“…e quello è male. Ok, è un importante ragguaglio. Grazie, Egon.”

Potrei cominciare con una battuta sul Plumcake, potrei essere retorico nel ricordarvi che quell’uomo non era solo un attore ma anche un grande regista e fine sceneggiatore di film quali “Ricomincio da Capo”, potrei essere banale dicendo che “Ghostbusters” è un pezzo enorme della mia infanzia, potrei ammorbarvi rivelandovi che è uno dei tre film a cui sono più legato e che è uno dei motivi per cui nella vita ho scelto di raccontare storie…ed invece mi viene solo da dire che che non me l’aspettavo.

La dipartita di Harold Ramis a causa dell’aggravarsi di una malattia autoimmune fa tanto male perché ci ricorda in maniera violenta la differenza tra sogno e realtà. “Ghostbusters” è uno di quegli eventi cinematografici talmente perfetti ed impattanti a livello socio-culturale che si verificano una volta ogni dieci anni, e che forse oggi non si verificano più. Una commedia atipica, perché fa anche paura, eccelsa, perché fa ridere prendendoti continuamente in contropiede, memorabile, perché ha creato più di un’icona dell’entertainment di massa globale. E tra queste icone, c’era il Dottor Egon Spengler. L’uomo che ci ha insegnato perché incrociare i flussi “è male”, il nerd superfigo che tutti i bambini secchioni avrebbero voluto diventare. Uno dei personaggi che ha popolato l’immaginario collettivo infantile e pre-adolescenziale di almeno un paio di generazioni. Uno di quei personaggi appartenenti a quei mondi, a quelle storie che non ti togli più di dosso. Giusto sabato sera, in un locale di Torino, sono stato tacciato di essere “scaccia-fica” perché assieme ad un altro amico stavamo citando a memoria ogni battuta di Ghostbusters. La verità è che ci stavamo divertendo di più così che bevendo o cercando di investire energia verso persone che non possono essere più interessanti di Ghostbusters, la verità è che stavamo condividendo un pezzo della nostra vita comune. Quel film è eterno, non invecchia mai. Come non invecchiano mai le sue battute, come nella nostra testa non invecchiano mai i suoi personaggi. Quello è il mondo delle idee, delle proiezioni mentali ed emotive, del simbolismo atemporale. Per questo non ti aspetteresti mai di leggere che Harold Ramis è morto. Egon è morto. Clicchi sulla notizia, incredulo, e leggi della sua malattia. E pensi “ma come, Egon si ammala?” E vedi le foto di Ramis, e capisci dai suoi capelli bianchi e dai chili di troppo che il tempo è passato. Che Egon non è immortale. Che Egon e Harold Ramis sono due entità distinte. Che Egon è un personaggio di fantasia. Che la realtà è più brutta e prepotente del sogno. Che tutto finisce. Che ciò che è magico non è vero, mai. E che non puo’ durare.

Nel piccolo, questo momento racchiude al contempo l’arrogante trappola della vita ed il potere del cinema di liberarci da tale insidia quotidiana.

Non sappiamo quanto Harold Ramis ed Egon Spengler avessero in comune. Ma insieme hanno dato vita, sì, a qualcosa di eterno. Che sì, durerà per sempre, concretamente e realmente, perché ci sarà sempre qualcuno a ricordarlo. Non mi sembra poco. La possibilità di vivere anche dopo la morte è data solo a qualcosa di magico. Di sovrannaturale, se preferite. Un potere conferito solo a coloro i quali, per qualche motivo, riescono a toccare il nostro animo e lasciarci un segno grazie alle storie filmiche. Come la mettiamo allora, vi sembra che la realtà possa contrastare minimamente la forza del sogno?

Altro che fantasmi. Leggende.

Ciao Egon. Come diceva il Dottor Venkman su quel tetto di New York: “Ci vediamo dall’altra parte.”


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