The Blacklist, ovvero la serie psico-spy intrighi e criminali. Fondamentalmente un procedurale

Mancavo da queste parti dal primo governo Berlusconi ma ho proprio voglia di dire la mia su The Blacklist. Che è la nuova serie di punta della NBC, creata da Jon Bokenkamp, con un pilota diretto da uno bravino: Joe Carnahan. Un procedurale mascherato da molto altro, che a gran sorpresa non verrà cancellato nel breve periodo dal momento che è stato visto da 17.858 milioni di spettatori in una settimana.

E che se spegni il cervello, accetti lo stupore, fai finta che il casting funzioni in tutte le sue componenti e ti diverti con i criminali incalliti, i tripli colpi di scena, i buoni e i cattivi e “non è tutto come appare” finisce pure per piacerti.

Abbiamo:

• un villain carismatico, logorroico, gigioneggiante, “vagamente” ispirato a Hannibal Lecter ma con la simpatica faccia di James Spader. Che è sempre l’uomo che ha fatto questo!

• un’apparentemente normale trentenne, con le sue ansie e i suoi desideri di maternità (adottiva), novella agente FBI che non è come appare. E che mostra il più alto livello di accettazione dello straordinario nella sua vita nella storia della serialità. Ah si chiama Megan Boone ed è esteticamente e attorialmente anonima. Come il suo sito.

• gente che fa esplodere cose, cospira, attenta alla pubblica sicurezza e si impegna a entrare nella lista dei 10 criminali più temibili.

• uffici del potere dominati dal realismo politico.
 Compromessi, torture, “greater good”.

• il tonno giá visto in Homeland insieme alla sua mascella americana inusitatamente quadrata.

E abbiamo anche Paint it Black dei Rolling Stones, che dovunque la metti genera godimento. E (sorprendentemente) tanta altra bella musica.

Più in concreto:

Il primo giorno di lavoro all’FBI di Elizabeth Keen conta il prelievo a casa in elicottero, un colloquio surreale sulla sua reale personalità – la cara Liz è un’analista comportamentale molto abile a entrare nella testa dei criminali ma lei preferisce autodefinirsi semplicemente «a bitch» – e il faccia a faccia con il numero quattro tra i criminali più pericolosi del pianeta, che decide di farsi catturare e fornire i suoi servizi ma solo alla nostra eroina.

Ovviamente il nostro villain è arguto, maligno, ama gli hotel di lusso, i ristoranti raffinati e i vini francesi. Il suo intento è ottenere l’immunità in cambio del suo prodigioso know how nel campo criminale. Sembrano conoscersi; quattro chiacchiere in amicizia e la nostra è sul campo a schivare proiettili e a salvare la vita della figlia di un generale di alto profilo.

Missione durissima, mai quanto vedere il caro marito torturato a casa, o scoprire che quest’ultimo non è esattamente la persona che crede. Ma se la cava egregiamente e non finisce mai una giornata senza infilare una penna nella carotide di qualcuno, partendo proprio da Hannibal Lecter 2.0. Ovviamente è anche l’unica a capire ogni tipo di indizio mentre gli inetti dell’Fbi brancolano costantemente nel buio.

Inserire simpatiche penne nella carotide

Insomma abbiamo il serial da vedere svaccato sul divano con birrozza ed eloquio spontaneo. Ha un ritmo indemoniato e poco altro di significativo, a meno che non si voglia concedere il beneficio del dubbio agli sceneggiatori e considerare non pretestuoso il cervellotico plot su cui si sviluppano le vicende. L’obiettivo è chiaramente quello di mettere su un solido procedurale strutturato sulla personalità dei due interpreti (ricalcando il rapporto tra Hannibal Lecter e Clarice Starling di harrisiana memoria nel sistema di mutua inclinazione delle certezze), intrighi a profusione e qualche momento action. Senza dimenticarsi le inevitabili clippone musicali sui personaggi a fine episodi.


In pillole. Anzi in %:

Percentuale di innovazione: 1%
Percentuale di tamarragine: 65%
Percentuale di sarcasmo criminale: 78%
Percentuale di longevità: 55%
Percentuale di affezione ai personaggi: 5%
Percentuale di cliffhanger ad minchiam: 75%
Percentuale di stimolazione della libido: 1%
Percentuale di intrattenimento: 90%


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