Cinema: diagnosi, prognosi e prescrizioni finali in una veloce bloggata: 2.0

UPDATE 18 NOVEMBRE 2012:
Visto che questo articolo è piaciuto molto, mi sento di aggiungere 4 titoli.
Ricordo, nel caso non abbiate voglia di ri-leggere l’articolo, che si tratta di un elenco di film che ho visto ultimamente e che ho trovato interessanti (il che spiega sia perchè non siano presenti tanti altri film belli non recenti sia perchè non siano presenti tanti altri film belli e basta).

Tra i nuovi 4 segnalo soprattutto l’ultimo, che tra l’altro uscirà al cinema in Italia tra circa due settimane e mezzo. E’ un gran film, molto differente da ciò che lo fanno sembrare i trailer, ed è una grande occasione per voi di dare qualche euro a qualcuno che si merita di fare altri film. Il fatto di pagare per vedere dei film, come accennato alla fine del post, è essenziale per la sopravvivenza di questi racconti che vi piace tanto guardare. E visto che ormai esistono i noleggi a 3 euro, non avete più scusanti.

Le 4 new entry sono:

LA CASA MUDA
di Gustavo Hernandez

THE RAID – REDEMPTION
di Gareth Evans

MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO
di Stephen Daldry

THE GREY
di John Carnahan

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La formula degli studios americani è sempre esistita. Per “formula” intendo il tentativo delle major di realizzare dei film su una base più matematica che creativa, al fine di rendere concrete le proiezioni di spese e profitti relative ad un determinato progetto. Tale tentativo è dunque basato sulla ricerca di un modulo standard di scrivere sceneggiature di film di successo, nonché un modo standard di riprodurli sullo schermo, da qui la nascita dei famosi screening-test.

Per riassumere: gli screening test sono delle proiezioni del film ancora work in progress destinate a poche decine di persone che hanno il compito di giudicare il film compilando un questionario che lo studio rilascia loro. In base a questi esiti, lo studio 9 volte su 10 decide di operare dei cambiamenti sul montaggio o di girare scene aggiuntive, spesso e malvolentieri di ri-girare il finale (sì, quello che vi spacciano come “finale alternativo” negli extra in realtà è quasi sempre il “finale originale”, ovvero quello che aveva molto più senso). Ci sono film che, purtroppo sono stati rovinati da questo processo.

Fin qui, niente di male. Niente di bene, ma neanche niente di male. E’ ragionevole pensare che, se un investitore mette sul piatto centinaia di milioni di dollari, voglia (illudendosi?) cercare di avere uno strumento di controllo per capire se il suo investimento andrà a buon fine o no.

Questo meccanismo può avere degli esiti tragicomici. Consiglio il meraviglioso Making Of de “L’esercito delle 12 scimmie”. E’ uno dei Making Of più onesto che io abbia mai visto, senza filtri, e ad un certo punto hanno ritratto il drammatico momento dello screening test, per di più applicato su un autore come Terry Gilliam. Gli esiti dello screening test furono fottutamente disastrosi. Gli spettatori dello screening test (di solito dei genialoidi all-american) odiarono l’interpretazione di Bruce Willis (che “non tira neanche un pungo in tutto il film”), odiarono la storia che non capirono minimamente e odiarono il finale totalmente ambiguo. Per un caso più unico che raro, lo screening test fu fatto troppo a ridosso dell’uscita del film, e non ci fu il tempo di modificare radicalmente la pellicola. C’è anche un momento nel Making Of in cui Gilliam si confronta tristemente con gli sceneggiatori e dice loro” non capisco…abbiamo fatto un film brutto?” Ed è un momento di dolore tangibile. Il film esce quindi senza modifiche, non c’è tempo per operarle, e si tratterebbe di rivedere drasticamente tutto il film. Al primo week end, 12 Monkeys va direttamente primo al botteghino, osannato pure dalla critica. Quindi, qualcuno ne ha tratto una lezione? No, perché ovviamente lo studio system si basa sul cercare (ripeto, forse giustamente) di veicolare e prevedere gli enormi flussi di uscita e rientro di denaro connessi ad un film. Quindi casi come quello di 12 Monkeys vengono salutati come “l’eccezione che conferma la regola”.

