Quel film su Grillo che non si farà mai

Non esprimeremo il nostro giudizio sul risultato elettorale perché non ci compete, qua si parla di cinema, ma lasciateci dire che cosa avrebbe dovuto fare il nostro cinema prima di arrivare a questo momento. Mai come ora gli italiani si sono dimostrati confusi e indecisi su chi votare e molti, sempre di più (il 7%), hanno optato per l’astensionismo.
A fronte di uno scenario così appannato ci siamo chiesti cosa stesse facendo il cinema per aiutarci a schiarire le idee. Eppure mai come ora sarebbero state necessarie riflessioni serie e ricerche sui soggetti politici in gara. Chi non avrebbe visto oggi un thriller complottista su un personaggio simil-Monti (Il contabile) o un biopic su Grillo (Il comico)? Perché gli operai dell’Ilva non sono diventati protagonisti di un nuovo La classe operaia non va in Paradiso? Perché il cinema americano può vantare film come Le Idi di Marzo, due Wall Street, The Hurt Locker, L’uomo che fissava le capre, W., Margin Call, mentre noi possiamo giusto citare una manciata di film contro Berlusconi e pochissimi film sugli scandali finanziari recenti, tra i quali il non riuscito Il gioiellino (sul caso Parmalat) quasi passato sotto silenzio? Perché i nostri registi hanno una passione esagerata per gli anni della Contestazione (Il grande sogno, La prima linea…) e non si concentrano di più sul presente?
E dire che non molti mesi fa la Mostra di Venezia premiava Francesco Rosi come emblema del cinema di impegno civile in cui abbiamo brillato nell’Epoca d’oro. E dire che sul fronte del cinema di denuncia abbiamo prodotto  film incredibili come Il muro di gomma, Cadaveri eccellenti, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e via dicendo.


I modelli di riferimento ci sarebbero tutti e la materia sarebbe tra le più ricche in circolazione, ma gli ostacoli da superare non sono pochi. Chiedetelo a Domenico Procacci, che per il Diaz da lui prodotto e uscito l’anno scorso – sicuramente una delle eccezioni al discorso che stiamo affrontando – si è visto sbattere centinaia di porte in faccia.
Forse si cade erroneamente nel tranello di pensare che il pubblico italiano preferisca l’evasione all’impegno e che questi film non incassino, ma successi come Gomorra di Matteo Garrone (che con Reality ha già fatto un passo indietro) e Il divo di Paolo Sorrentino (il quale con l’imminente La grande bellezza promette un affresco della Roma “Cafonal”, con probabili annessi e connessi sul malcostume italico) hanno dimostrato quanto i nostri spettatori siano al contrario molto ricettivi. Anche noi meritiamo e abbiamo bisogno di avere i nostri Oliver Stone, George Clooney o le Kathryn Bigelow che si gettino in spericolati instant movie come Zero Dark Thirty (il film sulla caccia a Bin Laden nominato agli Oscar).

Non ci bastano più le letture surrealiste morettiane sul “Caimano”, ma bramiamo pellicole più toste che scavino coraggiosamente su quanto ci sta a cuore. Il momento è solenne, ma non è mai troppo tardi per risvegliarsi.


Un commento a "Quel film su Grillo che non si farà mai"

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