. Quindi ore e ore di discussione su ogni singolo frame per capire se un personaggio deve occupare la parte sinistra o destra del frame, o dove deve essere rivolto. Cosa significa se Mike guarda a sinistra? Vuole dire che la sua anima è rivolta al passato? E se guarda a destra sta metaforicamente guardando al futuro mentre compie quest’azione in questo momento del film? Mike deve essere in piedi o in ginocchio qui? La camera sta ferma e lo osserva da lontano o gli si avvicina lentamente? Per suscitare empatia in questa scena usiamo un’ottica che “stringa “ sul soggetto e ci faccia entrare nella sua testa o una più larga che ce lo mostri nella sua interezza facendoci percepire così la sua solitudine? Che ritmo dovrà avere questa sequenza?

Prima di tutto cerchiamo un significato che sia visivamente chiaro, facendo attenzione al linguaggio dell’inconscio, rispetto al momento che stiamo raccontando. E al contempo ci chiediamo come realizzarlo tecnicamente.

Lo stesso atto di storyboardare il film in un momento in cui prevale ancora l’incertezza riguardo il quando ed il come delle riprese, è una specie di presa di posizione energetica. Vuol dire comunicare a sé stessi e agli altri “non so e non importa quando e come tutte le circostanze si incastreranno in maniera favorevole per permetterci di cominciare a girare, non so e non importa a cosa bisognerà passare attraverso per arrivare al giorno in cui pronunceremo il primo ‘azione!’, quello che so è che questo è il film che vogliamo fare e questo è il film che faremo.”

E man mano che si procede storyboardando, ciò che era una sceneggiatura che porgeva un sacco di domande, diventa una lunga sequenza di risposte. Tutti i Mine possibili collassano man mano, inquadratura per inquadratura, nel Mine che sarà in questa realtà. Nel Mine che abbiamo scelto. Scegliere il film che voglio fare tramite immagini, mi rassicura. Divento proprietario a tutti gli effetti della storia che voglio raccontare. So se il film funziona o no, so cosa posso e devo cambiare e so cosa mi serve a livello produttivo. Divento più forte. Scanso la paura. La distanza tra il film che avrei voluto fare e il film che voglio fare diventa una linea retta. Ciò che era un insieme di idee, prende corpo e diventa…una visione. Ora si tratta solo di trovare un modo per trasformare quella visione in realtà. Ed in questo, mandare all’universo segnali di fiducia gioca un ruolo determinante. L’ho già detto che c’è molta fisica quantistica nel filmmaking?


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