Henry’s Crime e i film fortemente voluti dagli attori

La mia mania/necessità di rintracciare cinema di ogni tipo e ad ogni latitudine mi fa imbattere spesso in progetti curiosi e improbabili. Da b-movie tamarrissimi a horror ultraderivativi, strani film turchi, commedie surreali, action francesi, kolossal cinesi zeppi di sfondi digitali, film televisivi sul calcio inglese, biopic su gangster irlandesi and many more. Volete qualche titolo con il link annesso: Stake Land (stravisto ma non malaccio), Nude Nuns with Big Guns (oltre il più laido guilty pleasure), The Lost Bladesman (molto brutto), Five Minarets in New York (booo), Largo Winch 2 (anche no), United (bello nonostante io sia dell’Arsenal), Kill the Irishman (vecchio ma gustoso).

In un’epoca dominata dal concetto di cinema mass-market  (modo sofisticato di definire l’ultimo livello di globalizzazione dell’immaginario) e da presunte leggi di marketing rintracciatarget succede ancora di imbattersi in progetti teoricamente senza pubblico. E’ il caso di questo Henry’s Crime: cast sorprendente (il redivivo Keanu Reeves, la mia adorata Vera Farmiga, l’idolo Peter Stormare e sua maestà James Caan) e una buffa commistione di commedia romantica sofisticata, heist movie semifarsesco e uno score vagamente blaxploitation, in una cornice molto classica. In mezzo la rappresentazione teatrale de Il giardino dei ciliegi di Cechov la cui sola evocazione è capace di generare un terremoto in un’agenzia di marketing. Perchè il teatro fa scappare la gente, perchè il teatro rompe le palle, perchè il teatro porta sfiga e forse puzza anche un po’. Non è così, ma la si pensa così; fatto sta che il teatro non è esattamente in cima alle preferenze nei gusti culturali dei “consumatori”. Neanche dei miei che sono colpevole (cit.).

Henry’s Crime racconta del casellante tontolone di Buffalo Henry Torne (Reeves), che sostanzialmente assiste inerme agli eventi della sua vita, tanto da finire tre anni in galera per aver partecipato, senza esserne consapevole, ad una rapina. In carcere viene lasciato laconicamente dalla donna e conosce Max Salzman (Caan, ovviamente mastodontico) detenuto noto per amare la prigione e non volere uscirne. Almeno fino a quando Henry non gli propone di rapinare la banca per cui è finito ingiustamente dentro, attraverso le parete del teatro adiacente, dove va in scena Il giardino dei ciliegi, diretto da Peter Stormare che parla un irresistibile mezzo russo e interpretato da Vera Farmiga, che amo da quando le ho visto il sedere in Up in the Air e che anche Henry finisce per amare, probabilmente per lo stesso motivo, anche se per sbaglio finisce sotto la sua macchina. Il resto è spoiler e si rischiano anni di carcere per lo svelamento, vista la grande suspance da legal-thriller che anima il film (sarcasmo saccente mode on).

Henry’s Crime è passato al festival di Toronto nel 2010, ha fatto una comparsata nelle sale americane e in quelle di pochi altri paesi, è uscito in DVD in Inghilterra il mese scorso e probabilmente lo vedremo in tv entro un’annetto , magari presentato come la foca monaca che non è. Perchè Henry’s Crime oltre a essere un film a cui combacia giusto l’aggettivo di gradevole, insieme però a quello di trascurabile, non è un piccolo film indipendente (o meglio lo è nella dimensione produttiva ma non in quella estetica) quanto un film fortemente voluto da un attore, vera e propria categoria che funge da ancora di salvataggio per molti progetti e e che ha dato il battesimo a tanti film terrificanti ma anche a perle incredibili, come il capolavoro Drive, che Ryan Gosling stesso ha voluto far dirigere a Nicolas Winding Refn. Gliene saremo sempre grati. Henry’s Crime è il classico film voluto dalla star/ex-star attapirata (giuro non lo avevo mai usato e già me ne pento) Keanu Reeves che pare si sia innamorato dello script e probabilmente si sarà speso a lungo per trovare una produzione che lo ha odiato a morte. Al cinema da noi, funzionerebbe (nel senso che arriverebbe a 50.000 euro in un mese, il doppio se l’ufficio stampa ottiene un servizio su un grosso media che dice quattro volte capolavoro, due volte delicato e una volta romantico nella presentazione) all’Anteo a Milano o al Quattro fontane a Roma, dove verrebbe molto apprezzato dalla cinquantenne borghese con i gusti raffinati e l’abuso del termine “poetico”.
Scriverei per un’altra ora di film fortemente voluti dagli attori ma purtroppo ora devo andare a proporre a Reeves il mio horror contro la vicina di casa. Fosse mai se ne innamorasse.


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