L’Italia e Vallanzasca


Vallanzasca e le polemiche. Un connubio inscindibile che racconta un po’ l’Italia, le sue contraddizioni e il ritardo culturale con cui si recepisce il prodotto cinematografico nel nostro paese. D’altronde non si era nemmeno conclusa l’anteprima del film allo scorso festival di Venezia che già infuriava la discussione sul presunto sguardo assolutorio del film. Michele Placido non gode di buona stampa, questo si sa, e forse dovrebbe imparare dal suo protagonista come si fronteggiano i media. Però il suo Vallanzasca, nonostante alcuni limiti, è un buon film e andrebbe valutato senza pregiudizi. I suoi ritratti  criminali peccano di agiografia è vero (più Romanzo criminale con quel finale davvero un po’ troppo ingenuo) ma l’ambiguità morale è la base di gran parte delle opere artistiche. Vi risparmio e mi risparmio l’elenco.

In Italia questa ambiguità morale è un rimosso storico, a causa di questa ansia ipocrita di imporre messaggi di responsabilità. Difficile non individuare in questa autocensura uno dei motivi del provincialismo del nostro cinema, incapace di tratteggiare figure di ampio respiro. L’Italia non è un paese per storie bigger than life facciamocene una ragione, e a Placido non gli è stato ovviamente perdonato lo sguardo complice con cui ha raccontato l’epopea del bandito milanese, tratteggiato come un outsider fascinoso e carismatico, istintivamente ladro e insofferente alle regole sociali, ma mai realmente cattivo, come dice il suo protagonista. Forse perché amiamo puntare il dito, ci servono dei cattivi assoluti da cui prendere le distanze, come diceva Tony Montana in Scarface. Strano in un paese in cui alla fine nessuno è mai colpevole.

Quella di Vallanzasca è semplicemente un’angolatura su una storia ampiamente documentata. Che convinca o no. E se dice qualcosa dell’uomo e dell’autore Placido che non piace a chi affida al cinema alti valori pedagogici, non dovrebbe essere comunque il metro esclusivo con cui si interpreta un’opera. Perfino il cinema politico andrebbe giudicato per l’urgenza delle questioni morali che mette in campo, piuttosto che per il punto di vista di chi le argomenta, figurarsi un’opera come Vallanzasca che non ha mai pretese storico-sociologiche.


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