Il romanticismo scentrato de I guardiani del destino

Philip K. Dick è come il maiale. Non si butta via niente. Certamente non Adjustment Team, breve racconto del 1954 in cui l’autore di Blade Runner sconvolge la vita di Eddie Fletcher, un agente immobiliare  che scopre come la realtà sia solo un meccanismo continuamente modificato e riplasmato da alcuni ‘guardiani’, potenti e misteriosi, che vivono al di fuori del pianeta. Identità fluttuante e libero arbitrio: più Dickiano di così! Sulla carta la trasposizione cinematografica intitolata I guardiani del destino ha temi da sci-fi adulto, senza qualcuno che deve salvare l’umanità correndo all’indietro sulle punte dei piedi, enunciando battute coatte mentre tutto esplode e gli alieni ti stuprano la famiglia.
In più (e soprattutto) inserendo l’amore nel plot – con il protagonista David Norris, alias Matt Damon (politico di successo in versione panzona) costretto a combattere i piani del destino per coronare il suo sogno amoroso con la ballerina interpretata da Emily Blunt – il film mette in campo un’idea di romanticismo vicina alle mie corde. Che poi non sono le mie corde, ma sarebbero quelle della derivazione letteraria, più che quello della melassa delle fiabe amorose. Per come la vedo io il bello dell’amore sul grande schermo è nell’intensità e nell’impossibilità del sentimento, non nella sua celebrazione retorica. Di prostitute innamorate di miliardari belli e brizzolati che sfidano le convenzioni sociali non so che farmene. Mi scalda molto più il cuore il De Niro di Heat che non puoi esimersi dal vendicarsi e manda all’aria la sua fuga perfetta per un istinto irrefrenabile. Lo sguardo amoroso dell’abbandono in un film di Micheal Mann d’altronde vale 6000 insulsi finali di una qualsiasi commedia romantica, con il tamarro normotipo o l’affascinante principe azzurro che raggiunge la sua cenerentola all’areoporto, o alla stazione, o casa sua mentre imperversa una riunione di zitelle incazzate. Se proprio amore forzato deve essere ridateci Il laureato e il loro suono del silenzio.

Ma torniamo a noi. Se David Norris colma il suo deficit di accudimento (cit.) con la politica e nonostante abbia nel mirino (o crede di avere) la presidenza degli Usa ed è pronto a mandare (giustamente) tutto all’aria per le gambe di Emely Blunt, è ovvio che l’aspettativa di struggimento amoroso debba venire dai piani opposti del destino. Ma contrariamente a un Source Code, qui è proprio il romanticismo indiscriminato che fagocita tutto e il potenziale viene sperperato tra ingenuità evidenti e un humor vagamente involontario. L’idea [SPOILER, leggero leggero ma spoiler] che l’umanità non avrebbe avuto alcuna evoluzione e che lasciati senza il controllo di questa combriccola di anonimi controllori gerarchizzati e dotati di cappello apridimensione avremmo prodotto solo il medioevo e le guerre mondiali può teoricamente anche funzionare. Ma rievocata come spiegone per impedire a David di coronare il suo amore, a favore della sua carriera politica, non garantisce esattamente il climax emotivo del film. Non aiuta poi la messa in scena Di George Nelfi che è fortunatamente aliena all’imperante verbo fracassone, ma allo stesso tempo è anche troppo avara di picchi e accellerazioni. Peccato.

Una nota a latere(?): ho visto il film all’Arcadia di Melzo, nella storica sala Energia. E per me è ancora la migliore sala in circolazione.


4 Risposte per "Il romanticismo scentrato de I guardiani del destino"

  • angela70 :

    Aiello (le do del lei per puro rispetto) lei è un genio. Ho visto il film e condivido, ma soprattutto raramente ho riso tanto per un’analisi arguta ma anche divertentissima. Le ho rubato la definzione di sci-fi non adulto. Gli alieni che stuprano le famiglie è un’immagine folle ahahahah

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