I film più amati. Posizione 97: Rocky

Sono vivo. Dalla frequenza dei miei scritti da queste parti non si direbbe. Ma la sono. Solo che la scintilla della scrittura non può essere coercitiva. Almeno non quella su un blog. In questo senso – e non solo in questo – sono un uomo del passato. Un postumo in vita (cit.). Anche perché il futuro è fatto un di una sostanza informe che mi spaventa. Fortunatamente sono pigro. Categoria pigro selettivo, con derive nichiliste. Unica salvezza per la mia tendenza all’enciclopedismo. Brutta storia non riuscire ad amare nulla senza tracciarne il percorso. Non puoi berti un Nebbiolo senza studiare la storia di chi l’ha prodotto o ascoltarti un disco senza coordinate discografiche e di genere. Manco giocare al calcio manageriale senza trasformarlo in una filosofia della storia. Poi, questa classifica è una pena che mi sono autoinflitto. Ogni volta scatta il martirio classificatorio e il pensiero va a quando dovrò scrivere di Michael Mann (tra mesi, anzi anni visto che saremo tra i primi 10) sapendo di aver esaurito le parole. L’ultima cosa sensata e naturale sul più grande regista vivente non so nemmeno più quando l’ho scritta, tanto che ormai sposo le parole dell’amico Bocchi quando dice “non ce lo meritiamo Michael Mann”. E aggiungerei che non dovremmo proprio scriverne.

Ora però parliamo di Rocky. Si, di lui: dello stallone Rocky Balboa. Dell’uomo del sogno americano. Il pugile goffo, rozzo e solitario che si fa da solo, che ha un allenatore vecchio e stanco che non crede più in lui, che sfida a testa bassa, con una volontà infinita, l’eleganza della boxe professionista, che ama gli animali e le donne poco appariscenti. L’uomo testardo e patetico, radicato alla cultura del quartiere, ma che ne percepisce i paletti e il puzzo stantio. L’uomo che corre per le strade coi ragazzi, che si allena in macelleria e che va dal prete prima di combattere. Ma soprattutto l’uomo per cui  << In fondo chi se ne frega se perdo questo incontro, non mi frega niente neanche se mi spacca la testa, perché l’unica cosa che voglio è resistere, nessuno è mai riuscito a resistere con Creed, se io riesco a reggere alla distanza e se quando suona l’ultimo gong io sono ancora in piedi, se sono ancora in piedi io saprò per la prima volta in vita mia che, che non sono soltanto un bullo di periferia>>. In un breve monologo viene condensato la migliore retorica da film sportivo, quel climax emotivo che funge da straordinario momento motivazionale. In quel momento se avete 12 anni o se li avete avuti un paio di decenni fa (a meno che non avete passato l’adolescenza in caffè letterari o ad imparare l’arte dell’inside trading) siete talmente esaltati che alle orecchie difficilmente arriverà il brusio delle chiacchiere di vostro padre, intento a scardinare l’epica dello Stallone italiano e a sviscerarne la sua pochezza. Non ce ne frega nulla se un uomo possa resistere a tanti pugni o se l’assunto stesso su cui poggia il film (un pugile di infima categoria scelto per sfidare il campione del mondo di pugilato grazie a una trovata di marketing) sia risibile. La storia bigger than life di Rocky ci è entrata nelle viscere. Potere di una cinematografia che oggi fa più danni che altro, ma che negli anni ’70 ha dimostrato una vitalità insuperabile.

Rocky è un uomo, una storia di un’attore, un’immaginario e un luogo allo stesso tempo. Lo è, nonostante tutto, perfino nonostante i sequels più dementi (il 2 e il 3 soprattutto, perché il 4 ambisce con risultato alla categoria del guilty pleasure con quel mai celato patriottismo da quattro soldi e l’indimenticabile allenamento in montaggio parallelo). Nei dispersivi e pleonastici corridoi della critica cinematografica tutti ora riscoprono Stallone e il suo personaggio. La revisione è il risultato del suo ultimo Rocky Balboa che celebra il funerale del suo personaggio con un film, per alcuni versi perfetto. Però diffidiamo da chi ora parla di Stallone con toni entusiastici, come sublime outsider del cinema americano di oggi, autore teorico, grazie alla portata del suo discorso iconico e al lavoro svolto sul corpo (la parola preferita di una certa critica intellettuale). Ai seminari sulla congenita fissità facciale di Stallone e l’evidente (come no?) portata extracinematografica della sua sola presenza, preferisco in genuino innamoramento di una generazione per un’icona facile quanto volete, ma con cui si deve fare i conti. D’altronde l’amore irrazionale per un film, non sarà il criterio massimo per stabilirne il valore qualitativo, ma di certo non lo è nemmeno un corso di estetica.


3 Risposte per "I film più amati. Posizione 97: Rocky"

  • andrearocky :

    penso che meritasse posizioni più alte. e poi, come tutti gli italiani, perchè dovete sempre mettere le critiche e ammazzare un GRANDE UOMO?!?! perchè non spiegare il motivo della paralisi facciale, e dire che nonostante questa, lui è diventato quello che è: UN’ICONA! SLY non sarà il più grande attore della storia, ma sicuramente il miglior action di sempre! come mostra lui il corpo, non ce ne sono al mondo… ripeto, in italia viene ammazzato e criticato senza sapere nulla di lui.

  • Adriano Aiello :

    Scusa Andrea, non ti seguo, ma è un mio problema con i fanboy. Ho fatto un appassionato omaggio a Rocky, mettendolo nella classifica dei miei film più amati e dici che l’ho criticato?!?:) Non vedo poi perchè dovrei parlare della paralisi facciale. Conosco la sventurata nascita di Sly ma non mi sembra inerente

  • andrearocky :

    ora provo a spiegare perchè non approvo mai le recensioni o gli articoli su SLY. In italia, ognivolta che si parla di lui, si mette in mezzo la storia della faccia monolitica, dei muscoli senza cervello, delle americanate, ecc… senza darle il giusto peso. Secondo me, sarebbe giusto o non parlarne per niente, o spiegare le cose. è come dire una cosa a metà. visto che tutti amano inserire queste notizie per sminuire Stallone, si dovrebbe anche dire che la faccia è così per la paralisi della nascita, che i muscoli se li è costruiti, che di cervello ne ha abbastanza (scrivere rocky e altre sceneggiature lo dimostra, ma anche il suo Q.I.). capisci? perchè in molti articoli inseriscono la frase “il monolitico solo-muscoli SLY” oppure “il trapianto di capelli” e tante altre frasi? solo per invidia dei giornalisti forse? certo il tuo articolo non era così, me se si vuole omaggiare un film o un attore, perchè inserire sempre le solite cose negative? lui è diventato quello che è dal nulla. con 200 dollari in tasca, ha fatto un porn-soft per mangiare, ha venduto il cane (poi se l’è ripreso dopo il successo…). ci sono talmente tante cose belle da far sapere su SLY…. tutta la sua vita è un sogno, privata e cinematografica, con alti e bassi ovviamente…

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