Si fa presto a dire trailer

Abbiamo finito il film. Amen.

Quale film? Giustamente. Non ricordo neanche se ne ho mai parlato ufficialmente qui. Allora. Ci sarà, spero, sede più consona per parlare del progetto senza diventare autocelebrativi. In breve, il film si chiama “True Love” , ed è un thriller psicologico con venature fantascientifiche. Un micro budget movie indipendente che abbiamo curato in ogni suo aspetto. Stanno già girando degli articoli che si riferiscono al film chiamandolo “Y/N – you lie, you die” ma quello è un titolo provvisorio voluto dagli esperti del marketing.

Ora è arrivato il momento di venderlo, piazzarlo, trovargli una vetrina, farlo conoscere. All’interno di questa baraonda, diventa fondamentale avere un trailer. Dobbiamo fare un trailer. Facile, no? No. Adesso lo so. L’ho imparato a caro prezzo.

Magari per montare un videoclip musicale bastano 4 o 5 giorni di editing-trip (senza contare conversioni formati e menate varie), ma un trailer deve far passare dei messaggi. Raccontare una storia nel minor tempo possibile. Catturare l’attenzione. Un trailer non funziona davvero se non fa venire voglia di vedere il film.

Tra tutte le lavorazioni sul lungometraggio, la “semplice” realizzazione del trailer si è rivelata una delle operazioni più complesse. Ci abbiamo messo 3 settimane. All’inizio ero sconvolto, poi ho parlato con diversi colleghi e mi hanno detto che è normalissimo, anzi. Per montare trailer o promo (filmati che invece sono rivolti agli addetti ai lavori e quindi hanno caratteristiche creative ed esigenze di comunicazione completamente diverse) di film che non siano commedie può anche richiedere un mese.

Un trailer ha una sua tempistica, un suo linguaggio. Magari ciò che è montato in una scena del film non funziona in un contesto da trailer. Per qualche strano motivo, neanche i raccordi tra un’inquadratura e l’altra, che nel film invece scorrono perfettamente.

Da quando abbiamo cominciato a lavorare sul trailer…ho fatto molto più caso ai trailer dei film in giro. Ho preso maggior coscienza del rapporto che c’è tra me e i trailer del mondo.

Prendiamo ad esempio Contagion. Dal momento in cui ho visto il trailer di Contagion, ho avuto voglia di vederlo. Un trailer favoloso, che ti fa venire l’acquolina in bocca. Gran montaggio, grandi attori, la garanzia di un autore alle prese con un film di genere… e grandi premesse: cosa succede se un virus si diffonde a velocità inquietante senza che sia pronto un vaccino? Come reagiscono i media per diffondere la notizia? Come reagiscono i governi per nascondere la notizia? Come reagiscono le persone alla mancanza di un piano d’emergenza ben organizzato? E, soprattutto, che film ne viene fuori se a farlo è uno bravo? Ok, Soderbergh è sicuramente uno da alti e bassi, ma molto alti e molto bassi. E altrettanto sicuramente, è un filmaker che fa film interessanti. Dai, ci credo di brutto, me lo vado a vedere. Me lo vado a vedere perché solo il trailer mi ha messo i brividi… Ma come ho potuto essere così idiota? Come ho fatto a cascarci?!

Ora, non so cosa sia successo a Contagion. So che non è bello. E’ un film interessante a metà…letteralmente. Nel senso che da metà in poi è davvero inconcludente, se non addirittura stupidino e superficiale. Occasione sprecata. Incazzatura. Soderbergh ha detto che si ritira perché non trova più gli stimoli necessari per realizzare i film. Forse è vero. Incazzatura. Sono cascato nella trappola del trailer bello.

Quanti trailer mi hanno fottuto? Neanche poi così tanti. Con gli anni ho sviluppato una sorta di super potere che mi permetteva di capire com’era il film sulla base del trailer.

