Cinema, giornalismo e antivirus: la curiosa storia di John McAfee, re dell’antivirus a cui sarà dedicato un film

Lo sanno anche i sassi, secondo Hitchcock “il cinema è la vita senza le parti noiose”. Per il senso comune, invece, il cinema è l’estensione avvincente della vita quotidiana. D’altronde quando ci succede qualcosa di straordinario apostrofiamo spesso l’accaduto dicendo “pare un film”. Purtroppo, per gli sceneggiatori hollywoodiani di oggi, il cinema è un grosso punto interrogativo.


Non mi pare un mistero, infatti, che la scrittura sia l’anello piú debole della moderna produzione di massa. Non parlo di impulsi artistici; mi riferisco al cinema industriale, fatto per un pubblico sconfinato e trasversale, a cui viene propinato un costante shock visivo e tecnologico, troppo spesso avaro di una storia avvincente.

Un sintomo di questa crisi di “produzione di immaginario” arriva da un caso interessante e troppo trascurato dall’informazione del settore, e che potrebbe aprire scenari interessanti. Mi riferisco alla storia di John McAfee, il milionario cresciuto in Virginia e noto per il suo antivirus. Ma soprattutto, ultimamente, per incredibili fatti giudiziari.


Nonostante la sua imbarazzante ricchezza, John deve far fronte a centinaia di cause legali intentate nei suoi confronti per i motivi più disparati. Spiccano varie accuse di violenza e anche di omicidio. Dopo essere diventato il primo sospettato dell’assassinio del suo vicino di casa, Gregory Maull, McAfee scappa e entra illegalmente in Guatemala, da dove tiene anche un blog.

Tutta questo – riassunto in modo approfondito in questo pezzo sul Post – ha già un valore ampiamente cinematografico (anche perché McAfee sarebbe stato rintracciato per colpa di una foto scattata con una iPhone), ma la novità è il modo in cui è entrata in gioco la Warner Bros. Stamane, leggendo il numero in edicola dell’Espresso, scopro che la major americana ha comprato i diritti per il reportage esclusivo che il giornalista  Joshua Davis ha dedicato alla sua storia.

 

Ora, la cosa rilevante è che Davis ha avuto la pensata di aprire una piattaforma (significativamente chiamata Epic Magazine) per fornire un bacino di storie vere, ma straordinarie, che possono interessare Hollywood. Il risultato è che, il giornalismo d’inchiesta -sempre più penalizzato da interessi, costi e mancanza di tempo dei nuovi assetti mediatici – potrebbe riaccendersi attraverso una committenza alquanto bizzarra: gli studios cinematografici.

Insieme a Warner infatti si è mossa anche la 20th Century Fox che ha stretto un accordo per potere visionare in anteprima i materiali.

Ma se la “vita vera” è uno dei brand più certi del cinema contemporaneo, che ne è ossessionato anche visivamente (vedasi lo sviluppo capillare del found footage), quanto si assottigliano i confini tra realtà e verosimiglianza narrativa? Quanto saranno vere, insomma, queste storie, dal momento in cui Hollywood le considererà un appetibile bacino per scrivere sceneggiature?


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