Questo tipo di approccio da studios ha portato anche a conseguenze estremamente positive negli anni passati, soprattutto riguardo lo studio sulle forme di scrittura cinematografiche. I preziosissimi manuali di Syd Field e Chris Voghler probabilmente non sarebbero esistiti senza questo tipo di esigenza. E, anche se gli studios li usano per i loro scopi, di fatto si tratta di manuali che spiegano come stendere una storia valida e che risponda alle esigenze degli spettatori (soprattutti occidentali) .

Il problema è un po’ la curva esponenziale che stiamo vivendo negli ultimi anni. E’ come se lo studio system abbia dato il meglio negli anni 70 e 80 (contribuendo a creare il prototipo dell’idea del bel film d’intrattenimento), negli anni 90 abbia subito duri colpi e nei primi dieci anni del 2000 stia dando il suo peggio. Il deterioramento della qualità degli executive producers, sommato alla pirateria che ha sottratto ingenti somme di denaro nelle casse degli studios (ma anche ovviamente dei produttori cinematografici di tutto il resto del mondo), ha esasperato il meccanismo di screening test, bombardamento di viral marketing, ricerca di profitto sicuro (soprattutto a fonte di grossi investimenti), eccetera eccetera. Questo a cosa porta?

Innanzitutto, in questo scenario diventa ovvio che gli studios cerchino in maniera sempre più maniacale di realizzare sequel, prequel, reboot e ogni tipo di prodotto che appartenga a dei franchise. Perché? Perché i franchise hanno fan-base, ovvero sicure centinaia di migliaia di persone che andranno al cinema. Il che per uno studio vuol dire profitto. Il che vuol dire minor rischio. Il che vuol dire “Ok, reboottiamo Robocop anche se l’originale è ancora perfetto, e reboottiamo Batman anche se Nolan ha appena finito la trilogia.

Quando non c’è un franchise invece, nel progetto deve esserci un attore/attrice di richiamo. Altrimenti il film non parte; la produzione non partirà mai se non c’è un attore che, secondo lo studio, traini la gente al cinema. E cosa succede? Che gli attori diventano potentissimi, diventano le uniche armi (oltre ai franchise) che gli studio hanno per realizzare grossi profitti. Quindi gli attori se ne accorgono, e avanzano richieste sempre più imponenti. Il loro ruolo cambia, diventa gigantesco, preponderante (non più quindi quello di una “ruota”, seppur grossa, dell’ingranaggio a cui è assegnato un ruolo) e quindi quando gli arriva una sceneggiatura, mandano le loro “note”… non si tratta però di note per riscrivere i dialoghi o per dare qualcosa in più al loro personaggio. No, si tratta di note per cambiare completamente la storia, e riscrivere tutto il copione da capo. Ribadisco: stiamo parlando di attori, non sceneggiatori. Non sanno davvero di cosa stanno parlando. Ma lo studio vuole fare il film se c’è l’attore. Quindi autorizzano qualsiasi cosa l’attore dica. Gli sceneggiatori seguono le istruzioni assurde dell’attore, si intascano il loro assegno, e al cinema arriva quella roba che vedete. Che negli ultimi anni vi ha fatto dire sempre più frequentemente “ma … cosa… cazzo… ??
Film tratti da franchise (anche se detestati) e film con attori di richiamo fanno ancora bei profitti. Ed il guaio in tutto questo è che quindi, visti i profitti, nessuno si pone più il piccolo problema : “ma la sceneggiatura funziona?”

Una volta il meccanismo era semplice e sano: due sceneggiatori scrivono Ritorno Al Futuro. Lo fanno leggere in giro ma nessuno lo vuole produrre perché è un “incrocio di generi” (classica critica di produttore che ha letto il librone “Come fare film di successo hey leggete qui hey comprate questo libro e diventerete produttori cinematograci e farete film e scoperete belle fighe hey”), ovvero troppo soft per essere una commedia alla Porky’s e troppo hard per essere un film walt disney (in fondo in quel film c’è una storia d’amore tra madre e figlio….) Finchè un giorno lo fanno leggere ad un executive producer che si chiama Steven Spielberg, che proprio pirla non è, si innamora dello script e decide di produrlo. Da lì, scelgono un attore. Ma Quando parlano con Michael J Fox, il progetto (scrittura, “visione”, ecc) è già ben formato. Non è che Michael arriva e dice “sì, mi piace, è interessante, ma vorrei che il mio personaggio fosse un messicano che viaggia nel tempo scoreggiando su un Burritos… e poi credo che il finale abbia un problema, non si capisce se nel futuro ci sono le strade o no.