Eppure son caduto nell’errore anche con il trailer di Rise Of The Planet Of The Apes. D’accordo, non è un film malvagio, la sufficienza senza infamia né lode se la porta a casa. Ma il trailer è montato e musicato in maniera così sublime che prometteva quasi un film esistenzialista che esplorasse i temi inaugurati con l’originale Planet Of The Apes. Ci si ritrova invece in un mediocre filmetto baraccone con un sacco di inquadrature in CGI e con un James Franco che porta a casa la pagnotta. E ti vien da dire “ma nel trailer sembrava un film esistenzialista…nel trailer sembrava che c’era meno computer grafica… nel trailer sembrava che James Franco si impegnava a recitare… nel trailer sembrava…” Non conta più. Ormai sei al cinema. Hai pagato il biglietto. Questo è un esempio di aspettativa delusa.

Un’altra maniera in cui i trailer possono spiazzare è che…ti presentano un film diverso da quello che andrai a vedere. Cioè, pensi di andare a vedere un tipo di film…e invece scoprirai che non era ciò che pensavi.

Due esempi eclatanti. Il primo è il solido The Next Three Days di Haggis. Dal trailer sembrava un thriller “allamerigana” con tantissima adrenalina e un Russell Crowe che compie azioni mirabolanti pur di far uscire la moglie dal carcere. Ovviamente nel trailer non si risparmiano di farci vedere che verso tre quarti di film lui ce la fa a farla uscire, ma poi… poi cut to black e titolo del film. Cioè noi dovremmo andare al cinema per capire cosa succede alla fine di quel “ma poi…”. Il film invece si rivela essere essenzialmente una pellicola drammatica con un impianto ibrido legal (all’acqua di rose)-thriller. Addirittura il mio socio Fabio Resinaro mi ha fatto notare che la “scena madre” del trailer con l’automobile che fa il testacoda e Elizabeth Banks che apre la portiera e tiene la testa a 2 cm dall’asfalto che scorre a trecento all’ora sembra essere…uno shot appositamente concepito per “metterlo nel trailer”. Tanto è vero che chi ha visto quella scena nel film non può che averla avvertita in un certo qual modo non completamente organica alla narrazione. Un po’ un momento wtf?! Secondo me le cose sono andate proprio così. E non sarebbe nemmeno così strano. E’ ormai risaputo che i mega blockbuster hollywoodiani di stagione, in fase di shooting, realizzano quelli che sono i “Superbowl shots”, ovvero inquadrature mega-stra-fiche-spezza-mascella destinate agli importantissimi spot di lancio-premiere durante la finale annuale del SuperBowl (addirittura nel making of de La Guerra Dei Mondi di Spielberg si vede in diretta il momento in cui il regista e la produttrice decidono insieme quale sarà il superbowl shot…e avevano ragione). Non mi stupirebbe se dagli shot (inquadrature) concepite per vendere il film tramite il trailer, si passasse addirittura a delle scene vere e proprie. Tra l’altro, a pensarci bene, è un’evoluzione abbastanza inevitabile. Uno sceneggiatore pensa alla scrittura di un copione pensando che uno spettatore non sappia nulla del film. E lo stesso fa un regista quando crea la messa in scena del copione. Entrambi cercano di “svelare” gli elementi al punto giusto della storia, e di manovrare tutti gli altri elementi di conseguenza. Ma la realtà…è che se io ho già visto il trailer del tuo film e so già chi è il traditore e cosa c’è dentro quella valigetta chiusa ermeticamente…eeeh…tutta la prospettiva narrativa del film è completamente stravolta. Noi stessi, ad esempio, in True Love abbiamo un luogo che è una sorta di prigione con dentro degli elementi che all’epoca della scrittura della sceneggiatura ritenemmo “misteriosi”… ma poi questi stessi elementi si vedranno chiaramente nei trailer o addirittura nella locandina del film. Per cui è un cambiamento totale rispetto al punto di partenza. Cioè la verità è che quelli che fanno i film lavorano ai suddetti come se i trailer non esistessero. O forse gli sceneggiatori ed i registi più fighi al giorno d’oggi hanno ben presente tutto questo, e lo usano a loro volta quando lavorano e creano la scena tal dei tali, la battuta tal dei tali o l’inquadratura tal dei tali. Infatti bei film che ne vengono fuori. Da un punto di vista analitico delle dinamiche dell’entertainment tutto ciò potrebbe essere definito persino “Interessante”…da un punto di vista creativo potrebbe lasciare perplessi. Ma, come si dice a Los Angeles, “it’s the nature of the beast.” La sorpresa (creata dalla diversità tra il film mostrato nel trailer e il film vero e proprio) nel caso di The Next Three Days è per me comunque positiva. Il film mi è sembrato migliore di quello che volevano far credere che fosse.

