cose dell’Altro Mondo (ovvero il Giappone)

Il 2011 è cominciato in Giappone.

Neve su Kyoto, caos ordinato a Shinjuku, paradiso da nerd a Nakano, pace dei sensi a Nikko, cene Korean-BBQ style e colazioni da Starbucks che fanno da sfondo a pirotecniche conversazioni di lavoro.


E’ proprio durante queste conversazioni che comprendo quanto il Giappone sia un mondo a sé. Con i propri valori culturali, il proprio background, il proprio ecosistema chiuso ma permeabile…esattamente come l’industria giapponese dell’entertainment.

Il Giappone ha una sua propria retorica di valori che si riflette in una sua propria retorica di narrativa cinematografica. La si può ritenere esageratamente drammatica (noi diremmo “da cartone animato giapponese”, perché in quell’ambito quella stessa retorica è accettata dal mondo occidentale), oppure ne si può ricercare il senso.

L’immaginario giapponese hai suoi eroi, i suoi supereroi, le sue maschere…ciò che viene dall’esterno è piacevole ma facoltativo. Noi italiani (azzarderei dire Europei) abbiamo bisogno dell’Uomo Ragno, Topolino e Terminator per popolare il nostro immaginario…loro hanno i loro Ultraman, Doraemon ed Evangelion.

L’industria jap vive di numeri assolutamente pazzeschi…una hit può arrivare a collezionare 300 milioni di dollari al botteghino…praticamente tanto quanto un assurdo jackpot al domestic box office negli Usa. Per non parlare di merchandising e sfruttamento commerciale delle licenze… L’italiana Bonelli cerca da anni di valorizzare su un mercato cross media le proprie IP (con successi a fase alterne, a voler proprio essere magnanimo), mentre in Giappone sono pronti stuoli di studi d’animazione (2d e 3d), di progettazione modellini, realizzazione di fumetti e creazione di videogame correlati ad ogni property…
In Giappone tra gli addetti al settore è famoso questo aneddoto: un producer di una major americana (non posso fare il nome) presenta ai licenziatari di una famosissima serie animata jap (non posso fare il nome), offrendo 2 milioni di dollari per comprare i diritti. Ben due milioni di dollari, quindi il cowboy si sente legittimato a dettar legge e a voler appropriarsi di ogni diritto possibile ed immaginabile, costellando il deal di clausole di dominio universale… alchè i licenziatari, perplessi, fanno notare che solo con i Pachinko (una sorta di slot machine che domina in Jap come qui il videopoker) tale property frutta loro quasi 400 milioni di dollari all’anno…

Il tutto è supportato da uno stuolo di spettatori e fan che non si diverte a piratare e a usufruire illegalmente di qualsiasi tipo di contenuto. Anzi. Vige la cultura del comprare, dell’avere. E’ il paradiso delle collectors’-de luxe – limited – edition. Il consumismo eccitato dona linfa vitale al sistema da un punto di vista economico e della creatività (oh, i gadget che si possono trovare in quella terra…) Ciò è strettamente connesso al sistema culturale. “Rubare” è disonorevole, e i Mangaka sono rispettati come delle star (oserei dire come i nostri calciatori…)

A rimarcare questa differenza culturale abissale tra i nostri mondi, c’è la gestione dei rapporti interpersonali. Nel sistema occidentale (soprattutto USA), non contano tanto i rapporti umani, quanto i contratti che regolano tali rapporti. In Oriente è l’opposto, tanto da arrivare a situazioni legali paradossali e risolvibili solo con l’appianamento delle divergenze umane…

Sogno di realizzare un progetto che possa trovare grande riscontro in Giappone…o addirittura che possa essere prodotto in questa terra. Le conversazioni-di-lavoro diventano sempre meno “di lavoro” e sempre più “conversazioni”. Mi interfaccio con diversi producer che lavorano nell’industria dell’animazione e del licensing delle proprietà intellettuali giapponesi… Anche solo essere seduto al tavolo a parlare della possibilità di progetti collegati a cartoni animati che mi hanno entusiasmato in fasi più giovanili, mi emoziona. Passato e futuro si confondono, persi dentro visioni di un presente possibile. Si parla di robot giganti e di armature da combattimento, con il sorrriso sulle labbra e non con il dollaro in testa.

L’interazione tra Oriente e Occidente per quanto riguarda le IP giapponesi è veramente difficile dopo gli esiti disastrosi dell’adattamento cinematografico “Dragonball-Evolution”. Ora come ora i creatori giapponesi non si fidano a stringere deal con le case di produzione occidentali. Il film è stato un flop commerciale memorabile, tutti i fan di DragonBall nel mondo (e sono tanti) si sono sentiti stuprati, e la Toei Animation, a causa di tale deal, non può realizzare nuovi prodotti d’animazione legati a DragonBall (e stiamo parlando dell’IP più remunerativa a livello mondiale della storia dell’animazione giapponese). Un danno storico su tutti i fronti, le cui eco si sentono ancora e rendono difficile qualsiasi tipo di dialogo con i licenziatari giapponesi che ora, giustamente, guardando ad occidente con diffidenza.

Io continuo le mie conversazioni, sperando di poter un giorno lavorare a…no, per non ora non si può dire. Si approderà ad un qualcosa di concreto? Non lo so, ma il viaggio è così affascinante da perdercisi dentro.

Torno dal Giappone con la testa che rimbomba. Immagini, suoni, propositi, piani. E tanta voglia di giocare.


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