La mattanza di Rutger Hauer in Hobo With a Shotgun

Ora magari non vi sembra ma Rutger Hauer lo conoscete tutti, anche i più distratti e i meno cinefili. Magari non per i grandi film olandesi fatti con l’amico e connazionale Paul Verhoeven (ex amico, visto che il sodalizio si interruppe male) o per i numerosi film alimentari di cui ha disseminato la carreria, ma perché è stato Roy Batty : il replicante di Blade Runner che ha visto cose che noi umani ecc ecc. I’ve seen che è diventato anche il titolo di un festival di corti milanese che ha fondato nel 2008. Ora Rutger ha la sua età, ma continua a fare molti film non propriamente di richiamo (anche se lo si è visto ne Il rito nella parte del padre del pretino poco convinto, che poi si convince, anche se non vorrebbe convincersi) tra cui Hobo With a Shotgun.

Cos’è Hobo With a Shogun, ovvero Il senzatetto con il fucile a canne mozze? Un film che difficilmente vedremo in Italia (se non forse in home video) e che è passato all’ultimo Sundance e al mercato del festival di Berlino. Ricordate il progetto Grindhouse? La tarantino-rodriguata che ha scaldato il cuore dei nostalgici della vecchia exploitation e afflosciato il portafogli di chi ha creduto al progetto? Death Proof + Planet Terror e una manciata di fake trailer che stanno cominciando a diventare veri film. Machete ne è un caso, questo Hobo un altro, con il suo racconto di un’umanità assuefatta alla violenza più cieca, in uno scenario decadente che conta esecuzioni pubbliche, procacciatori di snuff-movie artigianali, stupri e torture per intrattenimento. La cosa turba l’animo rabbioso di un senzatetto che esausto dallo schifo che vede intorno, abbandona il sogno di mettersi in proprio comprandosi un tagliaerba da 49 dollari (guadagnati mangiandosi vetri per un filmato amatoriale) e allo stesso prezzo prende il fucile che lo trasforma nell’ennesimo pulitore. E la carneficina ha inizio.

La pasta consolidata del genere, fatta di violenza iperbolica, taglio fumettistico e spargimento di frattaglie ha al solito una deriva involontariamente cinefila, tanto che, per uno strano corto circuito, più questo cinema sceglie di solleticare gli istinti più bassi del pubblico, più diventa materiale di nicchia. Da Death Proof in cui Tarantino ricerca lo sporco e trova un’involontaria sofisticatezza che è ormai una sua cifra autoriale inscalfibile, ai più sanguigni film di Rodriguez che fuori dalle iperboli parossistiche arrancano un po’ troppo, (come questo Hobo) proprio sotto il profilo dell’intrattenimento. Corto circuito che ingloba anche la ricezione critica del film. Il Grindhouse (o dovremmo dire post-grindhouse vista già la natura incontrollabile del progetto) non è più patrimonio del revisionismo critico, ma prodotto cool di cui tutti parlano e pochi lo vedono. La sua legittimazione subisce traversie anarchiche e capita che Hollywood Reporter (non  propriamente Mad Movies) ne scriva una recensione positiva e che il pubblico in target lo tratti con sufficienza. Quello che è chiaro che nessuno lo prende sul serio e i soliti strali (vecchi come il mondo) contro il cinema diseducativo e la morale criptofascista dei film sulla violenza privata, nemmeno si alzano e finiscono per mancarti le coordinate.

Il problema di Hobo With a Shogun è che non ha mai la sublime dignità dei grandi film brutti, quel  mix di freschezza e inventiva che fornisce un’anima a prodotti anche molto peggiori. Qui la migliore cosa sono i titoli di testa, che omaggiano il cinema bis italiano (specie nella musica introduttiva chiaramente vicina a quella di Cannibal Holocaust) e i poster con cui ho tappezzato l’articolo.  La mattanza è estrema e indiscriminata, tanto da poter infastidire anche gli stomaci più abituati, ma il film sembra durare un’eternità, con le esplosioni di violenza intervallate da improvvisi e pedestri parentesi malinconiche con cui è tratteggiato il rapporto tra l’Hobo e la prostituta, ovvero il pretesto narrativo per attivare l’istinto vendicatore del nostro caro vecchio Rutger Hauer. Una cosa però l’abbiamo imparata grazie al ficcante indottrinamento del superbad Drake, che insegna all’amabile psicopatico figlio Slick come si genera la paura nella gente con una massima epocale: <<Quando la vita ti da dei rasoi, tu fai una mazza da baseball di rasoi>>.

Game over.


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