Caso mostruosamente più evidente è Drive. Nel caso non lo sappiate o non lo abbiate ancora visto, Drive è il film dell’anno. Un noir postmoderno caratterizzato da atmosfere rarefatte, dialoghi minimali, immagini iconiche, ritmi anti-classici. Eppure…il trailer montato per l’occasione, con tanto di countdown frenetico, lo presenta come una sorta di novello Fast and Furious. Eh certo, siccome il protagonista guida, quei genialoni del marketing della distribuzione avranno pensato di attirare la massa facendogli pensare che fosse un mega action movie da paura sulle macchine che vanno veloci veloci, brum brum. Qualche spettatore che è incappato nell’inganno si è pure incazzato e ha fatto causa alla casa distributrice, per frode e pubblicità ingannevole. Ecco, secondo me in questa circostanza il trailer in questione ha solo fatto danni. Sì, prima di tutto perché non va bene che io voglio comprare un piatto di pastasciutta e tu mi vendi una pentola chiusa con dentro cozze e vongole. Non conta ciò che è più buono o ciò che ti piace di più. E’ un meccanismo che si basa sulla fiducia e correttezza reciproca. Non posso venderti Drive come un “filmdicorse”. La gente si incazza. Fa bene. E soprattutto, maledetto distributore, attiri un tipo di pubblico che io non voglio con me in sala. Cioè. Se sto guardando Fast and Furious 5, e scatta King Kong contro Godzilla (aka Vin Diesel contro The Rock) io ci sto che la gente commenta, rida, faccia dei versi di esaltazione. Ma se vado a vedermi Drive, non voglio avere dietro di me una fila di ragazzini che parlano durante tutta la proiezione ed il concetto più alto che riescono a esprimere è “oh, ma che film ci hai portato a vedere, zio?! Figa, bella merda. Ma il tipo lì parla o no? Figa, sembra che dorme.” Un trailer di quel tipo è una forma di pubblicità controproducente. Attira un target, che inevitabilmente finirà di parlare male del film (perché era lontano anni luce da ciò che gli era stato promesso), e magari non attira il target giusto, che vorrebbe vedersi un film di una certa classe. E’ un caso di aspettativa tradita.

Ecco che ci si inizia a porre delle domande. Ma quindi è completamente sbagliato se un trailer è fuorviante? No, anzi. Ma probabilmente le “fuorviature” dovrebbero costituire per lo spettatore una sorta di colpo di scena all’interno di uno scenario a cui ha scelto di partecipare. Può anche essere figo provare la sensazione di “ah, ma nel trailer sembrava che…e invece nel film…” E’ un ulteriore stratagemma per non rovinare la visione allo spettatore di un film di cui ha già visto teasers, trailers, clip, featurette già molto prima di arrivare in sala. Al giorno d’oggi infatti il trailer è una tappa fondamentale di un percorso che porta gli spettatori al cinema, un percorso costituito ormai mediamente da un anno e mezzo di mosse di marketing. Annunci di attori attached, foto dal set, prime immagini ufficiali, behind the scene uploadati anonimamente su youtube, poster promozionali, teaser, trailer, extended trailer, clip, siti virali e chi più ne ha più ne metta. E’ come se l’esperienza filmica si sia dilatata nel tempo e nello spazio (virtuale). Guardare il film al cinema è ormai l’ultima tappa di un percorso che a volte è metafilmico (basti pensare a progetti tipo Cloverfield).

