I soliti idioti, “dai cxxxx” non basta

Ce lo aspettavamo e ora ne abbiamo avuto la conferma. L’Italia è pazza de I soliti idioti. O almeno buona parte della gioventù che nel weekend appena trascorso ha riempito le sale e costretto alcuni esercenti ad aggiungere proiezioni extra per accontentare tutti. Sono ben 4,5 i milioni di euro incassati dal film, con il quale Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio hanno portato al cinema gli sketch televisivi che già spopolavano su Mtv, ma soprattutto su You Tube. Numeri che autorizzano ufficialmente a parlare di fenomeno. E che non potevano che buttare altra benzina su un fuoco già acceso e che costringe a una riflessione. Sì, perchè i toni, i temi e i personaggi messi in scena qui non sono di quelli che possono lasciare indifferenti. La presa di posizione è d’obbligo: si tratta di una forma di satira tanto feroce quanto volgare, ma utile a sollecitare una riflessione sulle tematiche che tratta, o della manifestazione di un vuoto esistenziale che fa della volgarità la sua bandiera? Lo abbiamo chiesto anche ai nostri lettori con un sondaggio che per ora vede un sostanziale equilibrio tra le due posizioni. A mio parere, al di là di un’analisi del film in quanto tale (che trovate nella mia recensione), va detto che il germe alla base di tutto il concept de I soliti idioti è tutt’altro che banale, ma che al tempo stesso la messa in scena in cui si rifugia finisce per smorzarne l’efficacia e deviare l’attenzione. La satira tagliente della società contemporanea che sta alla base della serie tv e che è ripresa nel film dipinge davvero un ritratto spietato dei peggiori prototipi umani disponibili sulla piazza. Il problema però sta nella scelta di eleggere la volgarità becera e la gag scatologica a cifra primaria della narrazione, facendo deragliare il film dai binari della satira sociale a quelli della risata facile che induce lo spettatore a rimanere sulla superficie. Un rischio troppo alto da correre, soprattutto con il pubblico più giovane che non possiede ancora tutti gli strumenti per scavare oltre e che difficilmente riuscirà a riconoscere tra il bombardamento dei “dai cazzo” ripetuti a oltranza l’abisso di un padre ignorante che diseduca il figlio, istruendolo all’illegalità e a una sorta di bieco libertinaggio a base di sesso e droga. O il dramma celato dietro i due borghesi (i tennisti) che si sforzano di apparire tolleranti e covano invece i peggiori pregiudizi, o lo scandalo rappresentato dall’impiegata statale (la postina), simbolo di inettitudine e incompetenza. E ancora non sarà semplice scovare dietro i due gay, che rispondono con un noncurante “non lo so” a qualunque domanda, l’orrore del relativismo più assoluto.

Il grosso limite (che è al tempo stesso la chiave del suo successo) de I soliti idioti insomma è la sua scelta di strizzare l’occhio al pubblico più giovane portando all’estremo il suo linguaggio sboccatissimo e trasformando in una sorta di eroe un padre che istiga il figlio a fumare canne e ad andare a mignotte. Questa era senza dubbio la via più facile (e gli incassi lo dimostrano), ma di certo non la più adatta a stimolare quelle riflessioni proprie delle migliori commedie satiriche. Eppure l’eredità che Mandelli e Biggio hanno raccolto (anche se inconsapevolmente, stando a quello che ci hanno raccontato in un’intervista) arriva da una tradizione di lunga data e con una dignità alta come quella de I mostri di Dino Risi (1963), che arriva fino al Fantozzi di Paolo Villaggio e ai tanti personaggi dei film di Carlo Verdone e dei Vanzina. Con una sostanziale differenza: l’elevatissimo tasso di volgarità verbale con cui si strizza l’occhio in modo anche un po’ subdolo alla gioventù più sboccata. Quella gioventù che adora l’elemento politically scorrect de I Simpson e la volgarità disinibita di South Park e che per la prima volta trova qualcosa di tutto ciò in un prodotto italiano. Un prodotto che va ad inserisi in quel filone che utlimamente vede i comici televisivi come i principali incaricati a portare in sala la commedia popolare. Da Aldo, Giovanni e Giacomo, fino a Ficarra e Picone per finire con l’uomo dei record Checco Zalone, non a caso prodotto dallo stesso Pietro Valsecchi, che sull’argomento sembra decisamente vederci lungo. Un aspetto interessante è notare come ora a rischiare di essere erosa sia la roccaforte della comicità nazional-popolare degli ultimi decenni: quella dei cinepanettoni, che vedono minacciato il loro primato di “principi degli incassi”. I 43 milioni di euro portati a casa da Zalone con Ma che bella giornata (al primo weekend incassò circa 8 milioni di euro), a fronte dei 18 milioni di Natale in Sud Africa parlano chiaro, così come i 3,9 milioni di euro incassati nelle ultime tre settimane da A Natale mi sposo con Massimo Boldi, messi a confronto con questo formidabile debutto de I soliti idioti. Un chiaro segnale che qualcosa sta cambiando. Peccato che, pur vincendo al botteghino, I soliti idioti abbiano perso la sfida più interessante: quella di trovare uno slancio diverso nel contesto cinematografico per andare oltre il “dai cazzo”.


2 Risposte per "I soliti idioti, “dai cxxxx” non basta"

  • pargilo :

    Ciao Alice, pur vedendo in alcuni tratti del tuo giudizio quasi una eccessiva ‘rigidità morale’ mi trovi pienamente d’accordo. Un tormentone che diventa tale non tanto per l’efficacia del messaggio ma quanto per la sua volgarità é indice di una comicità bassa. Non mi nascondo dietro puritanismi, gli sketch comici di Biggio e Mandelli mi piacciono ma solo se presi come tali: siparietti, a volte sboccati, dalla durata ristretta. Portare questo in un film di più d in un’ora porta questo all’eccesso e a renderlo stucchevole. Per questo, pur apprezzando a tratti, da adulto, la loro comicità mi rifiuto di andarli a vedere al cinema

  • alice-zampa :

    Ciao Pargilo! Hai colto esattamente nel segno. Trovo che le tematiche sollevate da I soliti idioti siano estremamente interessanti e che la loro satira sociale sia la più arguta presente oggi in tv. Ma se gli sketch nati per la tv riescono a divertire, canalizzando di più l’attenzione su questo aspetto, la trasposizione al cinema non risulta altrettanto efficace e tagliente. E, come ho scritto, abusa di quella cifra volgare che le è propria, rischiando di distrarre troppo il pubblico, soprattutto quello giovane che è il suo target d’elezione. Una satira intelligente che non arriva mai a una resa dei conti chiara e che perde per strada la sua efficacia insomma…

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