Che cosa si può fare allora per realizzare un film che abbia una sorta di indipendenza creativa? Bisogna farli costare meno. E quando non basta, bisogna trovare una grande idea che non sia costosa. Anzi, che trovi nell’abbattimento dei costi la sua forza creativa.

Non per niente, le cose più interessanti degli ultimi anni sono arrivate dal cinema super-indipendente , indipendente o comunque considerato low-budget per gli standard americani.

Quando dico “interessanti”, purtroppo spesso e volentieri non intendo “belle”, o belle come le vorrei io, ma perlomeno si tratta di progetti, appunto, interessanti. Ad esempio, io non amo affatto District 9, ma sono convinto sia stato una boccata d’aria fresca.

Cosa voglio dire? Voglio dire che la ricerca (e applicazione) della formula da studios, porta ad un’inevitabile e sempre più accentuata omologazione dei contenuti, aggravata da una sempre peggiore messa in atto. Quindi, sia la forma che la sostanza stanno ora collassando. Ed il risultato è … stiamo guardando sempre lo stesso film da qualche anno a questa parte. Le scene d’azione sono tutte uguali, le gag sono tutte uguali, le storie sono tutte uguali. Quando va bene. Quando va male, semplicemente non ci sono (ma sono iper-marketizzate).

Anche e soprattutto per questo, vi propongo di offrire alla vostra mente qualcosa di diverso. La pizza può anche piacervi, ma se la mangiate automaticamente tutti i giorni, senza nemmeno porvi più il problema di scegliere o di immaginare cos’altro potreste mangiare, non vi accorgerete più se sostituiscono la mozzarella con della gomma bianca.

Mangiate qualcos’altro. Magari di più artigianale. Sentite che sapore ha.

Ecco alcuni film che vi consiglio. Sono i film che ho visto (o rivisto) negli ultimi mesi e che mi hanno interessato. Per essere chiari : alcuni mi sono piaciuti, altri no, alcuni mi hanno sorpreso, altri mi hanno deluso, ma ho trovato un motivo di interesse nel vederli tutti quanti. Sono molto diversi tra di loro, il che, soprattutto oggi, non può che essere un bene.

Fatemi sapere cosa ne pensate.

Un’ultima nota. Cercate di usufruire di questi film legalmente. Come dicevo sopra, la pirateria è proprio una delle ragioni principali per cui questa morsa logica e al contempo illogica sta diventando sempre più stretta. E’ giusto dare soldi a prodotti diversi, per garantire loro una sopravvivenza. O un giorno reebotteranno anche voi.

Enjoy.

1 – DRIVE
di Nicolas Vinding Refn (va beh, dai, l’avete visto, no?)

2 – ANOTHER EARTH
di Mike Cahill

3 – TAKE SHELTER
di Jeff Nichols

4 – MONSTERS
di Gareth Edwards

5 – BURIED
di Rodrigo Cortes

6 – SUPER
di James Gunn

7 – CHRONICLE
di Josh Trank

8 – DOBBIAMO PARLARE DI KEVIN
di Lynne Ramsay

9 – LASCIAMI ENTRARE
di Tomas Aldredson

10 – MOON
di Duncan Jones

11- BLINDNESS
di Fernando Meirelles

12 – CARRIERS
di David & Alex Pastor

13 – WRECKED
di Michael Greenspan

14 – HAZE
di Shiniya Tsukamoto

15 – PROJECT NIM
di James Marsh

16 – QUELLA CASA NEL BOSCO
di Drew Goddard (seh vabbeh dai, è un film di Josh Whedon questo, sù).


Un commento a "Cinema: diagnosi, prognosi e prescrizioni finali in una veloce bloggata: 2.0"

  • ti :

    bellissima lista, condivido in pieno.

    io avrei aggiunto anche (è solo un’ opinione ovviamente)

    -detachment
    -carnage
    -oldboy
    -redacted
    -young adult
    -una separazione
    -warrior
    -melancholia
    -hunger

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