Il trailer è tanto nobile al giorno d’oggi in quanto forma d’arte (proprio perché ci sono sempre più trailer più belli e ingegnosi dei film stessi) quanto importante commercialmente per le major che ormai puntano quasi tutto sull’incasso dell’opening week end per decidere le sorti di un film. Il trailer è fondamentale, deve spingerti al cinema. Ecco quindi che al giorno d’oggi montare un trailer è una vera e propria professione. Ebbene sì, c’è gente nel mondo dell’entertainment che di lavoro monta trailer. Ecco perché sono così fighi (non loro, i trailer). Poco importa se ormai nei trailer si vede tutto tranne l’inquadratura finale del film (così non si vede come va a finire e non vi abbiamo svelato tutto, eh). Sempre più spesso al cinema mi accade di vivere questo siparietto: Parte un trailer. Magari mi piaciucchia. Mi prende. Dico “interessante questo film. Andiamo a vederlo!” Il trailer non si ferma. Va avanti svelando colpi di scena, doppi colpi di scena, colpi di scena con i fiocchi. Alchè mi metto le mani sugli occhi e dico “basta, basta me lo stanno facendo vedere tutto!” Il trailer finisce, e c’è solo da immaginarsi come andrà a finire, visto che il genio del montatore ha racchiuso in 2 minuti e mezzo praticamente tutta la storia. Sempre, sempre lo stesso siparietto. Ormai vado al cinema per vedere come vanno a finire i film.

Dico due minuti e mezzo perché per lavorare al trailer di True Love ho scoperto che la lunghezza media di un extended trailer va da 1 minuto e mezzo ad un massimo di 2 minuti e mezzo (limite per le sale dei cinema americani, che ogni major può infrangere per solo un film all’anno del proprio listino).

Come rendere efficaci questi preziosi minuti a disposizione? Da dove cominciare a creare la struttura narrativa di un trailer? Su questo primo aspetto di partenza, ci abbiamo sbattuto la testa per un po’. Abbiamo anche provato a mettere in fila diverse immagini “potenti”, ma, anche se c’era un filo logico forte che collegava tra loro le scene, il trailer non era emotivamente d’impatto. Non comunicava, non più di una serie di immagini che poteva essere un videoclip musicale o un commercial figo ma senz’anima.
L’intuizione è arrivata da un nostro collaboratore, il quale ci ha raccontato che si era accorto di una cosa strana. Era in un periodo di full immersion di Dexter. Ad un certo punto è andato in bagno a far pipì (lui, non Dexter) e sentiva solo l’audio del televisore. Ecco, ha realizzato che i riassunti prima delle puntate (ah, quanto mi manca “previously on Lost”) erano perfettamente comprensibili anche solo sentendo l’audio. Anzi, seppur le immagini (e le frasi stesse) fossero un collage di cose prese da puntate, e talvolta season, diverse, erano le battute dei personaggi a funzionare da filo conduttore perfetto e legare il tutto.

Ecco il segreto. Da lì, nelle fasi più concitate del trailer, abbiamo usato alcune frasi tratte dal film per dare senso alla sequela di immagini. Talvolta il senso è giusto rispetto a ciò che poi si vede nel lungometraggio, talvolta è fuorviante rispetto a quello che c’è nel film…ma solo in quanto il colpo di scena o l’evolversi che si presuppone per una situazione rispetto al trailer si rivela differente rispetto al film, non fraudolenta. Niente cozze e vongole.

Una volta impostato il tutto, abbiamo cominciato a svilupparlo. E da lì sono nate una miriade di altre considerazioni. Cosa comunicare? Quanto far capire della trama? Quanti colpi di scena far vedere? Quanto mostrare? Quanto non mostrare? Quanto devo catturare l’attenzione e quanto devo lasciare qualcosa di “nascosto” per l’appagamento di coloro i quali decideranno di vedere il film? Quale inquadratura e/o elemento (personaggio scenario) possiamo sacrificare a favore di un altro?

Prima cosa, abbiamo cercato di far passare il concept. Cioè, volevamo che ad un certo punto del trailer fosse chiaro il “ok, questo film parla di questo, a questi personaggi succede questo, e funziona così.”

Avremmo potuto tentare una strada di total mistery, ma visto che la premessa del film per noi è particolarmente forte, e visto che nella storia poi ne succedono talmente tante che la premessa diventa un lontano ricordo, abbiamo scelto di comunicare l’essenza del film lasciando il mistero su tutte le questioni “di contorno”. (ciò non toglie che stiamo preparando anche una serie di filmati promozionali derivati, magari più corti…e da questi teaser, che magari saranno i primi ad uscire…beh, molto probabilmente non si capirà una mazza della storia del film)

Uno stratagemma che si usa molto volentieri è quello delle scritte. Ci siamo accorti che le scritte possono sintetizzare in 3 secondi quello che magari tramite immagine e suoni può essere comunicato in 10 o 15 (se sei fortunato e nel film hai i key frame e le key lines giuste). Esempio. Se nel trailer viene fuori una scritta “siete pronti ad essere puniti?” il messaggio è chiaro. Se devo farlo tramite le scene del film, devo invece cominciare a montare in un ridotto numero di secondi una serie di inquadrature che facciano capire chi viene punito, come, quando, e perché. Conviene?

Talvolta montando un trailer si ragiona cercando di valorizzare la cosidetta “production value”, ovvero il valore produttivo del progetto. Ovvero la spettacolarità. Ovvero i soldi spesi. Noi di soldi non ne avevamo granchè, e tutto il progetto si basa sulla tensione che la storia stessa possa suscitare, senza far esplodere nessun palazzo o senza nessun transformer che scoreggi fiamme. Il nostro è un thriller psicologico e, appunto, abbiamo usato la psicologia per creare tensione. Quindi…quando è stato il momento di montare il trailer, abbiamo deciso che era inutile montare una serie di inquadrature di esterni per far vedere le diverse location di Los Angeles…meglio montare i momenti che facevano aumentare la tensione, al di là della loro spettacolarità.

Non è stato facile montare il trailer anche per questo motivo: su questo progetto ricopriamo una doppia veste, una posizione che è sia creativa che produttiva. Siamo creatori nonché produttori del film. Per cui da un lato vogliamo sempre tutelare l’aspetto creativo del film e la fruizione che gli spettatori potranno avere. Dall’altro è ovvio che ci teniamo che il film sia visto, venduto, diffuso. Per cui i siamo trovati a capire sia il punto di vista di chi vuole mostrare poco perché così gli spettatori saranno più coinvolti nello scoprire la storia man mano che vedono il film, sia il punto di vista di chi vuole usare tutti i mezzi possibili per attirare pubblico. Dopo il celebre motto “Servire e proteggere” ci siamo trovati a coniare il nostro personalissimo “Proteggere ma vendere”.

Last but not least, un buon trailer deve finire con una sequenza finale di inquadrature montate sempre più freneticamente fino al boom finale (di solito il titolo) ottenendo l’importantissimo effetto “minchia questo film lo devo vedere.”

Ecco.
Saremo riusciti ad ottenere questo effetto?
Saremo riusciti a realizzare un buon trailer?
Speriamo di scoprirlo presto. Magari proprio su BestMovie.it
Sorriso e scintilla sui denti aggiunta in posptroduzione.

Ps: ok, forse non è vero che il trailer di Rise of the Planet of the Apes lo faceva sembrare un film esistenzialista. Ma ci speravo tanto.


7 Risposte per "Si fa presto a dire trailer"

  • scoiattolo :

    L’anteprima dei tuoi post invece non delude mai le aspettative.
    L’ho letto divorandolo, e ho l’acquolina in bocca per il film.
    “True love”, intendo.
    (se premo su YES che succede?)

    S. Scarpello

  • fabioguaglione :

    Sempre troppo buono (a?), scoiattolo.

    Io non premerei Yes prima di aver letto bene la domanda.

  • fabioguaglione :

    E di aver compreso a fondo le regole.

  • scoiattolo :

    E’che la mano sembra intenzionata a premere il tasto “Y” prima che la mano femminile intervenga a cambiare la scelta…

    Spero che il film arrivi qui al sud.
    La locandina spacca!

    Silvia Scarpello.

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